Il cognome pesa più del merito


Su cento bambini nati da genitori nel quintile di reddito più basso, undici arriveranno da adulti nel quintile più ricco. Su cento nati da genitori già nel quintile più ricco, almeno trentatré ci restano. Questa è la fotografia più aggiornata che abbiamo della mobilità sociale in Italia, costruita incrociando le dichiarazioni dei redditi di 1,7 milioni di coppie genitore-figlio.

Quante generazioni servono, in Italia, a una famiglia a basso reddito per raggiungere il reddito medio? Non è una domanda retorica: è una delle poche misure che permettono di verificare, con i numeri, se il racconto della meritocrazia regge oppure no. E più si scava nei dati, più la risposta si allontana dalla storia che ci piace raccontarci.

Cinque generazioni

Secondo il rapporto OCSE A Broken Social Elevator? How to Promote Social Mobility (2018), in Italia servono in media cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia del quintile di reddito più basso possa raggiungere il reddito medio nazionale. È lo stesso ordine di grandezza di Regno Unito e Svizzera, ma è il doppio della Danimarca, dove ne bastano due. In Francia e Germania ne servono sei. In fondo alla classifica, la Colombia arriva a undici.

Cinque generazioni significano, a spanne, oltre un secolo.

C’è un modo più diretto di misurare la stessa cosa: l’elasticità intergenerazionale del reddito, cioè quanto il reddito di un genitore predice quello del figlio. Per l’Italia le stime di Sauro Mocetti (2007) convergono intorno a 0,5. Tradotto in pratica: se un padre guadagna il 10% in più della media, in media suo figlio guadagnerà il 5% in più, indipendentemente da quanto si sia impegnato lungo la strada. È un valore alto nel confronto internazionale: in Danimarca, Norvegia e Finlandia il valore è sotto 0,2; in Perù, all’estremo opposto della classifica mondiale, sfiora 0,7. L’Italia si colloca dalla parte sbagliata della cosiddetta Grande Gatsby Curve, la relazione, proposta dall’economista Alan Krueger nel 2012, secondo cui più un paese è diseguale oggi, meno mobilità intergenerazionale avrà domani.

Il dettaglio più scomodo, però, non è la media: è la distribuzione attorno a quella media. Per capire cosa significa in pratica immagina una classe di 25 bambini, tutti nati in famiglie del quintile di reddito più basso in Italia. Statisticamente, meno di 3 di loro, l’11%, secondo lo studio più ampio mai condotto sul tema in Italia (1,7 milioni di coppie genitore-figlio), arriveranno da adulti nel quintile più ricco. Gli altri 22 non ce la faranno: alcuni miglioreranno la propria posizione spostandosi verso il centro della distribuzione pur restando sotto la media, altri, un terzo circa, resteranno esattamente dove sono nati, ma non cambia il dato di fondo: in Italia la strada dalla base alla cima la percorre appena un bambino su nove.

Il cognome che parla dal 1427

Se il dato OCSE fotografa l’Italia di oggi, uno studio della Banca d’Italia offre qualcosa di ancora più radicale: uno sguardo sulla persistenza economica delle famiglie lungo sei secoli.

Nel 2016 Guglielmo Barone e Sauro Mocetti (Temi di discussione n. 1060) hanno incrociato il catasto fiorentino del 1427 che registra redditi da lavoro e patrimoni immobiliari dell’epoca, cognome per cognome, con le dichiarazioni dei redditi dei fiorentini di oggi che portano gli stessi cognomi. Il risultato: la relazione tra la posizione economica degli “antenati” del 1427 e quella dei loro omonimi contemporanei resta statisticamente significativa e positiva ancora oggi. Un aumento di una deviazione standard nel reddito (o nel patrimonio) degli antenati si traduce in un aumento di circa il 6% (reddito) e il 7% (patrimonio) nella posizione dei discendenti.

Il dato più impressionante, forse, è questo: circa 900 dei cognomi più ricchi nella Firenze del 1427 sono ancora oggi tra i cognomi presenti in città, e li portano oltre 52.000 contribuenti fiorentini. Alcuni discendono da corporazioni di calzolai e conciatori di pelli che nel 1427 si collocavano già al 97° percentile della distribuzione del reddito; altri da famiglie di produttori di seta e giuristi, al 93° percentile. Nel 1427 insomma erano già tra il 3-7% più ricco di Firenze all’epoca.  Nonostante seicento anni di storia turbolenta: peste nera e altre epidemie, guerre, la fine della Repubblica fiorentina, l’Unità d’Italia, due guerre mondiali, i cognomi di coloro che erano ricchi allora tendono a essere ancora sopra la media oggi. Non è che tutti i ricchi del 1427 siano rimasti ricchi individualmente, ma statisticamente il vantaggio di partenza continua a conservarsi attraverso i secoli, fino ai discendenti attuali. È l’esempio più estremo del tema centrale: il vantaggio di partenza pesa più a lungo di quanto ci piacerebbe credere.

Seicento anni, e il cognome continua a parlare. E gli autori sono chiari su un punto: questa persistenza non nasce tanto dal fatto che chi parte da condizioni modeste riesca raramente a risalire, quanto dal fatto che chi era ricco nel 1427 tende, con sorprendente regolarità, a essere ancora benestante oggi. La mobilità, quando c’è, si muove più facilmente verso il basso che verso l’alto: è la persistenza dei vantaggi, non la scarsità di talento tra i poveri, a spiegare il fenomeno.

La lotteria del codice postale

Lo studio più ampio su questo tema — “Eppur si muove: mobilità intergenerazionale in Italia”, di Paolo Acciari (Ministero dell’Economia), Alberto Polo (Bank of England) e Gianluca Violante (Princeton) — incrocia le dichiarazioni dei redditi di 1,7 milioni di coppie genitore-figlio: genitori nati tra il 1942 e il 1963, figli nati tra il 1979 e il 1983, osservati a 34-38 anni di età. È lo studio da cui viene la matrice di transizione citata in apertura — 11 figli su 100 nati poveri risalgono fino al quintile più ricco, contro almeno 33 su 100 di chi ci è già nato — ed è anche lo studio che mostra come l’Italia non sia affatto un blocco unico.

Nel Nord-Est, le probabilità che un figlio guadagni più dei genitori sono paragonabili e in alcuni casi superiori a quelle di Danimarca o Norvegia. Nel Mezzogiorno, invece, la mobilità è quasi paralizzata: la posizione di partenza della famiglia resta il predittore più forte del destino economico dei figli.

Per dare un’idea concreta di cosa significhi in termini di vita reale: la probabilità di passare dal 20% più povero al 20% più ricco della distribuzione nazionale del reddito è del 22% per chi cresce a Milano (7ª provincia italiana su 110 per mobilità verso l’alto) e dell’8% per chi cresce a Palermo (106ª). Stessa nazione, stesso impegno possibile in teoria, quasi tre volte meno probabilità di farcela solo per il codice postale di partenza.

Lo studio segnala anche due dettagli scomodi. A parità di condizioni, i figli maschi risalgono la scala del reddito più delle figlie femmine: un gender bias esplicito nelle opportunità. E chi da adulto migra in un’altra regione ha, in media, più mobilità di chi resta. La mobilità di reddito, insomma, va spesso a braccetto con la mobilità geografica: bisogna essere disposti, letteralmente, a lasciare il posto in cui si è nati.

Il cognome, insomma, non pesa allo stesso modo dappertutto. Ma dove pesa di più, pesa moltissimo e la geografia della nascita si somma a quella della famiglia come secondo, potentissimo fattore che nulla ha a che fare con il merito individuale.

Cosa resta della narrazione meritocratica

Un’ultima tessera, sempre di Banca d’Italia (Questioni di Economia e Finanza n. 476, 2018): tra le generazioni più giovani, il legame tra il livello di istruzione dei figli e quello dei genitori è più forte, non più debole, rispetto al passato. L’istruzione che dovremmo considerare il grande equalizzatore, lo strumento per eccellenza della mobilità meritocratica, pesa oggi meno di un tempo nel determinare la posizione economica di un individuo, mentre il contesto sociale e familiare di provenienza pesa di più.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa che va oltre la statistica: raccontano i limiti della cornice con cui interpretiamo il successo e il fallimento individuale. Se il reddito di una famiglia del 1427 continua a predire, con significatività statistica, il reddito dei suoi discendenti nel 2011; se un’elasticità di 0,5 lega ancora oggi il reddito di un figlio a quello del padre; se un terzo dei figli nati poveri resta povero indipendentemente da impegno e capacità; se la stessa identica persona avrebbe l’8% o il 22% di probabilità di farcela a seconda che nasca a Palermo o a Milano, allora l’idea che la posizione economica rifletta principalmente il merito individuale non è solo ottimistica: è empiricamente insostenibile.

Non significa che l’impegno non conti. Significa che raccontarlo come se fosse la variabile decisiva ignorando cognome, geografia e capitale familiare di partenza è esattamente il tradimento di cui parla questo blog: non l’assenza di merito, ma l’uso del merito come alibi per non guardare cosa lo precede.

Fonti

Il lusso non si sente. Si pesa.


Read this article in English → https://luxurybetrayedorgdomainonly.wordpress.com/2026/08/05/weighing-luxury-the-agg-method/

Suona come uno slogan, ma è più letterale di quanto sembri: nel metodo che sto per raccontarti il lusso ha davvero un peso, otto per l’esattezza, uno per ciascuna delle variabili che lo compongono. Perché un Patek Philippe costa più di cento volte un Casio G-Shock, pur essendo meno preciso? La risposta più comune, il brand, l’artigianalità, il sogno, non è sbagliata. È solo troppo vaga per essere utile a chi deve prendere una decisione vera.

Il problema: “lusso” non vuol dire più niente

Chiedi a dieci manager del settore che cosa significhi lusso, e otterrai dieci risposte diverse, spesso incompatibili. Mass luxury, affordable luxury, masstige: ogni etichetta nuova allarga il perimetro di chi può usare quella parola, e ogni allargamento la svuota un altro po’. Nel frattempo si prendono decisioni vere, il prezzo di una linea, un nuovo canale distributivo, una licenza, su basi che non reggono alla prima domanda scomoda: rispetto a cosa lo dici?

La letteratura non manca. Veblen, Kapferer e Bastien, gli indici psicometrici di Vigneron e Johnson: teoria ce n’è. Quello che manca è uno strumento pensato per essere applicato a un caso vero e produrre un numero che due persone possano discutere, invece di due opinioni che si limitano a scontrarsi.

Ancora, Griglia, Gradiente. In tre mosse.

AGG non è un acronimo elegante: è un protocollo in tre fasi, ciascuna costruita per rispondere a una domanda che la precedente lascia aperta.

Ancora. Rispetto a cosa misuro?

Nessun giudizio vale senza un punto di riferimento dichiarato. L’ancora è il prodotto o la marca scelti esplicitamente come termine di paragone: la Birkin per Hermès, il Daytona per Rolex, la croce di Malta per Vacheron Constantin. Non è un dato oggettivo. È una scelta che si dichiara e si difende, come un benchmark in qualsiasi altra disciplina seria.

Griglia. Su cosa misuro?

Qui torniamo al peso. Otto variabili, ciascuna con un peso assegnato, applicate insieme all’ancora e all’oggetto da valutare: qualità estrema, creatività, prezzo elevato (conseguenza, non causa), scarsità, vistosità, sé esteso, attrattiva estetica, tempo e rituali. Non un elenco improvvisato: la sintesi di ciò che la letteratura ha sempre trattato separatamente.

Gradiente. Quanto pesa la distanza?

Con i punteggi in mano, il Gradiente calcola quattro cose: un punteggio ponderato complessivo, il meno utile dei quattro, ma il primo che si vede; la distanza per singola variabile, dove si nasconde la vera diagnosi; un indice sintetico di diluizione, monitorabile nel tempo; e un avvertimento, nessuno di questi numeri significa nulla in assoluto, solo in relazione ai pesi dichiarati.

Un caso, in due righe

Ancora: Cartier Love e Panthère, legittimità aristocratica e maestria orafa.

Confronto: Clash de Cartier, la linea più giovane lanciata nel 2019.

Il risultato della Griglia; non è “si sta diluendo”. È più preciso, e più utile: su creatività, Clash de Cartier supera l’ancora, un segno distintivo autonomo. Su tempo e rituali, la variabile più lenta da ricostruire, lo scarto è netto. La diagnosi vera vive lì, non nel punteggio totale.

Non funziona su tutto. Ed è giusto così

Il Metodo AGG non pesa qualsiasi prodotto. Le otto variabili codificano la logica dei beni posizionali, quelli il cui valore dipende dalla scarsità gestita, non quella dei beni di massa, dove la scarsità è un problema da risolvere, non una leva da coltivare. Uno strumento che funzionasse su tutto sarebbe troppo generico per dire qualcosa.

Quello che non fa

Non insegna a creare. Il gesto che genera una collezione resta un atto personale, cultura, sensibilità, intuito, che nessuna griglia sostituisce. Il metodo lavora sull’altra metà del problema: dare a chi difende il valore di una marca, in una stanza con un investitore o un board, un linguaggio con cui farsi discutere, invece che credere sulla parola.

Il Metodo AGG è uno dei framework originali sviluppati in Il Lusso Tradito, il mio libro di prossima pubblicazione sulla gestione del lusso contemporaneo. Lavori nel settore? Confrontiamoci nei commenti.

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Perché non dobbiamo lasciare l’Italia in mano agli scienziati.


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L’Italia rischia di affondare: per rilanciare l’Italia e progettare il nostro futuro non dobbiamo lasciare le scelte in mano agli scienziati o ai tecnici.  Torniamo alla politica.

 

La medicina ha fatto una gran brutta figura in questo periodo di Covid19.

Dagli scienziati ne abbiamo sentite di tutti i colori in questi difficili mesi: “le mascherine non servono; le mascherine sono essenziali; il virus si estingue con il caldo; il virus continuerà a girare; si ripresenterà in autunno; ha perso la sua forza; è clinicamente estinto; si può risolvere il problema con….; bisogna aspettare il vaccino; l’OMS dice che….; il professor tale sostiene che…”. Insomma pareri opposti, polemiche anche aspre fra gli addetti ai lavori, ricette discordi e noi impauriti, confusi chiusi in casa a chiederci come mai oggi, nel 2020, non fosse possibile trovare una soluzione diversa da quelle che venivano suggerite nel corso delle pestilenze o della spagnola, con tanti esperti in tutto il mondo coinvolti.

Che siano virologi, infettivologi, economisti o studiosi della politica, di una cosa sono certo: considerandoli “scienziati” attribuiamo loro delle capacità ed un potere che per la natura stessa della loro disciplina non possono avere.

È già successo, più di una volta: quando la regina Elisabetta d’Inghilterra, dopo la crisi del 2008, andò in visita alla prestigiosa London School of Economics, fece al rettore una domanda che tutti ci siamo fatti nella nostra testa: perché nessuno ha previsto il disastro?

Già, perché gli scienziati non riescono a prevedere i disastri?

La parola è la più potente di ogni arma, pare che dicesse l’egiziano Ptahhotep circa 5.000 anni fa, e noi abusando della parola scienza, utilizzandola in maniera indiscriminata, ne abbiamo modificato e diluito il senso. Gran parte del problema infatti nasce, ne sono sempre più convinto, dalla ambiguità del termine scienza.

A proposito: scienza o scienze?

Siamo portati a definire scienza qualsiasi disciplina studiata nelle università, attribuendo a queste la stessa affidabilità delle scienze sperimentali. Ma le scienze non sono tutte uguali in termini di affidabilità, contenuto di verità e soprattutto per quanto riguarda le conseguenze sulla vita quotidiana delle persone. Li chiamiamo scienziati, ma spesso sono solo esperti. Ed ancora una volta il linguaggio non aiuta: in questi giorni ho sentito i giornalisti chiamarli scienziati, e loro stessi, parlando del loro lavoro, dire che “attraverso una ricerca scientifica abbiamo dimostrato, verificato, provato…”. Certo queste discipline accademiche hanno un metodo, autorevoli pubblicazioni, un sistema di relazioni e di verifiche tra studiosi, ma basta questo per definirle scienze?

Quando definiamo scienza una disciplina, nella nostra mente, per il retaggio di cultura scolastica tradizionale, le attribuiamo tre caratteristiche che derivano da una visione deterministica e galileiana:

  1. la scienza è conoscenza (cioè è in grado di spiegare di un fenomeno perché avviene, come avviene, che cosa in realtà succede)
  2. la scienza è capace di fare previsioni (quando qualcosa si verificherà, in quali forme, chi ne avrà vantaggio o svantaggio)
  3. la scienza può trovare soluzioni ai problemi.

Non è più così per nessuna disciplina scientifica.

Senza voler entrare in problemi di filosofia della scienza, semplificando, esiste una distinzione precisa tra scienze dure (hard science) come la fisica, la chimica e in gran parte anche la biologia e scienze molli (soft science) o, a me piace di più chiamarle scienze sociali o umane, come la sociologia, l’economia, la medicina. Nelle prime le situazioni sono replicabili, cioè in laboratorio o in natura posso ripetere un fenomeno che sto osservando quante volte voglio, posso definirne le caratteristiche attraverso il linguaggio matematico e posso verificare come, dati alcuni presupposti, da questi derivino sempre alcune conseguenze.

Nelle scienze umane i fenomeni che si osservano non possono essere replicati, non vi sono laboratori possibili, né è mai possibile ricreare le stesse condizioni.

Non è l’utilizzo della matematica o della statistica che garantisce per il risultato, ma è la falsificabilità. Secondo Karl Popper, uno dei più importanti epistemologi contemporanei, “Una teoria è scientifica nella misura in cui può essere smentita“, probabilmente ispirato da una frase di Einstein contenuta in una lettera del 1926 a Max Born, «Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato».

In realtà da una parte il problema è nostro: abbiamo attribuito alla medicina, alla sociologia ed all’economia la stessa fiducia che attribuiamo alle scienze sperimentali, ma, pure se imbottite di cifre e di statistiche, anche se nutrite da ruminatori di numeri e da modelli matematici, non sono certamente scienze in quel senso. Dall’altra dipende dal linguaggio stesso di queste discipline che parlano di teorie, quando dovrebbero parlare di ipotesi e così via.

In pratica dovremmo attribuire ad ogni disciplina un gradiente di “affidabilità” che segue i principi di replicabilità e falsificabilità e procede per livelli diversi dalla fisica verso la psicoanalisi che Popper, che aveva lavorato a lungo con Adler, considera una pseudoscienza.

Ogni scienza genera una tecnica…e qui cominciano i problemi

Anche se non sono tutti d’accordo, io sono convinto che la medicina, l’economia o la sociologia abbiano contribuito, anche se in modo diverso (anche facendo danni diversi), alla nostra possibilità di vivere meglio. Dico solo che quelle che noi chiamiamo genericamente scienze non sono tutte uguali in termini di affidabilità, contenuto di verità e, quando diventano tecnologie, non sono tutte uguali per quanto riguarda le conseguenze sulla vita quotidiana delle persone.

Il progresso che attribuiamo alle scienze, infatti deriva dalle applicazioni delle scienze stesse: tecnologie o ingegnerie.  Se considero scienza qualsiasi disciplina accademica ed attribuisco a questa il portato di affidabilità delle scienze sperimentali, forse danni ne faccio pochi. Se per esempio la teoria della relatività di Einstein non fosse vera, avremmo qualche gadget tecnologico in meno, peccato, ma non avremmo un vero e proprio danno e nel complesso riusciremmo a cavarcela.

Se invece una teoria virologica o economica (bisognerebbe chiamarle ipotesi, non teorie) è sbagliata e ne facciamo derivare leggi, norme, protocolli clinici o scelte di ingegneria sociale, potremmo fare macelleria sociale e la vita delle persone ne risentirebbe profondamente.

Insomma le scienze umane non fanno male finché non me le applicano addosso, poi qualche rischio c’è. Quanti danni sono stati fatti alle persone da una visione accademica presuntuosa e infondata? Quante persone e famiglie hanno sofferto e sono state private di diritti che la società aveva garantito loro come conseguenza di tante conquiste sociali? La situazione Covid 19 che stiamo ancora vivendo e l’esperienza della Grecia sono emblematiche.

Una politica succube degli scienziati e dei tecnici può distruggere la società.

Secondo Kuhn (uno dei più importanti studiosi contemporanei di filosofia della scienza), le scienze dure sono orientate in ogni periodo storico da una specifica visione del mondo che indirizza l’attività degli scienziati selezionando i problemi di cui interessarsi, i fenomeni da osservare ed i metodi di ricerca da utilizzare e le ricerche da finanziare.

A maggior ragione le scienze umane non possono essere neutrali anche per la loro stessa natura. Si tratta infatti di punti vista, interpretazioni che generano ipotesi e seguono spesso tendenze o mode diffuse tra gli scienziati sociali. La scienza infatti non è mai qualcosa di astratto e separato dalla realtà nella quale viviamo. E tutto ciò aumenta il grado di indeterminatezza di queste scienze.

È importante quindi che, sia gli scienziati sociali che noi, abbiamo una maggiore consapevolezza rispetto al loro essere scienze, poiché la loro natura è legata alle persone ed alla società.

La politica non può e non deve trovare alibi o giustificazioni per le sue scelte mancate dietro a esperti, task force, Stati Generali; tutto ciò aumenta solo la confusione.

I soldi che arriveranno, da qualunque fonte, che sia l’Europa o l’emissione di titoli, non vanno spesi in prebende sussidi e mance, elettorali o demagogiche.

Come utilizzarli per risolvere davvero i problemi ormai è chiaro: pubblica amministrazione costosa, farraginosa e inefficiente; leggi di difficile attuazione, incomprensibili alla maggior parte delle persone; enti pubblici che non riescono a produrre progetti e gestire appalti; magistratura autoreferenziale con una giustizia civile e penale lunga, che non garantisce più la certezza del diritto e della pena;  sistema fiscale che ci obbliga sempre a ricorrere a commercialisti, patronati, Caf per riuscire a fare qualsiasi cosa; stato sociale sempre più debole; investimenti in scuola, ricerca e sviluppo e innovazione ridotti a pochi spiccioli a causa degli incredibili sprechi della macchina burocratica; parlamento ridotto ad mero ornamento, esautorato dai suoi compiti.

Non è un problema di soldi: è un problema di mentalità e di organizzazione. Ogni volta che chiediamo ad esperti, task force o ricorriamo a qualsiasi altra diavoleria, stiamo solo perdendo tempo.

Diciamocelo finalmente ed una volta per tutte, togliamoci gli alibi: la politica non è ascoltare, è rispondere ai problemi con soluzioni efficaci.

Stati Generali, task-force, esperti: l’alibi dell’ascolto


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La politica è ascolto è un luogo comune erroneo e pericoloso che da almeno vent’anni ricorre in tutte le salse. No, caro eletto, se sei lì, al parlamento o al consiglio di quartiere, è perché io cittadino mi aspetto da te soluzioni.

Il lavoro del politico non è l’ascolto, semmai questo può essere un mezzo, a volte un mezzuccio per giustificare la tua insipienza (ormai spesso sei diventato solo una mano che si alza a comando). Il tuo lavoro, caro politico è trovare soluzioni efficaci ai problemi, è per questo che ti abbiamo eletto.

Da dove nasce questa idea che la politica si faccia con l’ascolto e che è diventata un vero strumento di “distrazione di massa”? Ho provato a fare una breve lista.

  1. Gli anni della concertazione. Tutto comincia secondo me nel 1993 (al governo c’era Ciampi), quando l’accordo tra governo di centro sinistra e sindacati consentì di affrontare con successo il problema dell’inflazione.

Oggi questo sistema è entrato in crisi perché i corpi intermedi, i sindacati in primis, hanno assunto un atteggiamento solo corporativo, perdendo di vista l’interesse generale; la politica cerca più il consenso che la responsabilità delle decisioni e infine la società non è più basata sull’operaio ed il padrone. Quello che ci portiamo dietro è l’idea che la pratica politica passi attraverso l’incontrare persone. Oggi non è nemmeno più negoziazione come nel 1993, spesso è incontro fine a se stesso.

  1. Il profilo di chi fa politica è cambiato, anche in maniera profonda. Prima si arrivava ad una carica elettiva dopo un lungo processo di selezione e formazione, che si trattasse delle associazioni giovanili, dei sindacati, dei partiti non ti trovavi dall’oggi al domani proiettato in una posizione senza aver percorso una strada, a volte anche lunga. Questo processo garantiva che chi aveva deleghe di rappresentanza politica fosse espressione degli interessi di un territorio o di una categoria, quindi conoscesse i problemi. Vi era poi un raccordo, che forse oggi manca completamente, tra i vari livelli di rappresentanza: dai consigli di quartiere al governo, che garantiva il flusso delle informazioni su problemi e situazioni particolari.
  2. Il centralismo. Con l’idea di superare i problemi abbiamo accentrato le decisioni. Il decentramento locale non è stato mai messo davvero in atto, per quanto previsto dalla Costituzione più bella del mondo. L’Italia è lunga, con problemi e caratteristiche diverse anche nella stessa regione, il centralismo ha reso impossibile leggere lo specifico dei territori.

Consideriamo ad esempio le scelte di politica industriale: queste nascono da territori, settori, filiere produttive che vanno lette ed interpretate. La politica industriale al contrario, resa centralistica, è diventata solo gestione della finanza pubblica con le leggi finanziarie. Il resto è solo inutile dettaglio che distrae soldi e toglie al governo lo spazio per seguire i suoi interessi.

  1. La politica mediatizzata con social e tweet ha poi portato ad utilizzare questi strumenti per mostrare di essere attivi, per comunicare, quasi che un politico sia diventato alla stregua di un influencer, pagato in base ai follower ed ai like. I voti però sono un’altra cosa.

Davvero non sappiamo di che cosa una nazione o una città hanno bisogno? Davvero ignoriamo quali sono i problemi che devono essere affrontati? Abbiamo davvero bisogno di Stati Generali, task-force ed esperti?

Chi fa politica oggi deve avere un approccio realista, deve guardare a quello che succede senza idealismi di maniera o un pragmatismo ottuso.

Abbiamo bisogno dell’ascolto per renderci conto del fatto che ci sono aziende piccole o grandi, artigianali o industriali che sono portatrici di valori, che garantiscono e generano occupazione, innovano, esportano, costruiscono il futuro? Queste vanno incentivate e supportate. Ce ne sono altre che non hanno possibilità di stare in piedi (quali che siano i motivi) e queste vanno aiutate a chiudere. È un atteggiamento crudele? Non credo, le risorse, sempre scarse per quante siano, sono degli italiani e vanno utilizzate bene.

Abbiamo bisogno dell’ascolto per capire che ci sono lavoratori che dolorosamente saranno espulsi dal mercato, aiutiamoli a trovare nuove opportunità, se è possibile, in ogni caso garantiamo loro una vita decente. Ma la maggior parte dei lavoratori vuole lavorare seriamente ed avere soddisfazione dal lavoro. Come la maggior parte degli imprenditori vuole lavoratori che lavorino bene, adeguatamente retribuiti, che siano stabilmente legati all’azienda. Cambiare il personale perché qualcuno va via spesso genera inefficienze anche nel caso dei lavori più umili.

Questa è un esempio di una visione realista che ci può aiutare a costruire: se vogliamo vedere la realtà scopriremo che il re è nudo.

Diciamocelo finalmente ed una volta per tutte, togliamoci gli alibi: la politica non è ascoltare Stati Generali, task-force ed esperti, la politica è rispondere ai problemi con soluzioni efficaci, prendendosi la responsabilità delle scelte.

5 consigli per chi da poco lavora nel lusso.


imagesProvateci anche voi! Ho digitato luxury su Google ed ho ottenuto 239.000.000 di risultati: una concessionaria tedesca di auto usate, un burger restaurant, la personalizzazione con cristalli Swarovski di oggetti diversi, un agriturismo in Toscana e poi riviste, oggetti, servizi, ma nessuno di questi rimandi, almeno nelle prime pagine, portava a qualcosa che avesse realmente a che fare con il lusso.

Niente di strano: è una parola abusata che è poco adoperata da chi realmente può fregiarsene. Farlo non è segno di classe e di buon gusto; agli altri, ai clienti, il giudizio.

Il lusso: l’ABC

Lusso è certamente un termine ambiguo che fa riferimento ad un concetto ambiguo. Non si può certo dire, ad esempio, che un oggetto sia di lusso solo perché è molto costoso, ma non si può nemmeno dire che un bene sia di lusso senza che sia decisamente costoso.

Gli studiosi e gli addetti ai lavori hanno provato a definire, a segmentare (masstige, lusso democratico, soft luxury, eccetera) con la conseguenza che oggi più o meno tutto sia lusso. Grandi società di consulenza internazionali si esercitano a valutare l’andamento di questo settore (ma come hanno definito il lusso non mi è chiarissimo). Addirittura istituzioni come il parigino Comité Colbert, fondato nel 1954, hanno promosso ricerche, studi, analisi per definirlo; sembra quasi che finalmente ci abbiano rinunciato poiché oggi la loro mission è quella di promuovere il gusto francese, (una specie di Made in France, che almeno hanno il buon gusto o lo sciovinismo di dire in francese) ed in secondo luogo di mettere in opera la strategia collettiva del lusso francese. Noi italiani, maestri, non potevamo non avere un segmento luxury in Borsa Italiana nel quale accanto a Salvatore Ferragamo c’è Geox, c’è Damiani, ma c’è anche Stefanel, c’è Basic Net (Robe di Kappa e Superga) e poi Luxottica, Safilo, Marcolin, Zucchi, Caleffi.
C’è di tutto, manca solo il lusso.
La parola è la più potente di ogni arma, pare che dicesse l’egiziano Ptahhotep circa 5.000 anni fa, e noi abusando della parola le togliamo la forza, la capacità di rappresentare concetti. L’origine della crisi attuale del pensiero critico nasce, in tutte le discipline, dalla confusione semantica che si trova ormai anche nei linguaggi specializzati. Tutti parlano di tutto portando all’eccesso il relativismo culturale. Le parole vengono utilizzate arbitrariamente stiracchiandone il significato, estendendole; il pressapochismo  di un diffuso giornalismo, la necessità di magnificare, esaltare, strizzare l’occhio in maniera compiacente ci portano ad utilizzare parole dimenticando che l’abuso ne svuota il senso e quindi distrugge il pensiero critico.

Non ho nessuna voglia e francamente credo che non sia utile proporvi una definizione da vocabolario. In realtà se riuscite a farvi considerare lusso dai vostri clienti, buon per voi: vi riconosceranno un premium price o vi preferiranno ad altri. Magari quello che è importante e che, se lavorate in un’azienda che in qualche maniera appartiene all’ambito dei beni simbolico espressivi, voi, specie se siete manager, sappiate esattamente dove la vostra azienda si colloca, altrimenti potreste fare danni, e lo abbiamo già visto.

Cinque punti per orientarsi

È proprio a chi vorrebbe lavorare in questo ambito o si è appena avvicinato per studiarlo che voglio dare qualche suggerimento che deriva da una lunga esperienza di lavoro e di studio in questo settore.

Parlare di lusso vuol dire parlare di prodotti perché il lusso è prima di tutto un prodotto. Solo attraverso questi una marca, se ha un suo DNA ed ha le competenze necessarie, può divenire marca del lusso.

  1.  C’è grande confusione tra marca e prodotto di lusso. Paradossalmente il prodotto di lusso per essere davvero unico ed esclusivo non ha marca. Per altro vale la pena ricordare ricordare che  non tutti i prodotti delle cosiddette marche del lusso sono prodotti di lusso e questa scelta è funzionale al business.
  2. Definiscilo come vuoi, ma il lusso è un gradiente, è un continuum da zero ad infinito. Nella nostra cultura occidentale, specie in quella attuale, siamo portati ad una valutazione per estremi: si o no, è di lusso o non lo è, è marca o non lo è. La realtà si esprime per gradi con continuità. Solo il confronto tra prodotti ci consente di provare a metterli in ordine. La valutazione di ciò che è lusso funziona meglio se confronti due o più prodotti o servizi.
  3. Se vuoi considerare la moda come parte del lusso, fai pure: sappi però che non c’entra niente. Il prodotto di moda, ad esempio, ha per sua natura un carattere effimero, l’oggetto di lusso è per sua natura atemporale, non perde valore con il passare degli anni, anzi a volte questo si accresce.  Pochissimi prodotti che appartengono all’ambito della moda, in genere si tratta di accessori, ma non solo, possono legittimamente essere considerati lusso.
  4. Il lusso per me è passione per il prodotto, per come è, per la sapienza manifatturiera da cui nasce, per  la cultura che lo ha generato. Per alcuni è diventato frenetica eccitazione di possesso, gnaulii e scodinzolamenti eccitati, esibizione. Quando vedo un prodotto di lusso mi viene forte la voglia di conoscere chi lo ha fatto, di capire di vedere mentre il prodotto nasce. È apprezzamento per la qualità ed in quanto tale educa al bello ed al fatto bene. Certo che la marca conta, ma viene sempre dopo il prodotto.
  5. Attenti a chi parla troppo di esperienza. C’è un’esperienza che nasce dal rapporto con il prodotto e questa arricchisce, è memorabile, e poi c’è la sovrastruttura: tutto ciò che serve per andare sul mercato approfittando della confusione quando non hai il prodotto.  Forse è l’ora di tornare alle cose vere.

Infine un consiglio, forse il più importante. Quando ti avvicini ad un settore, qualsiasi esso sia, sappi che c’è quasi sempre in images (1)azienda qualcuno avanti negli anni, donna o uomo, che ha passato la vita vicino al prodotto.
È facile da riconoscere: è orgoglioso di quello che fa,  ha amore per il suo lavoro, forse è un po’ burbero, ma se scopre che hai vero interesse ti insegnerà tante cose.
Parlaci ed imparerai.

 

Perché gli economisti sbagliano.


crystal ballGli economisti sbagliano perché sono crudeli? Perché sono stupidi? Perché traggono vantaggio dai loro errori? Oppure ci sono altri motivi? Se i meteorologi predicono sole e invece piove a catinelle è certamente un fastidio, specie se non hai l’ombrello con te, ma in fondo non è poi così grave. Se gli economisti sbagliano fanno grandi danni e non c’è ombrello che tenga, come ben sappiamo poiché lo paghiamo sulla nostra pelle. Gli errori più spropositati e grossolani che abbiamo visto commettere nel corso di questi anni riguardano certamente l’economia. Non ne voglio fare una lista, sarebbe troppo lunga per stare in un unico post e forse è inutile, ma cercherò di raccontarne le cause in maniera facile.

L’economia è una disciplina complessa che si occupa della ricchezza delle nazioni, della moneta e delle sue implicazioni, degli scambi di beni, delle aziende e addirittura di etica. Si propone insomma come una “teoria del tutto” attraverso la quale si riesce ad analizzare e spiegare ogni aspetto delle attività umana. Gli economisti ormai, star onnipresenti nei programmi televisivi e nei salotti, nelle manifestazioni culturali e sulle pagine dei quotidiani, sistematicamente terrorizzano con le loro raccomandazioni una classe di politici ignavi e senza idee, che si aggrappano a queste come a verità inconfutabili, salvo poi essere sempre smentite dai fatti.

Negli ultimi anni gli economisti non hanno certamente dato buona prova di sé. Da troppo tempo sentiamo importanti banchieri centrali o paludati e influenti professori predire che “si vede una luce in fondo al tunnel”, piuttosto che la ripresa ci sarà, alternativamente, nella seconda parte dell’anno oppure nel primo semestre dell’anno successivo. La cronaca e la vita quotidiana continuano a smentire queste previsioni. Eppure sistematicamente questi signori continuano a somministrare ricette che applicate si dimostrano inefficaci.

L’economia nel tempo si è sempre più allontanata dall’uomo, che dovrebbe essere il suo soggetto di studio e del quale praticamente non si cura più: salva gli Stati, ma a spese dei cittadini; salva le Banche, ma a spese delle aziende che producono cose e danno lavoro. Lo strumento della previsione è l’arma del potere e questo aumenta grazie all’importanza sempre maggiore che assumono i tecnici nella nostra società. Le loro affermazioni, formulate con un linguaggio specialistico e supportate da numeri ed equazioni, vengono assunte come scienza, dimenticando che l’economia è scienza ben diversa dalla fisica o dalla chimica. A mano a mano che si afferma la tecnocrazia gli economisti assumono posizioni sempre più importanti, il loro potere aumenta ed i danni diventano smisurati.

A sentire l’illustre e celebrato Keynes  “L’economista deve studiare il presente alla luce del passato per fini che hanno a che fare col futuro”.  Ed è proprio riflettendo su questa definizione che possiamo trovare una interessante risposta.

Dal punto di vista del metodo l’economista, che parte sempre da una ipotesi, raccoglie dati storici, individua le variabili che ritiene più significative e cerca di capire come queste sono collegate creando delle equazioni che legano tra loro queste variabili. Analizzando il passato verifica che l’equazione funzioni e su questa produce le sue previsioni. Per quanto i computer permettano di elaborare equazioni anche molto complesse gli economisti tendono a lavorare con un numero limitato di variabili e utilizzano solo quelle che funzionano, cioè quelle che si modificano in maniera regolare. È logicamente una semplificazione, ma è sempre stata considerata accettabile.

A questo punto sorgono due problemi: da una parte gli errori di calcolo (volontari o involontari), dall’altra la scelta delle variabili.  Ad esempio tutto il terrificante rigore applicato dall’Unione Europea, dal FMI e dalle principali agenzie internazionali è stato supportato da uno studio del duo Reinhart-Rogoff, professori ad Harvard, che in un loro studio dimostravano che se una nazione ha debiti superiori al 90% del PIL la crescita crolla drasticamente. E quindi tutti in Europa a portare giù il debito a costo di qualsiasi sacrificio, ma nessuno ha controllato i calcoli dei professori. Semplicemente avevano trascurato alcuni casi, insomma, sembra incredibile, ma avevano sbagliato a fare i conti. Chiaramente nessuno ne risponde, né i due illustri studiosi, né che gli ha dato retta senza controllare.

La scelta delle variabili che entrano nelle equazioni è un’altra fonte di errori. Alla base di queste variabili c’è il presupposto che le persone agiscano in maniera razionale, cercando sempre di seguire programmi precisi, con una logica in base alla quale ogni effetto è legato a cause chiare e definibili. Molto semplicemente non è così. Consiglio a tutti la lettura di Kahneman, Nobel per l’economia del 2002, che purtroppo pochi economisti hanno letto e che ha ampiamente dimostrato che, fortunatamente, aggiungo io, le decisioni che noi prendiamo violano sistematicamente alcuni principi di razionalità.

L’integrazione delle economie, la quantità di beni sul mercato e l’importanza crescente del valore simbolico di questi ha comportato uno smisurato aumento della complessità del sistema è questo il motivo per cui piccoli cambiamenti relativi ad una trascurata variabile possono scatenare tifoni. In queste condizioni  è sempre più arrogante la capacità di questi modelli di predire i comportamenti.

Insomma gli economisti, per quanto cerchino di nasconderlo, nel somministrarci le loro ricette continuano a credere in un mondo perfetto e sterile nel quale gli imprevisti, anche quelli naturali, non esistono; un mondo nel quale le persone scelgono e si comportano nella stessa prevedibile maniera; un mondo che all’infinito continua ad essere come era nel passato. Un mondo ed un uomo che se mai sono esistiti, oggi certamente non esistono più.