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Comprereste un orologio bellissimo, il movimento rifinito a mano fin nei dettagli più nascosti, le proporzioni perfette, il meccanismo progettato con grande cura, se nessuno al mondo, mai, potesse vederlo al vostro polso? Fatevi questa domanda. Non è retorica. La risposta dice più cose sul vero lusso di cento pagine di marketing.
C’è una cosa che sopporto sempre meno, e una che scopro sempre di più. Sopporto sempre meno l’ignorante che confonde il prezzo con la qualità, e il ricco maleducato che confonde il logo con il buon gusto. Non è lo stesso atteggiamento, per quanto i due personaggi si somiglino molto. Uno guarda un oggetto e vede il prezzo sul cartellino. L’altro guarda lo stesso oggetto e vede il marchio sul cartellino. Il bello, invece, si impara a riconoscerlo osservando gli oggetti con pazienza, non in un’aula o sui libri. Richiede tempo ed esperienza
Il racconto ufficiale sul lusso, va detto, asseconda parecchio i miei due personaggi. Ruota quasi sempre attorno a due funzioni. Gratificarsi. Ma soprattutto dire qualcosa di sé agli altri, o meglio, urlarlo. Jean Noël Kapferer, uno degli accademici che il lusso lo ha studiato sul serio, distingue da anni una dimensione personale e una dimensione sociale del valore di un prodotto di lusso. Indovinate quale delle due riempie oggi i profili social e i tavoli dei ristoranti dove si ordina la bottiglia più cara solo per farla vedere ai nostri ospiti o al tavolo accanto. Non certo quella personale.
Il guaio, per il nostro ricco maleducato, è che il confronto con gli altri non sazia mai. Lo sapeva già Epicuro, il filosofo del piacere più frainteso della storia (altro che gozzoviglie: viveva di pane, acqua e un po’ di formaggio, altro che yacht). Epicuro distingueva i desideri naturali, quelli che nascono da un bisogno vero e si possono soddisfare, dai desideri vani, alimentati solo dall’opinione altrui e dal bisogno di superare qualcun altro. Il ricco maleducato essendo ricco ha già soddisfatto i bisogni veri, ma essendo maleducato vive quasi solo di desideri vani, e la sua vita assomiglia a una corsa senza traguardo. Compra l’orologio più grosso. Poi lo yacht più lungo. Poi la villa con più stanze di quante gliene servano. Ogni volta è convinto che sia la volta buona, quella che finalmente lo metterà a posto per sempre. Non lo è mai. Basta che nel porto sia ormeggiato uno con la barca un metro più lunga della sua, e si riparte daccapo. Scommettete quello che volete: non gli basterà mai.
Il piacere vero, quello che non ha bisogno di pubblico, nasce altrove. William Morris lo diceva nel 1880, in una conferenza tenuta a Birmingham: non abbiate in casa niente che non sappiate essere utile, o non crediate che sia bello. Provate a immaginare la faccia del ricco maleducato davanti a questa frase. Probabilmente chiederebbe quanto costa essere bello, convinto che sia un servizio in abbonamento.
Prima di Morris, John Ruskin aveva già capito il perché. Ne Le Pietre di Venezia scriveva che l’imperfezione è in un certo senso essenziale a tutto ciò che conosciamo della vita: la piccola imprecisione nella pietra scolpita a mano rivela una persona vera dietro l’oggetto, non un macchinario. Il nostro amico ignorante, davanti a quella imprecisione, direbbe solo: è difettoso, chiedo lo sconto.
C’è una parola che uso apposta in questo post: bello. Non uso “mi piace”. Sono due cose diverse, anche se molti banalmente le confondono. Mi piace è un riflesso: dice qualcosa di me, arriva subito, e non chiede il consenso di nessuno. È bello è un giudizio: nasce anch’esso da un sentimento, ma richiede che chi guarda con attenzione arrivi alla stessa conclusione. Il problema del nostro ricco maleducato è che, in realtà, quell’oggetto non gli piace nemmeno. Non capisce che vuol dire. Gli piace solo che voi lo vediate mentre dice che gli piace.
Kant lo aveva già compreso bene, due secoli fa, senza conoscere di persona nessuno che avesse uno yacht. E prima ancora di lui, Hume aveva notato che alcuni giudizi di gusto sono più affidabili di altri: quelli di chi ha pratica, esperienza, occhio allenato dal confronto. Il bello si educa. Il “mi piace” no.
Questo fatto non l’ho imparato sui libri. Passo ore, quando posso, a guardare oggetti fatti bene: una giacca cucita a mano, la pagina di un libro antico, una porta intarsiata, una architettura ben proporzionata. All’inizio si guarda e basta. Poi, con il tempo, l’occhio comincia a vedere quello che prima gli sfuggiva: una cucitura più netta di un’altra, una proporzione che torna meglio, un dettaglio lasciato volutamente imperfetto. Nessuno me lo ha insegnato a lezione. L’ho imparato guardando con calma, senza fretta.
Non è filosofia da salotto, per fortuna. Uno studio pubblicato nel 2015 sul Journal of Marketing, firmato da Christoph Fuchs, Martin Schreier e Stijn van Osselaer, lo ha misurato. I consumatori sono disposti a pagare in media il 17% in più, fino al 25% per chi ha una disponibilità a spendere maggiore, per un prodotto presentato come fatto a mano invece che a macchina. Il motivo, scrivono gli autori, è che un oggetto fatto a mano sembra contenere simbolicamente l’affetto di chi lo ha realizzato. Non è un’impressione vaga. È un dato, raccolto in laboratorio, non da un influencer pagato per dirlo.
Mihaly Csikszentmihalyi, lo psicologo che per anni ha studiato quali oggetti domestici le persone amano davvero, ha trovato qualcosa di simile. Gli oggetti più cari a chi li possiede raramente sono i più costosi o i più esibiti. Stranamente, nessuno dei suoi intervistati ha mai citato il portapenne placcato oro ricevuto come regalo di Natale da un fornitore.
Quindi no, il lusso vero non è solo gratificarsi e voler dire agli altri qualcosa di sé, per quanto il ricco maleducato voglia convincervi del contrario, magari mentre vi mostra la fattura. C’è una terza componente, più silenziosa e per me più importante, di cui il marketing non parla perché non si vende in trenta secondi: il piacere puro di avere accanto una cosa bella, fatta bene, che reggerebbe lo sguardo anche se nessuno, mai, la vedesse. Io lo scopro un po’ di più ogni giorno, guardando. Tornate alla domanda iniziale. Se la risposta è sì, sapete cos’è il vero lusso. Se invece la prima cosa che avete pensato è stata chi altro tra i vostri conoscenti potrebbe vedervi addosso quell’orologio, be’, avete appena capito qualcos’altro.