L’ispirazione non è peccato. Il prezzo forse.


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Guardate le due foto. Stessa fascia intrecciata. Stesso infradito che gli artigiani di Kolhapur cuciono a mano da generazioni. A Kolhapur, un paio semplice: nove euro. Oggi, sul sito Prada, lo stesso disegno, fatto dagli stessi artigiani dopo l’accordo: settecentocinquanta. Stesso disegno. Stessa mano. Cambia una cosa sola: il nome cucito sopra. E quel nome, da solo, vale la differenza.

Diciamolo subito perché altrimenti si perde il punto: ispirarsi ad altre epoche e ad altre culture non è un peccato. È la normalità della moda, da sempre. In ogni collezione per trovare un’idea si guarda al passato, al mercato dell’usato o al vintage, alla bottega dell’artigiano. Il caso Prada non è una questione di ispirazione. È una questione di qualcos’altro: un diritto già registrato che nessuno ha controllato prima di metterlo in sfilata. Ed è successo, credo, proprio per questo: perché nessuno ha controllato. I due prodotti, del resto, non sono solo simili: sono praticamente lo stesso disegno. Al punto che, con l’accordo, Prada ha scelto di farli produrre proprio nella regione d’origine, dagli stessi artigiani. È la controprova migliore di quanto il punto di partenza fosse, fin dall’inizio, identico.

Non è un’opinione di parte, questa. Le grandi maison lo sanno bene, e coltivano archivi enormi apposta per questo: G-Star possiede trentottomila capi storici, fotografati e catalogati, da cui i designer “imparano”, dice il suo direttore creativo, non copiano. Yves Saint Laurent, nel 1965, ha vestito le sue clienti con abiti tagliati e cuciti come fossero quadri di Mondrian: nessuno l’ha mai chiamata appropriazione, la chiamano ancora oggi la collezione Mondrian. La giacca più iconica di Chanel nasce dal tweed che il duca di Westminster indossava per cacciare nelle sue tenute scozzesi, negli anni venti: Coco Chanel se ne innamorò, e ne fece un capo femminile. Ispirarsi a un’altra epoca, a un altro guardaroba, a un’altra cultura, è il mestiere stesso della moda. Non è questo che va giudicato.

Il fatto

Giugno 2025. Prada porta in passerella, a Milano, nella collezione uomo primavera estate 2026, sandali quasi identici al chappal Kolhapuri tradizionale. Nessuna origine dichiarata. Come se il disegno fosse nato in atelier. La reazione è immediata: gli artigiani incontrano le autorità del Maharashtra, la notizia rimbalza sulla stampa internazionale, Prada è costretta a riconoscere pubblicamente l’ispirazione indiana. Su questo non ci sono dubbi: fatto vero, documentato da fonti di prima fascia.

Online il caso ha girato anche con i numeri sbagliati. Si è parlato di un rapporto di venticinque volte tra originale e sandalo Prada. Il numero non è falso: vale per il confronto con la versione più elaborata dell’artigianato locale, quella che arriva fino a trenta euro. Ma per un paio semplice, comprato al mercato, il rapporto supera le cento volte.

Il vero problema

Ma non voglio perdere di vista il punto vero. Il chappal Kolhapuri ha un’Indicazione Geografica registrata dal 2009, valida fino al 2029, di proprietà di due enti che rappresentano la comunità di artigiani: LIDCOM e LIDKAR. Non è un disegno libero, buono per chiunque. Ha un proprietario legale riconosciuto, esattamente come un marchio registrato protegge il logo di una maison. Eppure nessuna autorizzazione risulta chiesta prima della sfilata. Nessuna royalty risulta negoziata prima dell’accordo. La partnership con gli artigiani è arrivata dopo la protesta, non prima. Chiedere permesso, prima, costa una trattativa. Chiedere scusa, dopo, quando il danno è già fatto, costa meno. E finché il conto funziona così, nessuno lo cambierà da solo.

Guardiamo il prezzo, allora, perché è lì che si vede la distanza tra il prodotto e la marca. Oggi, sul sito Prada: settecentocinquanta euro. In India, lo stesso disegno, fatto dalle stesse mani: da sette a nove euro per un paio semplice, fino a trenta per uno più ricercato. Stessa fascia intrecciata. Stessa manualità. Un’origine che Prada stessa riconosce. In mezzo, un moltiplicatore che va da venticinque a cento volte. Non è marketing. È una fotografia. Dice esattamente quanto vale, da solo, il nome cucito sopra. E qui non c’è nemmeno una reinvenzione a giustificarlo: è lo stesso disegno, senza una sola idea nuova. Un prezzo così importante si può forse sostenere quando c’è creatività aggiunta. Su un prodotto senza creatività, che replica un disegno esistente praticamente identico, non si giustifica in nessun modo. Come valutazione della marca, non c’è male. Come misura della distanza tra un prodotto e il suo prezzo, dice più di qualsiasi analisi.

Il problema non è che una grande maison si sia ispirata a un disegno di un’altra cultura. È la normalità della moda, lo è sempre stata, anche per le maison più prestigiose del mondo. Il problema è che lo ha fatto su un disegno protetto per legge. Senza permesso. Rivendendolo con un moltiplicatore che va da venticinque a cento volte. Trattenendo quasi tutto quel valore, mentre chi lo aveva creato restava ai margini, finché la protesta pubblica non ha reso più conveniente negoziare che ignorare. Non è mancata solo una citazione dell’origine. È mancato un pagamento. Ed è questo, per come la vedo io, il vero tradimento: non tanto la didascalia dimenticata. Il conto mai fatto.

Non è un caso isolato

Prada non è la prima. Non sarà l’ultima. Ispirarsi ad artigianato locale o a un mercatino dall’altra parte del mondo è pratica diffusa nel lusso, spesso con le migliori intenzioni. Non è mai questo il problema. Il problema comincia dove manca un riconoscimento, o un pagamento a chi il disegno lo ha creato per primo.

Nel 2015 Isabel Marant vende a 290 dollari una camicetta quasi identica all’huipil della comunità mixe di Tlahuitoltepec, in Messico: sei volte il prezzo medio di un huipil originale. Nel 2019 il ministero della Cultura messicano accusa pubblicamente Carolina Herrera di aver usato, senza credito, i ricami di Tenango de Doria in una collezione resort. In entrambi i casi, nessun compenso reso pubblico.

Il caso più esteso riguarda il popolo Maasai: nome e motivo a scacchi dello shuka usati, secondo la Maasai Intellectual Property Initiative, da oltre diecimila aziende, Louis Vuitton compresa. Sei sole aziende avrebbero fatturato oltre cento milioni di dollari l’anno con quel nome. Alla comunità Maasai, fino a poco fa, non è arrivato nulla.

La differenza, ogni volta, la fa lo stesso elemento: un diritto registrato. Nel 2012 la Navajo Nation cita in giudizio Urban Outfitters per l’uso del nome Navajo: possiede marchi registrati, e nel 2016 ottiene un accordo di licenza. Nel 2018 Gucci vende a settecentonovanta dollari un turbante identico a quello sikh: la comunità protesta, ma un simbolo religioso non si registra, e nessun accordo arriva. Dove il diritto c’è, prima o poi si tratta. Dove non c’è, resta solo la pubblicità.

Fonti

New York Times, nytimes.com/2025/06/30/world/asia/india-prada-sandal.html

Times of India, timesofindia.indiatimes.com — “The Prada paradox”, incontro artigiani-Fadnavis

Reuters, reuters.com/world/india — Prada riconosce l’ispirazione indiana (28/06/2025)

Hindustan Times, hindustantimes.com — visita del team Prada agli artigiani (luglio 2025)

Outlook Business, outlookbusiness.com — accordi con gli enti artigiani (dicembre 2025)

Prada Group, pradagroup.com/ww/en/pradasphere/special-projects/2026/made-in-india-kolhapuri.html (27/04/2026)

Economic Times, economictimes.indiatimes.com, articleshow/122072408.cms

The Indian Eye, theindianeye.com (28/04/2026)

ThePrint, theprint.in — prezzo e calendario di lancio della linea Made in India

Brut India, brut.media/in — prezzo in rupie della linea Made in India

Kearney, “India: the next luxury hotspot?”, kearney.com — mercato lusso indiano, 7,74 miliardi di dollari (2023)

RNZ / ABC News, rnz.co.nz — foto e prezzi dei due prodotti a confronto

SCC Online, scconline.com — rigetto del ricorso all’Alta Corte di Bombay (luglio 2025)

The National, thenationalnews.com — prezzi al mercato di un chappal Kolhapuri artigianale (giugno 2025)

Dhaga, idhaga.com — confronto tra prezzo Prada e prezzo degli artigiani

Remezcla, remezcla.com — caso Isabel Marant e comunità mixe di Tlahuitoltepec (2015)

NPR, npr.org — caso Carolina Herrera e i tessuti indigeni messicani (2019)

The Fashion Law, thefashionlaw.com — caso Maasai e uso del nome/motivo shuka

Refinery29, refinery29.com — accordo Navajo Nation / Urban Outfitters (2016)

Fashionista, fashionista.com — archivi storici delle maison, esempio G-Star Raw (2018)

Musée Yves Saint Laurent Paris, museeyslparis.com — la collezione Mondrian (1965)

The Scotsman, scotsman.com — le origini scozzesi della giacca Chanel

Today.com / NBC — caso dell’Indy Full Turban di Gucci (2018)

WWD, wwd.com — “Gucci Accused of Cultural Appropriation Over ‘Indy Turban’”

Il paradosso meritocratico


Nel libro Il merito tradito che sto scrivendo ho riportato l’idea di Daniel Markovits, docente a Yale: le università d’élite funzionano come una sorting machine, una macchina che non seleziona i più capaci in assoluto, ma chi arriva meglio equipaggiato al nastro di partenza. Due dati di quest’anno dicono quanto quella macchina si sia ristretta. Un’altra serie di casi, lontani nel tempo e nello spazio ma identici nella sostanza, dice quanto costi a chi ne esce vincitore.

Il collo di bottiglia si stringe ancora

Il 26 marzo 2026 Yale ha reso noti i risultati per la classe 2030: 54.919 domande, il secondo pool più numeroso nella storia dell’ateneo, in crescita del 9,4% sull’anno precedente. Ammessi: 2.328, circa il 4,2%. Nello stesso ciclo, Columbia ha ricevuto 61.031 domande, il numero più alto mai registrato nella sua storia, e ne ha accolte 2.581: il 4,23%.

Chi entra, davvero

Il varco non è stretto allo stesso modo per tutti. Secondo lo studio Mobility Report Cards di Raj Chetty e colleghi (Opportunity Insights, Harvard), un figlio del top 1% del reddito ha 77 volte più probabilità di entrare in un’università Ivy Plus rispetto a un figlio del 20% più povero. Nelle stesse università, gli studenti che arrivano dal top 1% sono più numerosi di quelli che arrivano da tutta la metà più povera della popolazione americana messa insieme. A Columbia, uno studente su sette viene dal top 1%.

Il resto lo spiega il mercato che si è costruito intorno alla selezione. Più il pool di candidati cresce e la selettività si inasprisce, più diventa razionale, per le famiglie che possono permetterselo, alzare la posta. Adam Nguyen, ex funzionario delle ammissioni a Harvard e Columbia, oggi guida una società di consulenza, Ivy Link, che segue studenti a partire dalla quinta elementare e fattura tra 100.000 e 750.000 dollari a cliente: una cifra che lo stesso Nguyen ha definito, a gennaio, “nemmeno un arrotondamento” per genitori che vanno da manager di fondi di venture capital a un dj famoso in tutto il mondo.

I posti disponibili restano gli stessi. La spesa non aumenta le ammissioni nel complesso: ridistribuisce solo il vantaggio verso chi può pagare di più. Chiamarlo merito, a questo punto, è il vero colpo di teatro.

Poi si passa, e si viene schiacciati lo stesso

Chi supera la sorting machine e arriva nei lavori più ambiti non trova un traguardo. Trova una gara ancora più dura, sempre con lo stesso copione.

Nell’agosto 2013 Moritz Erhardt, ventun anni, stagista di Bank of America Merrill Lynch a Londra e tra i più promettenti del suo programma, muore dopo tre turni consecutivi da quasi ventiquattro ore. Aveva vinto una delle selezioni più competitive della City. Goldman Sachs, l’anno successivo, arriva a raccomandare agli stagisti di non superare le diciassette ore al giorno: un limite che dice tutto sul punto di partenza.

Nel dicembre 2015 Matsuri Takahashi, ventiquattro anni, si toglie la vita dopo aver accumulato oltre cento ore di straordinario in un mese in Dentsu, la prima agenzia pubblicitaria del Giappone, dove era entrata superando una selezione durissima. I suoi superiori le avevano chiesto di dichiararne meno di settanta. La sua morte porta all’approvazione, nel 2018, della legge giapponese sulla riforma degli stili di lavoro.

Nel maggio 2024 Leo Lukenas III, trentacinque anni, associate di Bank of America e veterano dell’esercito americano, muore per un coagulo di sangue dopo mesi di orari estremi: secondo i colleghi aveva già cercato di lasciare l’azienda proprio per quel ritmo. JPMorgan e Bank of America introducono un tetto di ottanta ore settimanali.

Nel marzo 2026, dodici anni dopo Erhardt, JPMorgan comincia a testare un sistema che confronta le ore dichiarate dai junior banker con quelle registrate da tastiera, videochiamate e calendario, perché il tetto scritto sulla carta non bastava più a fermare il ritmo reale. Il ciclo si ripete: promessa di riforma, ritorno silenzioso alle cento ore, nuovo caso, nuova promessa.

In Italia il fenomeno non fa notizia allo stesso modo, ma i praticanti degli studi legali d’affari milanesi lo raccontano da anni alla stampa: notti in ufficio, weekend inclusi, per uno stipendio che il settore chiama “d’ingresso” e che copre poco più delle spese, in cambio dell’accesso a uno dei pochi percorsi che in Italia porta davvero in alto.

Il merito che si mangia i suoi vincitori

Markovits chiama tutto questo “il principio meritocratico che produce il suo opposto”: non premia il merito, premia chi entra meglio equipaggiato nella gara. Ma il paradosso non si ferma alla soglia dell’università, o dell’ufficio del personale. Chi vince quella prima corsa ne entra in una seconda, dove il prezzo del successo si misura in ore di sonno, in salute, e in almeno tre casi che ho appena raccontato, in una vita.

Erhardt, Takahashi e Lukenas non erano vittime di un sistema che li aveva esclusi. Erano, sulla carta, i suoi vincitori: quelli che la retorica del merito promette di premiare. Il sistema li ha premiati. Poi si è preso tutto il resto.

Di questo, e di come uscire dalla trappola senza rinunciare all’idea stessa di merito, parlo nel libro Il merito tradito, in uscita.

Fonti

  • Yale News, “Yale admits 2,328 applicants to Class of 2030”, 26 marzo 2026, news.yale.edu
  • Bwog, “Columbia Releases Regular Decision Results For The Class Of 2030”, marzo 2026, bwog.com
  • Chetty, R. et al., “Mobility Report Cards: The Role of Colleges in Intergenerational Mobility”, Opportunity Insights, opportunityinsights.org
  • Fortune, “Rich families pay this admissions specialist up to $750,000 to get their kids into the Ivy League”, 16 gennaio 2026, fortune.com
  • CNN Business / Fox News, sul caso Moritz Erhardt, Bank of America Merrill Lynch, agosto 2013
  • Salon, “Goldman Sachs reduces intern day to 17 hours after death of Bank of America Corp. intern”, 2015
  • Pulitzer Center, su Matsuri Takahashi e Dentsu; CNBC, dicembre 2016, sulle dimissioni del presidente Dentsu
  • Fortune, su Leo Lukenas III, Bank of America, maggio 2024
  • Fortune, “JPMorgan monitoring keystrokes, video calls, meetings junior investment bankers”, 24 marzo 2026
  • MilanoToday, sui praticanti avvocati negli studi d’affari milanesi
  • Markovits, D. (2019), The Meritocracy Trap, Penguin Pres

Il lusso non ha un metro.


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Provate a fare un esperimento: chiedete a dieci persone, magari dieci che amano parlare del lusso, professori, fashion victims, giornalisti, se un determinato orologio, una borsa, un certo gioiello siano “di lusso”. Potreste ottenere dieci risposte diverse, pronunciate tutte con la stessa sicurezza, e nessuno dei dieci si sognerà di tirare fuori un metro. Il motivo è semplice: non esiste, anche se in giro c’è chi lo vende comunque, magari in un seminario da quattromila euro per il weekend, probabilmente con qualche testimonianza.

Poi chiedete a un muratore quanto è lungo un muro. Prenderà un metro, lo srotolerà, vi darà un numero, e la conversazione finirà lì, perché nessuno discute con un metro. Nel lusso invece si discute sempre e tutti parlano come se il metro ce l’avessero in tasca.

Dieci giudici, nessuna legge

Il fatto che qualcuno riesca a dire “questo è lusso, questo no” non significa che sappia dov’è il confine. Significa solo che sta applicando una regola, e le regole con cui si classifica il lusso sono in pratica di tre tipi, di cui solo uno è davvero capace di definire il “confine”.

C’è la regola da tribunale: criteri scritti, controllabili da chiunque, indipendenti da chi giudica. Nel lusso esiste probabilmente un solo caso così pulito, l’Haute Couture parigina, dove la Chambre de Commerce mette per iscritto cosa serve per fregiarsi del nome e chi non ha quei requisiti resta fuori, senza appello.

Poi c’è la regola da caffè al bar: si giudica per somiglianza a un prototipo mentale, “ha qualcosa che la fa assomigliare a una Birkin, quindi è lusso”. Funziona sui casi ovvi, ma appena ci si allontana da quelli che ormai sono prodotti-luoghi comuni l’accordo evapora, perché ognuno ha in testa un prototipo leggermente diverso.

E infine c’è la regola più comoda di tutte, quella circolare: è lusso perché mi sembra lussuoso, è lusso perché costa un occhio della testa. Il giudizio non spiega niente, si limita a travestirsi da spiegazione. Ma è comodissima, perché con una regola circolare si fa entrare in una categoria qualsiasi cosa, basta trovare qualcuno disposto a pensarla in quella maniera, o a pagarla come lussuosa.

Ed è esattamente così che sono nate parole come masstige e affordable luxury: non perché descrivessero qualcosa di davvero nuovo sul mercato, ma perché non esisteva nessuna regola scritta pronta a fermarle sulla porta.

Ho il sospetto che sia proprio la terza, quella circolare, a essere utilizzata più spesso di tutte, ridisegnata con un font elegante e ribattezzata “framework”, venduta come metodo mentre è solo un’opinione con il triangolo isoscele intorno.

Chi ride e chi paga

Un settore senza regole condivise non resta semplicemente “un po’ vago e trendy”. Prima o poi comincia a mandare il conto a qualcuno, e di solito lo manda a chi meno se lo aspetta.

Lo paga il cliente in una valuta che non compare in nessun estratto conto: la competenza. Una volta, quando mia madre comprava un capo d’abbigliamento, lo toccava, ne valutava la mano, il peso, le cuciture, i bottoni, poi logicamente doveva anche piacerle ed avere il giusto prezzo. Oggi si compra guardando una fotografia su uno schermo di computer, la vista si è mangiata tutti gli altri sensi ed è lei che decide cosa vale davvero un oggetto. Il cliente aspirazionale, quello che si concede il lusso una volta ogni tanto e paga per un racconto, per l’idea di appartenere a un mondo, di esprimere la propria identità attraverso quell’oggetto, è il più esposto perché spesso ciò che riceve in cambio non è un contenuto reale che giustifichi il prezzo: è solo il marchio, il segno esteriore, senza la sostanza di prodotto dietro.

Lo paga anche il settore intero, non solo i furbetti che tirano la corda. Il lusso funziona come una banconota: più se ne stampa senza riserve dietro, meno vale, anche se è in tasca a chi non ne ha mai stampata una di troppo. Non è un caso che l’EBIT medio del settore sia scivolato dal 21% del 2023 al 17% del 2024, con stime al 15-16% per il 2025, una perdita di profitto cumulata che Bain stima intorno al 20% in due anni: quando il pubblico comincia a capire chi merita quel prezzo e chi lo chiede e basta, smette di fidarsi in blocco, senza distinguere i colpevoli dagli innocenti.

E lo pagano, personalmente, tutte le persone che in azienda devono difendere il valore di un brand armate solo di esperienza e sensibilità. Nei crolli di Neiman Marcus, di Matches Fashion, di Bally, la scena si ripete quasi identica: da una parte un modello finanziario fatto di numeri precisi, dall’altra chi difende il patrimonio simbolico della marca con argomenti che, agli occhi dei primi, restano opinioni non negoziabili. E quasi sempre, chi aveva ragione nel merito ha perso comunque, non perché sbagliasse, ma perché in quella stanza si parlava un’altra lingua, e la loro lingua non era ammessa al tavolo.

Attenzione: neanche troppo ordine salva

A questo punto verrebbe voglia di correre nella direzione opposta e imporre regole ovunque, come se la disciplina fosse un antibiotico da spargere a caso. Sbagliato anche questo, e la storia recente del lusso lo dimostra ed in molti provoca un certo imbarazzo, proprio perché per un lungo periodo hanno sostenuto che quel mondo è immobile.

Un sistema perfettamente ordinato, con codici congelati e mai messi in discussione, non è meno malato di uno caotico: è solo malato diversamente e la diagnosi arriva quando ormai è tardi. Il Gucci di Frida Giannini era coerente, sicuro, impeccabile, e sempre più irrilevante per un pubblico più giovane, ma anche per clienti maturi che semplicemente smettevano di guardarlo. Nessuna regola formale riusciva a rianimare quel fatturato piatto, perché il problema non era la mancanza di ordine, era l’eccesso. Non esiste quindi una gara a chi ha più regole: esiste una zona stretta e scomoda tra il congelamento e la dissoluzione, e restarci dentro non è un traguardo che si raggiunge una volta per sempre. Va ritrovato in continuazione, il che significa che può essere necessario uno strumento di misura, non uno slogan da ripetere a memoria.

Il Metodo AGG: non un metro, ma qualcosa che gli somiglia abbastanza

Ed è qui che, con tutta l’umiltà del caso, provo a mettere sul tavolo qualcosa di diverso. Non un altro framework fatto di slide come in un corso, ma il Metodo AGG, Ancora, Griglia, Gradiente: il tentativo, nel mio libro, di dare al lusso qualcosa che assomigli a un metro, sapendo benissimo fin dall’inizio che un metro come quello che utilizza il nostro muratore il lusso non potrà mai averlo, e che chiunque prometta il contrario sta vendendo aria, magari incartata in un certificato di partecipazione a un master.

Prima di entrare nel dettaglio, vale la pena chiarire un punto: chi misura, l’esperto o il cliente, quello vero, quello che acquista? Sono due prospettive diverse e vanno tenute distinte. L’esperto valuta l’oggetto in sé, con criteri tecnici verificabili: materiali, lavorazione, rarità. Il cliente valuta invece nella propria testa partendo dalla marca, con la percezione che si è costruito nel tempo. Nel lusso il valore percepito dal cliente è completamente diverso dal valore costruito sul prodotto in senso stretto. Quindi prima di tutto bisogna scegliere il punto di vista. Confondere le due cose è il modo più rapido per tornare alla regola circolare di cui parlavo prima.

In estrema sintesi, i metodi con cui si può misurare qualcosa di una miscela così sofisticata di elementi materiali ed immateriali si dividono in tre grandi famiglie: i metodi esperti, dove un tecnico giudica l’oggetto secondo criteri oggettivi, indipendenti dal mercato, come il muratore che misura il muro con un metro. I metodi percettivi, dove si misura invece cosa pensa e prova chi compra, attraverso ricerca vera sul cliente e non per intuito, una ricerca di mercato, ad esempio, in cui si chiede qualcosa ad un campione significativo di persone. Ed infine i metodi misti, che mettono i primi due in sequenza invece di sceglierne uno solo, un buon esempio è la perizia di un orologio da collezione, che per valutarne il prezzo parte dall’esame tecnico del meccanismo e lo completa con i dati relativi alla domanda reale dei collezionisti. Il Metodo AGG appartiene a quest’ultima famiglia: parte da una valutazione esperta del prodotto e la completa con una valutazione percettiva della marca, senza far finta che le due misure siano la stessa cosa.

L’Ancora risolve il problema del punto zero. Non esistendo un’unità naturale del lusso, si deve scegliere un riferimento esplicito, il prodotto o l’idea in cui gli elementi costitutivi del lusso si manifestano nella forma più pura, e si misura tutto il resto come distanza da quel punto, non come quantità assoluta calata dal cielo. È una scelta dichiarata, discutibile, e proprio per questo difendibile: il contrario esatto di un dogma.

La Griglia risolve il problema della circolarità. Otto indicatori scritti nero su bianco, che non corrispondono ad affermazioni come  “mi sembra lusso”, ma definiscono il prodotto attraverso qualità estrema, creatività, prezzo elevato come conseguenza e non come causa, scarsità reale, e altri ancora. Cinque di questi li può valutare un tecnico guardando l’oggetto, senza chiedere permesso al mercato: bastano per una valutazione di prodotto onesta. Aggiungendone altri tre, dedotti però da ricerca vera sul cliente e non da fiuto personale, si passa alla valutazione prodotto-marca, perché quelle tre dimensioni vivono nella testa di chi compra, non nell’oggetto, e fingere di conoscerle senza dati significherebbe ricascare esattamente nella stessa circolarità da cui si voleva fuggire.

Il Gradiente risolve il problema del tempo. Misura, non una volta ma nel tempo, la distanza tra un prodotto o una linea e l’ancora della marca, e permette di rendere evidente una deriva verso il caos, o un irrigidimento verso il congelamento, prima che sia il mercato a farlo notare, di solito con una fattura salatissima.

Nessuno di questi tre strumenti può avere l’oggettività di un metro fisico, e questo rientra nella tipologia di misurazione. Ogni ancora scelta, ogni peso assegnato, ogni criterio della Griglia resta una decisione argomentabile, mai una verità rivelata. Ma è proprio questa la differenza tra il Metodo AGG e l’ennesimo framework buono per la fine del semestre e inutile alla prima riunione vera: non promette una precisione che non può avere, promette un linguaggio comune, dichiarato, verificabile, che chi difende un brand può portare in sala riunioni senza dover contare solo sul proprio fiuto. Ed è lo stesso identico motivo per cui, in fisica, un metro batte sempre un “a occhio mi pare lungo”: non perché sia più vero in assoluto, ma perché tutti, in quella stanza, possono controllarlo allo stesso modo. Nel frattempo, senza un metro condiviso, si continuerà a vendere il resto semplicemente chiamandolo lusso, e il conto, come sempre, lo pagherà qualcun altro.

Il cognome pesa più del merito


Su cento bambini nati da genitori nel quintile di reddito più basso, undici arriveranno da adulti nel quintile più ricco. Su cento nati da genitori già nel quintile più ricco, almeno trentatré ci restano. Questa è la fotografia più aggiornata che abbiamo della mobilità sociale in Italia, costruita incrociando le dichiarazioni dei redditi di 1,7 milioni di coppie genitore-figlio.

Quante generazioni servono, in Italia, a una famiglia a basso reddito per raggiungere il reddito medio? Non è una domanda retorica: è una delle poche misure che permettono di verificare, con i numeri, se il racconto della meritocrazia regge oppure no. E più si scava nei dati, più la risposta si allontana dalla storia che ci piace raccontarci.

Cinque generazioni

Secondo il rapporto OCSE A Broken Social Elevator? How to Promote Social Mobility (2018), in Italia servono in media cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia del quintile di reddito più basso possa raggiungere il reddito medio nazionale. È lo stesso ordine di grandezza di Regno Unito e Svizzera, ma è il doppio della Danimarca, dove ne bastano due. In Francia e Germania ne servono sei. In fondo alla classifica, la Colombia arriva a undici.

Cinque generazioni significano, a spanne, oltre un secolo.

C’è un modo più diretto di misurare la stessa cosa: l’elasticità intergenerazionale del reddito, cioè quanto il reddito di un genitore predice quello del figlio. Per l’Italia le stime di Sauro Mocetti (2007) convergono intorno a 0,5. Tradotto in pratica: se un padre guadagna il 10% in più della media, in media suo figlio guadagnerà il 5% in più, indipendentemente da quanto si sia impegnato lungo la strada. È un valore alto nel confronto internazionale: in Danimarca, Norvegia e Finlandia il valore è sotto 0,2; in Perù, all’estremo opposto della classifica mondiale, sfiora 0,7. L’Italia si colloca dalla parte sbagliata della cosiddetta Grande Gatsby Curve, la relazione, proposta dall’economista Alan Krueger nel 2012, secondo cui più un paese è diseguale oggi, meno mobilità intergenerazionale avrà domani.

Il dettaglio più scomodo, però, non è la media: è la distribuzione attorno a quella media. Per capire cosa significa in pratica immagina una classe di 25 bambini, tutti nati in famiglie del quintile di reddito più basso in Italia. Statisticamente, meno di 3 di loro, l’11%, secondo lo studio più ampio mai condotto sul tema in Italia (1,7 milioni di coppie genitore-figlio), arriveranno da adulti nel quintile più ricco. Gli altri 22 non ce la faranno: alcuni miglioreranno la propria posizione spostandosi verso il centro della distribuzione pur restando sotto la media, altri, un terzo circa, resteranno esattamente dove sono nati, ma non cambia il dato di fondo: in Italia la strada dalla base alla cima la percorre appena un bambino su nove.

Il cognome che parla dal 1427

Se il dato OCSE fotografa l’Italia di oggi, uno studio della Banca d’Italia offre qualcosa di ancora più radicale: uno sguardo sulla persistenza economica delle famiglie lungo sei secoli.

Nel 2016 Guglielmo Barone e Sauro Mocetti (Temi di discussione n. 1060) hanno incrociato il catasto fiorentino del 1427 che registra redditi da lavoro e patrimoni immobiliari dell’epoca, cognome per cognome, con le dichiarazioni dei redditi dei fiorentini di oggi che portano gli stessi cognomi. Il risultato: la relazione tra la posizione economica degli “antenati” del 1427 e quella dei loro omonimi contemporanei resta statisticamente significativa e positiva ancora oggi. Un aumento di una deviazione standard nel reddito (o nel patrimonio) degli antenati si traduce in un aumento di circa il 6% (reddito) e il 7% (patrimonio) nella posizione dei discendenti.

Il dato più impressionante, forse, è questo: circa 900 dei cognomi più ricchi nella Firenze del 1427 sono ancora oggi tra i cognomi presenti in città, e li portano oltre 52.000 contribuenti fiorentini. Alcuni discendono da corporazioni di calzolai e conciatori di pelli che nel 1427 si collocavano già al 97° percentile della distribuzione del reddito; altri da famiglie di produttori di seta e giuristi, al 93° percentile. Nel 1427 insomma erano già tra il 3-7% più ricco di Firenze all’epoca.  Nonostante seicento anni di storia turbolenta: peste nera e altre epidemie, guerre, la fine della Repubblica fiorentina, l’Unità d’Italia, due guerre mondiali, i cognomi di coloro che erano ricchi allora tendono a essere ancora sopra la media oggi. Non è che tutti i ricchi del 1427 siano rimasti ricchi individualmente, ma statisticamente il vantaggio di partenza continua a conservarsi attraverso i secoli, fino ai discendenti attuali. È l’esempio più estremo del tema centrale: il vantaggio di partenza pesa più a lungo di quanto ci piacerebbe credere.

Seicento anni, e il cognome continua a parlare. E gli autori sono chiari su un punto: questa persistenza non nasce tanto dal fatto che chi parte da condizioni modeste riesca raramente a risalire, quanto dal fatto che chi era ricco nel 1427 tende, con sorprendente regolarità, a essere ancora benestante oggi. La mobilità, quando c’è, si muove più facilmente verso il basso che verso l’alto: è la persistenza dei vantaggi, non la scarsità di talento tra i poveri, a spiegare il fenomeno.

La lotteria del codice postale

Lo studio più ampio su questo tema — “Eppur si muove: mobilità intergenerazionale in Italia”, di Paolo Acciari (Ministero dell’Economia), Alberto Polo (Bank of England) e Gianluca Violante (Princeton) — incrocia le dichiarazioni dei redditi di 1,7 milioni di coppie genitore-figlio: genitori nati tra il 1942 e il 1963, figli nati tra il 1979 e il 1983, osservati a 34-38 anni di età. È lo studio da cui viene la matrice di transizione citata in apertura — 11 figli su 100 nati poveri risalgono fino al quintile più ricco, contro almeno 33 su 100 di chi ci è già nato — ed è anche lo studio che mostra come l’Italia non sia affatto un blocco unico.

Nel Nord-Est, le probabilità che un figlio guadagni più dei genitori sono paragonabili e in alcuni casi superiori a quelle di Danimarca o Norvegia. Nel Mezzogiorno, invece, la mobilità è quasi paralizzata: la posizione di partenza della famiglia resta il predittore più forte del destino economico dei figli.

Per dare un’idea concreta di cosa significhi in termini di vita reale: la probabilità di passare dal 20% più povero al 20% più ricco della distribuzione nazionale del reddito è del 22% per chi cresce a Milano (7ª provincia italiana su 110 per mobilità verso l’alto) e dell’8% per chi cresce a Palermo (106ª). Stessa nazione, stesso impegno possibile in teoria, quasi tre volte meno probabilità di farcela solo per il codice postale di partenza.

Lo studio segnala anche due dettagli scomodi. A parità di condizioni, i figli maschi risalgono la scala del reddito più delle figlie femmine: un gender bias esplicito nelle opportunità. E chi da adulto migra in un’altra regione ha, in media, più mobilità di chi resta. La mobilità di reddito, insomma, va spesso a braccetto con la mobilità geografica: bisogna essere disposti, letteralmente, a lasciare il posto in cui si è nati.

Il cognome, insomma, non pesa allo stesso modo dappertutto. Ma dove pesa di più, pesa moltissimo e la geografia della nascita si somma a quella della famiglia come secondo, potentissimo fattore che nulla ha a che fare con il merito individuale.

Cosa resta della narrazione meritocratica

Un’ultima tessera, sempre di Banca d’Italia (Questioni di Economia e Finanza n. 476, 2018): tra le generazioni più giovani, il legame tra il livello di istruzione dei figli e quello dei genitori è più forte, non più debole, rispetto al passato. L’istruzione che dovremmo considerare il grande equalizzatore, lo strumento per eccellenza della mobilità meritocratica, pesa oggi meno di un tempo nel determinare la posizione economica di un individuo, mentre il contesto sociale e familiare di provenienza pesa di più.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa che va oltre la statistica: raccontano i limiti della cornice con cui interpretiamo il successo e il fallimento individuale. Se il reddito di una famiglia del 1427 continua a predire, con significatività statistica, il reddito dei suoi discendenti nel 2011; se un’elasticità di 0,5 lega ancora oggi il reddito di un figlio a quello del padre; se un terzo dei figli nati poveri resta povero indipendentemente da impegno e capacità; se la stessa identica persona avrebbe l’8% o il 22% di probabilità di farcela a seconda che nasca a Palermo o a Milano, allora l’idea che la posizione economica rifletta principalmente il merito individuale non è solo ottimistica: è empiricamente insostenibile.

Non significa che l’impegno non conti. Significa che raccontarlo come se fosse la variabile decisiva ignorando cognome, geografia e capitale familiare di partenza è esattamente il tradimento di cui parla questo blog: non l’assenza di merito, ma l’uso del merito come alibi per non guardare cosa lo precede.

Fonti

Perché il lusso ha smesso di significare qualcosa (e come si può tornare a misurarlo)


Read the article in English https://luxurybetrayedorgdomainonly.wordpress.com/2026/08/10/why-luxury-stopped-meaning-anything-and-how-we-can-start-measuring-it-again/

Immaginate di dover scegliere tra due orologi da polso. Il primo è un Casio G-Shock: preciso al centesimo di secondo, impermeabile fino a 200 metri, praticamente indistruttibile. Il secondo è un Patek Philippe Calatrava: meccanico, può avere anche trenta secondi di tolleranza al mese, fragile, da proteggere dall’acqua e dagli urti. Eppure il secondo costa duecento cinquanta volte di più.

Se provate a spiegare questa differenza usando la parola “lusso”, vi accorgerete presto di quanto sia diventata inaffidabile. È il primo aspetto che mi ha spinto a lavorare negli ultimi anni su un libro, ed è anche il punto da cui parte questa serie di articoli.

Un’inflazione che dura da vent’anni

Negli ultimi due decenni la parola lusso è stata piegata per legittimare quasi ogni cosa. Sono nate categorie come il mass luxury, l’affordable luxury, il masstige, l’ennesima etichetta che promette di unire l’esclusività del lusso all’accessibilità del mercato di massa. Il premium si è travestito da lusso. Ogni nuova etichetta allarga il perimetro di ciò che può fregiarsi di quella parola, e ogni allargamento ingiustificato ne svuota ulteriormente il contenuto.

Non è un fenomeno solo linguistico. Ha un corrispettivo merceologico preciso: prodotti sostanzialmente banali, spesso copiati o ispirati a icone di marche famose, privi di una genuina creatività, che basano la propria possibilità di successo essenzialmente sul prezzo, vengono presentati, e talvolta percepiti da alcuni acquirenti, come lusso.

Perché non è solo un problema di linguaggio

Si potrebbe pensare che sia un dettaglio da addetti ai lavori, una discussione da convegno accademico. Non lo è. Ogni etichetta sbagliata può produrre una decisione sbagliata.

Prendiamo la distribuzione. Se non definisco con chiarezza la natura di un prodotto, come scelgo il canale distributivo giusto per quell’azienda? Se un manager crede, anche solo in parte, che un prodotto masstige appartenga al mondo del lusso, che scelte farà in termini di prezzo, di architettura della collezione, di comunicazione? Ho visto imprese prendere decisioni di posizionamento sulla base di intuizioni superficiali o della tendenza giornalistica del momento. Ho visto marche con una loro storia, costruite sul saper fare artigiano, spostare progressivamente il proprio baricentro dal prodotto alla comunicazione del prodotto, fino a renderla quasi indipendente da esso.

Dietro la confusione tecnica c’è qualcosa di più serio: tradire il lusso significa cancellarne i contenuti, diseducare le persone ai valori di gusto, qualità e creatività che sono propri dei suoi prodotti, rinunciare a una cultura secolare del bello e del fatto bene.

Una separazione che il settore non ha mai davvero superato

C’è un’altra asimmetria che alimenta questa confusione, ed è quella tra chi studia il lusso come fenomeno merceologico, marca, prodotto, prezzo, distribuzione, e chi lo legge come fenomeno sociologico, status, identità, consumo simbolico. Pochi tengono insieme i due piani. Ed è proprio in quella separazione che nascono buona parte delle definizioni incoerenti e delle pratiche manageriali poco chiare di cui parliamo in questo ambito: è lì che il piano immateriale della marca, indispensabile nel mercato, ma complementare al prodotto, ha finito per prendere il sopravvento sul piano fisico e materiale che dovrebbe accompagnare. Certo la marca è oggi un potente strumento di rafforzamento del valore, anche in prodotti che…insomma.

Cosa serve per uscirne

Quarant’anni di esperienza nella consulenza e nell’insegnamento universitario non sono il fondamento di questo lavoro, ma sono stati l’occasione per osservare da vicino quella confusione. Ho visto framework consulenziali incompatibili tra loro, proposti e adottati senza che nessuno se ne accorgesse, e definizioni contraddittorie convivere senza mai confrontarsi.

Per uscirne non basta l’ennesima definizione. Serve un impianto teorico che permetta di misurare, non solo di descrivere. Mi sono basato sulla teoria dei sistemi aperti, quella che spiega perché le pratiche manageriali che funzionano nel lusso funzionano, e perché quelle che falliscono, falliscono, e ho costruito tre strumenti che ne discendono, restando connessi tra loro: uno per misurare un prodotto, uno per fissare il riferimento rispetto a cui ogni misurazione acquista senso, uno per trasformare il confronto tra due prodotti, o tra due momenti della stessa marca, in una diagnosi verificabile di coerenza o di diluizione.

Il tutto confluisce in un metodo che ho chiamato AGG — Ancora, Griglia, Gradiente. Nelle prossime settimane lo racconterò pezzo per pezzo, con casi reali: Cartier, Prada, Gucci, Kiton, Il Bosco Verticale.

Perché è importante ora, non tra vent’anni

Torniamo al Patek Philippe e al Casio G-Shock. La risposta più profonda non sta nella funzione, ma nel significato. Il lusso non compete sul piano dell’utilità pratica: compete sul piano del senso. E il senso, a differenza del tempo su un quadrante, si può misurare solo se si dispone degli strumenti giusti.

È il tentativo, imperfetto ma verificabile, che provo a raccontare in questo libro e in questa serie di articoli: restituire al lusso la possibilità di essere non solo raccontato, ma misurato.

Questo è il primo di una serie di articoli che accompagnano l’uscita del mio libro “Il Lusso Tradito. Definizioni e Pratiche Manageriali in un’Industria Ambigua”. Nelle prossime settimane parleremo dei beni simbolici e, a seguire, del Metodo AGG.

Chi decide chi merita?


Alla maturità 2026 il Sud stacca ancora il Nord nei voti più alti: Calabria e Puglia guidano a pari merito con il 6,1% di 100 e lode (in Calabria, sommando 100 e lode, si arriva al 16% dei diplomati); seguono Sicilia e Umbria al 4,7%. In Lombardia le lodi si fermano all’1%, in Veneto all’1,4%, in Piemonte all’1,6%.

Tre settimane prima, il Rapporto INVALSI 2026 (presentato il 16 luglio alla Camera) aveva restituito l’immagine opposta sugli stessi studenti di quinta superiore: in matematica il Nord resta sopra il 60% di studenti al livello obiettivo, mentre il Sud si ferma al 45% — nonostante un recupero di 5 punti rispetto al 2025. In italiano il divario si ripete: oltre il 60% al Nord, 47% al Sud.

Non credo che il dato dica che i ragazzi del Sud studino meno, né che quelli del Nord siano più bravi. Dice qualcosa di più scomodo: il “merito” non è una misura, è un giudizio, e il giudizio cambia a seconda di chi giudica e con quali criteri. La commissione di maturità è fatta in gran parte da chi quei ragazzi li conosce, li ha accompagnati per anni, ha un interesse — anche solo di reputazione della scuola — a vederli andare bene. INVALSI non conosce nessuno: corregge test identici, a distanza, senza volti.

Due sistemi di valutazione, stessa popolazione studentesca, due classifiche geografiche opposte. Se il merito fosse davvero una grandezza oggettiva, come spesso lo raccontiamo, i due giudizi dovrebbero convergere. Invece divergono, e la differenza non è nei ragazzi: è in chi ha il potere di dire chi merita cosa.

Questo caso farà parte del capitolo su chi giudica il merito nel libro che sto scrivendo.

Fonti

Ministero dell’Istruzione e del Merito — dati Esame di Stato 2026 (100 e lode per regione, pubblicati inizio agosto 2026); INVALSI — Rapporto nazionale 2026 (presentato il 16 luglio 2026), livelli obiettivo in Italiano e Matematica per macro-area geografica, ultimo anno secondaria di secondo grado.

Il lusso non si sente. Si pesa.


Read this article in English → https://luxurybetrayedorgdomainonly.wordpress.com/2026/08/05/weighing-luxury-the-agg-method/

Suona come uno slogan, ma è più letterale di quanto sembri: nel metodo che sto per raccontarti il lusso ha davvero un peso, otto per l’esattezza, uno per ciascuna delle variabili che lo compongono. Perché un Patek Philippe costa più di cento volte un Casio G-Shock, pur essendo meno preciso? La risposta più comune, il brand, l’artigianalità, il sogno, non è sbagliata. È solo troppo vaga per essere utile a chi deve prendere una decisione vera.

Il problema: “lusso” non vuol dire più niente

Chiedi a dieci manager del settore che cosa significhi lusso, e otterrai dieci risposte diverse, spesso incompatibili. Mass luxury, affordable luxury, masstige: ogni etichetta nuova allarga il perimetro di chi può usare quella parola, e ogni allargamento la svuota un altro po’. Nel frattempo si prendono decisioni vere, il prezzo di una linea, un nuovo canale distributivo, una licenza, su basi che non reggono alla prima domanda scomoda: rispetto a cosa lo dici?

La letteratura non manca. Veblen, Kapferer e Bastien, gli indici psicometrici di Vigneron e Johnson: teoria ce n’è. Quello che manca è uno strumento pensato per essere applicato a un caso vero e produrre un numero che due persone possano discutere, invece di due opinioni che si limitano a scontrarsi.

Ancora, Griglia, Gradiente. In tre mosse.

AGG non è un acronimo elegante: è un protocollo in tre fasi, ciascuna costruita per rispondere a una domanda che la precedente lascia aperta.

Ancora. Rispetto a cosa misuro?

Nessun giudizio vale senza un punto di riferimento dichiarato. L’ancora è il prodotto o la marca scelti esplicitamente come termine di paragone: la Birkin per Hermès, il Daytona per Rolex, la croce di Malta per Vacheron Constantin. Non è un dato oggettivo. È una scelta che si dichiara e si difende, come un benchmark in qualsiasi altra disciplina seria.

Griglia. Su cosa misuro?

Qui torniamo al peso. Otto variabili, ciascuna con un peso assegnato, applicate insieme all’ancora e all’oggetto da valutare: qualità estrema, creatività, prezzo elevato (conseguenza, non causa), scarsità, vistosità, sé esteso, attrattiva estetica, tempo e rituali. Non un elenco improvvisato: la sintesi di ciò che la letteratura ha sempre trattato separatamente.

Gradiente. Quanto pesa la distanza?

Con i punteggi in mano, il Gradiente calcola quattro cose: un punteggio ponderato complessivo, il meno utile dei quattro, ma il primo che si vede; la distanza per singola variabile, dove si nasconde la vera diagnosi; un indice sintetico di diluizione, monitorabile nel tempo; e un avvertimento, nessuno di questi numeri significa nulla in assoluto, solo in relazione ai pesi dichiarati.

Un caso, in due righe

Ancora: Cartier Love e Panthère, legittimità aristocratica e maestria orafa.

Confronto: Clash de Cartier, la linea più giovane lanciata nel 2019.

Il risultato della Griglia; non è “si sta diluendo”. È più preciso, e più utile: su creatività, Clash de Cartier supera l’ancora, un segno distintivo autonomo. Su tempo e rituali, la variabile più lenta da ricostruire, lo scarto è netto. La diagnosi vera vive lì, non nel punteggio totale.

Non funziona su tutto. Ed è giusto così

Il Metodo AGG non pesa qualsiasi prodotto. Le otto variabili codificano la logica dei beni posizionali, quelli il cui valore dipende dalla scarsità gestita, non quella dei beni di massa, dove la scarsità è un problema da risolvere, non una leva da coltivare. Uno strumento che funzionasse su tutto sarebbe troppo generico per dire qualcosa.

Quello che non fa

Non insegna a creare. Il gesto che genera una collezione resta un atto personale, cultura, sensibilità, intuito, che nessuna griglia sostituisce. Il metodo lavora sull’altra metà del problema: dare a chi difende il valore di una marca, in una stanza con un investitore o un board, un linguaggio con cui farsi discutere, invece che credere sulla parola.

Il Metodo AGG è uno dei framework originali sviluppati in Il Lusso Tradito, il mio libro di prossima pubblicazione sulla gestione del lusso contemporaneo. Lavori nel settore? Confrontiamoci nei commenti.

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