Il cognome pesa più del merito


Su cento bambini nati da genitori nel quintile di reddito più basso, undici arriveranno da adulti nel quintile più ricco. Su cento nati da genitori già nel quintile più ricco, almeno trentatré ci restano. Questa è la fotografia più aggiornata che abbiamo della mobilità sociale in Italia, costruita incrociando le dichiarazioni dei redditi di 1,7 milioni di coppie genitore-figlio.

Quante generazioni servono, in Italia, a una famiglia a basso reddito per raggiungere il reddito medio? Non è una domanda retorica: è una delle poche misure che permettono di verificare, con i numeri, se il racconto della meritocrazia regge oppure no. E più si scava nei dati, più la risposta si allontana dalla storia che ci piace raccontarci.

Cinque generazioni

Secondo il rapporto OCSE A Broken Social Elevator? How to Promote Social Mobility (2018), in Italia servono in media cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia del quintile di reddito più basso possa raggiungere il reddito medio nazionale. È lo stesso ordine di grandezza di Regno Unito e Svizzera, ma è il doppio della Danimarca, dove ne bastano due. In Francia e Germania ne servono sei. In fondo alla classifica, la Colombia arriva a undici.

Cinque generazioni significano, a spanne, oltre un secolo.

C’è un modo più diretto di misurare la stessa cosa: l’elasticità intergenerazionale del reddito, cioè quanto il reddito di un genitore predice quello del figlio. Per l’Italia le stime di Sauro Mocetti (2007) convergono intorno a 0,5. Tradotto in pratica: se un padre guadagna il 10% in più della media, in media suo figlio guadagnerà il 5% in più, indipendentemente da quanto si sia impegnato lungo la strada. È un valore alto nel confronto internazionale: in Danimarca, Norvegia e Finlandia il valore è sotto 0,2; in Perù, all’estremo opposto della classifica mondiale, sfiora 0,7. L’Italia si colloca dalla parte sbagliata della cosiddetta Grande Gatsby Curve, la relazione, proposta dall’economista Alan Krueger nel 2012, secondo cui più un paese è diseguale oggi, meno mobilità intergenerazionale avrà domani.

Il dettaglio più scomodo, però, non è la media: è la distribuzione attorno a quella media. Per capire cosa significa in pratica immagina una classe di 25 bambini, tutti nati in famiglie del quintile di reddito più basso in Italia. Statisticamente, meno di 3 di loro, l’11%, secondo lo studio più ampio mai condotto sul tema in Italia (1,7 milioni di coppie genitore-figlio), arriveranno da adulti nel quintile più ricco. Gli altri 22 non ce la faranno: alcuni miglioreranno la propria posizione spostandosi verso il centro della distribuzione pur restando sotto la media, altri, un terzo circa, resteranno esattamente dove sono nati, ma non cambia il dato di fondo: in Italia la strada dalla base alla cima la percorre appena un bambino su nove.

Il cognome che parla dal 1427

Se il dato OCSE fotografa l’Italia di oggi, uno studio della Banca d’Italia offre qualcosa di ancora più radicale: uno sguardo sulla persistenza economica delle famiglie lungo sei secoli.

Nel 2016 Guglielmo Barone e Sauro Mocetti (Temi di discussione n. 1060) hanno incrociato il catasto fiorentino del 1427 che registra redditi da lavoro e patrimoni immobiliari dell’epoca, cognome per cognome, con le dichiarazioni dei redditi dei fiorentini di oggi che portano gli stessi cognomi. Il risultato: la relazione tra la posizione economica degli “antenati” del 1427 e quella dei loro omonimi contemporanei resta statisticamente significativa e positiva ancora oggi. Un aumento di una deviazione standard nel reddito (o nel patrimonio) degli antenati si traduce in un aumento di circa il 6% (reddito) e il 7% (patrimonio) nella posizione dei discendenti.

Il dato più impressionante, forse, è questo: circa 900 dei cognomi più ricchi nella Firenze del 1427 sono ancora oggi tra i cognomi presenti in città, e li portano oltre 52.000 contribuenti fiorentini. Alcuni discendono da corporazioni di calzolai e conciatori di pelli che nel 1427 si collocavano già al 97° percentile della distribuzione del reddito; altri da famiglie di produttori di seta e giuristi, al 93° percentile. Nel 1427 insomma erano già tra il 3-7% più ricco di Firenze all’epoca.  Nonostante seicento anni di storia turbolenta: peste nera e altre epidemie, guerre, la fine della Repubblica fiorentina, l’Unità d’Italia, due guerre mondiali, i cognomi di coloro che erano ricchi allora tendono a essere ancora sopra la media oggi. Non è che tutti i ricchi del 1427 siano rimasti ricchi individualmente, ma statisticamente il vantaggio di partenza continua a conservarsi attraverso i secoli, fino ai discendenti attuali. È l’esempio più estremo del tema centrale: il vantaggio di partenza pesa più a lungo di quanto ci piacerebbe credere.

Seicento anni, e il cognome continua a parlare. E gli autori sono chiari su un punto: questa persistenza non nasce tanto dal fatto che chi parte da condizioni modeste riesca raramente a risalire, quanto dal fatto che chi era ricco nel 1427 tende, con sorprendente regolarità, a essere ancora benestante oggi. La mobilità, quando c’è, si muove più facilmente verso il basso che verso l’alto: è la persistenza dei vantaggi, non la scarsità di talento tra i poveri, a spiegare il fenomeno.

La lotteria del codice postale

Lo studio più ampio su questo tema — “Eppur si muove: mobilità intergenerazionale in Italia”, di Paolo Acciari (Ministero dell’Economia), Alberto Polo (Bank of England) e Gianluca Violante (Princeton) — incrocia le dichiarazioni dei redditi di 1,7 milioni di coppie genitore-figlio: genitori nati tra il 1942 e il 1963, figli nati tra il 1979 e il 1983, osservati a 34-38 anni di età. È lo studio da cui viene la matrice di transizione citata in apertura — 11 figli su 100 nati poveri risalgono fino al quintile più ricco, contro almeno 33 su 100 di chi ci è già nato — ed è anche lo studio che mostra come l’Italia non sia affatto un blocco unico.

Nel Nord-Est, le probabilità che un figlio guadagni più dei genitori sono paragonabili e in alcuni casi superiori a quelle di Danimarca o Norvegia. Nel Mezzogiorno, invece, la mobilità è quasi paralizzata: la posizione di partenza della famiglia resta il predittore più forte del destino economico dei figli.

Per dare un’idea concreta di cosa significhi in termini di vita reale: la probabilità di passare dal 20% più povero al 20% più ricco della distribuzione nazionale del reddito è del 22% per chi cresce a Milano (7ª provincia italiana su 110 per mobilità verso l’alto) e dell’8% per chi cresce a Palermo (106ª). Stessa nazione, stesso impegno possibile in teoria, quasi tre volte meno probabilità di farcela solo per il codice postale di partenza.

Lo studio segnala anche due dettagli scomodi. A parità di condizioni, i figli maschi risalgono la scala del reddito più delle figlie femmine: un gender bias esplicito nelle opportunità. E chi da adulto migra in un’altra regione ha, in media, più mobilità di chi resta. La mobilità di reddito, insomma, va spesso a braccetto con la mobilità geografica: bisogna essere disposti, letteralmente, a lasciare il posto in cui si è nati.

Il cognome, insomma, non pesa allo stesso modo dappertutto. Ma dove pesa di più, pesa moltissimo e la geografia della nascita si somma a quella della famiglia come secondo, potentissimo fattore che nulla ha a che fare con il merito individuale.

Cosa resta della narrazione meritocratica

Un’ultima tessera, sempre di Banca d’Italia (Questioni di Economia e Finanza n. 476, 2018): tra le generazioni più giovani, il legame tra il livello di istruzione dei figli e quello dei genitori è più forte, non più debole, rispetto al passato. L’istruzione che dovremmo considerare il grande equalizzatore, lo strumento per eccellenza della mobilità meritocratica, pesa oggi meno di un tempo nel determinare la posizione economica di un individuo, mentre il contesto sociale e familiare di provenienza pesa di più.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa che va oltre la statistica: raccontano i limiti della cornice con cui interpretiamo il successo e il fallimento individuale. Se il reddito di una famiglia del 1427 continua a predire, con significatività statistica, il reddito dei suoi discendenti nel 2011; se un’elasticità di 0,5 lega ancora oggi il reddito di un figlio a quello del padre; se un terzo dei figli nati poveri resta povero indipendentemente da impegno e capacità; se la stessa identica persona avrebbe l’8% o il 22% di probabilità di farcela a seconda che nasca a Palermo o a Milano, allora l’idea che la posizione economica rifletta principalmente il merito individuale non è solo ottimistica: è empiricamente insostenibile.

Non significa che l’impegno non conti. Significa che raccontarlo come se fosse la variabile decisiva ignorando cognome, geografia e capitale familiare di partenza è esattamente il tradimento di cui parla questo blog: non l’assenza di merito, ma l’uso del merito come alibi per non guardare cosa lo precede.

Fonti

FIDUCIA.


fiducia

Quando nel 1933 Franklin Delano Roosevelt, in occasione del suo insediamento alla Casa Bianca, cominciò a parlare dalla radio agli americani con i “Discorsi del Caminetto”, la Grande Depressione stava colpendo in maniera drammatica e inaspettata l’economia americana.

Non parlava dietro una scrivania, anche se nessuno lo poteva vedere, ma chiacchierava con i cittadini americani utilizzando un approccio ed un tono di voce più da conversazione che da proclama.

Roosevelt probabilmente non voleva soltanto che i suoi connazionali avessero fiducia nella sua capacità di risolvere i problemi della Grande Depressione, ma voleva creare un clima di fiducia negli americani in merito alla possibilità concreta di uscire dalla terribile situazione che stavano vivendo.

Tutto è cambiato. Oggi una persona che conversa con gli amici davanti ad un caminetto è probabilmente un vecchio noioso: non c’è polemica, nessuno alza la voce, non c’è il parlarsi sopra. Le uniche notizie oggi sono le cattive notizie, quelle forti e strillate, non quelle dette ed argomentate e più è strillata, più è importante. Le brutte notizie, si sa, vanno a ruba. Da quando la comunicazione passa attraverso il video, ed ancora più con i pervasivi social, bisogna attaccare qualcuno per fare audience, per esistere sui media. Non è vero solo nel discorso politico, ma un po’ in tutti gli ambiti (dai medici che ci parlano di pandemie, agli economisti che ci indicano la strada per risolvere i problemi della disoccupazione o del debito pubblico): oggi bisogna usare un linguaggio forte, spararle grosse.

Certo sono cambiati i media, ed ognuno di essi ha il suo specifico, ma se prima il media determinava il messaggio: “l’ho sentito al telegiornale” si diceva quando io ero giovane per dire che qualcosa era vero, oggi, anche per la quantità di comunicazione che ingeriamo ogni giorno, abbiamo bisogno di messaggi aggressivi, che urlino per attirare la nostra attenzione.

Il come si dice prende il sopravvento sul che cosa si dice.

Con i social gli slogan vendono di più di un progetto, e chi sa più distinguerli?

Perché Roosevelt aveva scelto la formula dei “Discorsi del Caminetto”? l’obiettivo era quello di creare fiducia: era necessario che gli americani avessero fiducia nel loro presidente e nella possibilità di risolvere la Grande Depressione.

 Che cosa è la fiducia? Secondo il vocabolario Treccani è un atteggiamento verso altri che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Se dovessi indicare quali sono gli ingredienti fondamentali in ogni relazione umana certamente metterei al primo posto la fiducia, seguita poi dall’interesse. Acquisto un prodotto perché ho fiducia nel venditore o nella marca; nelle relazioni di amore, di amicizia o d’affari è il fondamento indispensabile, non c’è ambito che possa stare in piedi senza la fiducia. Che cosa è in fondo la burocrazia se non quel coacervo di regole, postille e incasinamenti che dimostra non solo la sfiducia verso i cittadini, ma anche verso lo stesso dipendente della Pubblica Amministrazione, che da noi non è il civil servant come dovrebbe, ma, appunto, il burocrate. E così per controllarne pochi si penalizzano tutti.

Quindi per dare fiducia bisogna valutare fatti, circostanze e relazioni, questi sono gli elementi che inducono ad avere un’aspettativa positiva nei confronti di qualcuno. Parliamo di una fiducia educata, figlia di conoscenza dei fatti e delle situazioni, non di un tifo da stadio o di una fiducia a priori. Una fiducia che attribuisce la delega a prendere decisioni nell’interesse di tutti, a fare fatti, che conferisce un sostanziale potere a qualcuno, che si tratti di un politico, un consulente, un esperto.

Mai come negli ultimi anni abbiamo assistito a due fenomeni contemporanei: da una parte il dirompere dell’antipolitica e dall’altra l’esaltazione dei tecnici.  Per una serie di ragioni diverse la classe dirigente, in particolare quella politica, ha visto ridursi in maniera profonda il capitale di fiducia di cui godeva e contemporaneamente è cresciuta a dismisura tra le persone la fiducia nella tecnica, al punto che spesso la chiamiamo scienza.

Certo la classe politica oggi è diversa, per decenni è stata figlia di una lunga selezione della specie, adesso appena eletto puoi trovarti a governare, eppure la complessità del contesto nel quale viviamo richiederebbe una più accurata selezione. Il merito e l’esperienza non contano più; conta il consenso misurato con i like. Siamo così arrivati alla mostruosità di “uno vale uno”, del dilettantismo eretto a merito. No. Sono le persone che fanno la differenza, sempre!

Per quanto riguarda la tecnica questa non è più solo lo strumento di cui disponiamo per risolvere problemi funzionali, è il mondo intero che ne è impregnato fino a farla diventare un fine, un valore, ma la tecnica in realtà ha solo la funzione di funzionare, non deve raccontarci nulla, non deve sostituire il pensiero, la visione o la capacità di scelta. Quindi puoi trovarti a governare o a determinare i comportamenti e le scelte dei politici perché sei un tecnico.

Oggi in Italia non abbiamo più fiducia nei politici, negli scienziati, negli economisti, nei giornalisti, nei magistrati e così via. Anche se certamente ci sono ancora politici, scienziati, economisti, giornalisti e magistrati seri.

Abbiamo bisogno di rimettere in ordine le cose. Non possiamo lasciare al virologo, all’economista lo spazio delle decisioni. Dobbiamo ritrovare il primato della politica poiché governare non è solo amministrare, ma è anche creare il futuro.

E noi abbiamo bisogno di ricostruire tutto. Non ci servono né politici dilettanti e improvvisati né tecnici infallibili e onniscienti. Abbiamo bisogno di gente seria per fare seriamente politica.

Costruire un rapporto di fiducia richiede la capacità di mantenere le promesse e di realizzare progetti. Si costruisce con il tempo e con i comportamenti, non con l’eleganza dell’abbigliamento, con il parlare forbito o con i titoli accademici.

Abbiamo bisogno di qualcuno che non costruisca il consenso su vuote promesse, su slogan o proclami, ma che ci parli delle cose che ha fatto e che sta facendo (non che farà) per risolvere i problemi: di persone che si assumano con coscienza la responsabilità di governare e che abbiano esperienza. Qualcuno che ci parli come se fosse “seduto in poltrona davanti ad un caminetto” e dica onestamente, senza vanterie, che cosa è possibile fare, che cosa si sente di fare, perché lo ritiene giusto, quali circostanze sono avverse e quali favorevoli.

L’Italia per non morire e per superare quella situazione strutturale che ha bloccato la crescita da almeno vent’anni ha bisogno di qualcuno che sia in grado di sottoscrivere con i cittadini un nuovo accordo basato sulla reciproca fiducia e su questa rimetta in discussione la sottocultura burocratica che ci strozza per i costi che genera e per le inutili complicazioni, e perciò sia in grado davvero di punire chi trasgredisce. Qualcuno che sappia attivare quel processo sociale ed economico complesso che faccia ripartire i territori, le imprese, il turismo.

I bonus per riaprire o i sussidi sono condizione necessaria, ma senza fiducia non usciremo da casa, non riattiveremo l’economia, non faremo tornare il turismo, non costruiremo un’alternativa ai ricordi di un lontano, splendido passato.

Forse ci manca il coraggio di scegliere un nuovo Roosevelt, oppure, purtroppo, semplicemente non ce l’abbiamo.

Perché non dobbiamo lasciare l’Italia in mano agli scienziati.


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L’Italia rischia di affondare: per rilanciare l’Italia e progettare il nostro futuro non dobbiamo lasciare le scelte in mano agli scienziati o ai tecnici.  Torniamo alla politica.

 

La medicina ha fatto una gran brutta figura in questo periodo di Covid19.

Dagli scienziati ne abbiamo sentite di tutti i colori in questi difficili mesi: “le mascherine non servono; le mascherine sono essenziali; il virus si estingue con il caldo; il virus continuerà a girare; si ripresenterà in autunno; ha perso la sua forza; è clinicamente estinto; si può risolvere il problema con….; bisogna aspettare il vaccino; l’OMS dice che….; il professor tale sostiene che…”. Insomma pareri opposti, polemiche anche aspre fra gli addetti ai lavori, ricette discordi e noi impauriti, confusi chiusi in casa a chiederci come mai oggi, nel 2020, non fosse possibile trovare una soluzione diversa da quelle che venivano suggerite nel corso delle pestilenze o della spagnola, con tanti esperti in tutto il mondo coinvolti.

Che siano virologi, infettivologi, economisti o studiosi della politica, di una cosa sono certo: considerandoli “scienziati” attribuiamo loro delle capacità ed un potere che per la natura stessa della loro disciplina non possono avere.

È già successo, più di una volta: quando la regina Elisabetta d’Inghilterra, dopo la crisi del 2008, andò in visita alla prestigiosa London School of Economics, fece al rettore una domanda che tutti ci siamo fatti nella nostra testa: perché nessuno ha previsto il disastro?

Già, perché gli scienziati non riescono a prevedere i disastri?

La parola è la più potente di ogni arma, pare che dicesse l’egiziano Ptahhotep circa 5.000 anni fa, e noi abusando della parola scienza, utilizzandola in maniera indiscriminata, ne abbiamo modificato e diluito il senso. Gran parte del problema infatti nasce, ne sono sempre più convinto, dalla ambiguità del termine scienza.

A proposito: scienza o scienze?

Siamo portati a definire scienza qualsiasi disciplina studiata nelle università, attribuendo a queste la stessa affidabilità delle scienze sperimentali. Ma le scienze non sono tutte uguali in termini di affidabilità, contenuto di verità e soprattutto per quanto riguarda le conseguenze sulla vita quotidiana delle persone. Li chiamiamo scienziati, ma spesso sono solo esperti. Ed ancora una volta il linguaggio non aiuta: in questi giorni ho sentito i giornalisti chiamarli scienziati, e loro stessi, parlando del loro lavoro, dire che “attraverso una ricerca scientifica abbiamo dimostrato, verificato, provato…”. Certo queste discipline accademiche hanno un metodo, autorevoli pubblicazioni, un sistema di relazioni e di verifiche tra studiosi, ma basta questo per definirle scienze?

Quando definiamo scienza una disciplina, nella nostra mente, per il retaggio di cultura scolastica tradizionale, le attribuiamo tre caratteristiche che derivano da una visione deterministica e galileiana:

  1. la scienza è conoscenza (cioè è in grado di spiegare di un fenomeno perché avviene, come avviene, che cosa in realtà succede)
  2. la scienza è capace di fare previsioni (quando qualcosa si verificherà, in quali forme, chi ne avrà vantaggio o svantaggio)
  3. la scienza può trovare soluzioni ai problemi.

Non è più così per nessuna disciplina scientifica.

Senza voler entrare in problemi di filosofia della scienza, semplificando, esiste una distinzione precisa tra scienze dure (hard science) come la fisica, la chimica e in gran parte anche la biologia e scienze molli (soft science) o, a me piace di più chiamarle scienze sociali o umane, come la sociologia, l’economia, la medicina. Nelle prime le situazioni sono replicabili, cioè in laboratorio o in natura posso ripetere un fenomeno che sto osservando quante volte voglio, posso definirne le caratteristiche attraverso il linguaggio matematico e posso verificare come, dati alcuni presupposti, da questi derivino sempre alcune conseguenze.

Nelle scienze umane i fenomeni che si osservano non possono essere replicati, non vi sono laboratori possibili, né è mai possibile ricreare le stesse condizioni.

Non è l’utilizzo della matematica o della statistica che garantisce per il risultato, ma è la falsificabilità. Secondo Karl Popper, uno dei più importanti epistemologi contemporanei, “Una teoria è scientifica nella misura in cui può essere smentita“, probabilmente ispirato da una frase di Einstein contenuta in una lettera del 1926 a Max Born, «Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato».

In realtà da una parte il problema è nostro: abbiamo attribuito alla medicina, alla sociologia ed all’economia la stessa fiducia che attribuiamo alle scienze sperimentali, ma, pure se imbottite di cifre e di statistiche, anche se nutrite da ruminatori di numeri e da modelli matematici, non sono certamente scienze in quel senso. Dall’altra dipende dal linguaggio stesso di queste discipline che parlano di teorie, quando dovrebbero parlare di ipotesi e così via.

In pratica dovremmo attribuire ad ogni disciplina un gradiente di “affidabilità” che segue i principi di replicabilità e falsificabilità e procede per livelli diversi dalla fisica verso la psicoanalisi che Popper, che aveva lavorato a lungo con Adler, considera una pseudoscienza.

Ogni scienza genera una tecnica…e qui cominciano i problemi

Anche se non sono tutti d’accordo, io sono convinto che la medicina, l’economia o la sociologia abbiano contribuito, anche se in modo diverso (anche facendo danni diversi), alla nostra possibilità di vivere meglio. Dico solo che quelle che noi chiamiamo genericamente scienze non sono tutte uguali in termini di affidabilità, contenuto di verità e, quando diventano tecnologie, non sono tutte uguali per quanto riguarda le conseguenze sulla vita quotidiana delle persone.

Il progresso che attribuiamo alle scienze, infatti deriva dalle applicazioni delle scienze stesse: tecnologie o ingegnerie.  Se considero scienza qualsiasi disciplina accademica ed attribuisco a questa il portato di affidabilità delle scienze sperimentali, forse danni ne faccio pochi. Se per esempio la teoria della relatività di Einstein non fosse vera, avremmo qualche gadget tecnologico in meno, peccato, ma non avremmo un vero e proprio danno e nel complesso riusciremmo a cavarcela.

Se invece una teoria virologica o economica (bisognerebbe chiamarle ipotesi, non teorie) è sbagliata e ne facciamo derivare leggi, norme, protocolli clinici o scelte di ingegneria sociale, potremmo fare macelleria sociale e la vita delle persone ne risentirebbe profondamente.

Insomma le scienze umane non fanno male finché non me le applicano addosso, poi qualche rischio c’è. Quanti danni sono stati fatti alle persone da una visione accademica presuntuosa e infondata? Quante persone e famiglie hanno sofferto e sono state private di diritti che la società aveva garantito loro come conseguenza di tante conquiste sociali? La situazione Covid 19 che stiamo ancora vivendo e l’esperienza della Grecia sono emblematiche.

Una politica succube degli scienziati e dei tecnici può distruggere la società.

Secondo Kuhn (uno dei più importanti studiosi contemporanei di filosofia della scienza), le scienze dure sono orientate in ogni periodo storico da una specifica visione del mondo che indirizza l’attività degli scienziati selezionando i problemi di cui interessarsi, i fenomeni da osservare ed i metodi di ricerca da utilizzare e le ricerche da finanziare.

A maggior ragione le scienze umane non possono essere neutrali anche per la loro stessa natura. Si tratta infatti di punti vista, interpretazioni che generano ipotesi e seguono spesso tendenze o mode diffuse tra gli scienziati sociali. La scienza infatti non è mai qualcosa di astratto e separato dalla realtà nella quale viviamo. E tutto ciò aumenta il grado di indeterminatezza di queste scienze.

È importante quindi che, sia gli scienziati sociali che noi, abbiamo una maggiore consapevolezza rispetto al loro essere scienze, poiché la loro natura è legata alle persone ed alla società.

La politica non può e non deve trovare alibi o giustificazioni per le sue scelte mancate dietro a esperti, task force, Stati Generali; tutto ciò aumenta solo la confusione.

I soldi che arriveranno, da qualunque fonte, che sia l’Europa o l’emissione di titoli, non vanno spesi in prebende sussidi e mance, elettorali o demagogiche.

Come utilizzarli per risolvere davvero i problemi ormai è chiaro: pubblica amministrazione costosa, farraginosa e inefficiente; leggi di difficile attuazione, incomprensibili alla maggior parte delle persone; enti pubblici che non riescono a produrre progetti e gestire appalti; magistratura autoreferenziale con una giustizia civile e penale lunga, che non garantisce più la certezza del diritto e della pena;  sistema fiscale che ci obbliga sempre a ricorrere a commercialisti, patronati, Caf per riuscire a fare qualsiasi cosa; stato sociale sempre più debole; investimenti in scuola, ricerca e sviluppo e innovazione ridotti a pochi spiccioli a causa degli incredibili sprechi della macchina burocratica; parlamento ridotto ad mero ornamento, esautorato dai suoi compiti.

Non è un problema di soldi: è un problema di mentalità e di organizzazione. Ogni volta che chiediamo ad esperti, task force o ricorriamo a qualsiasi altra diavoleria, stiamo solo perdendo tempo.

Diciamocelo finalmente ed una volta per tutte, togliamoci gli alibi: la politica non è ascoltare, è rispondere ai problemi con soluzioni efficaci.

Stati Generali, task-force, esperti: l’alibi dell’ascolto


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La politica è ascolto è un luogo comune erroneo e pericoloso che da almeno vent’anni ricorre in tutte le salse. No, caro eletto, se sei lì, al parlamento o al consiglio di quartiere, è perché io cittadino mi aspetto da te soluzioni.

Il lavoro del politico non è l’ascolto, semmai questo può essere un mezzo, a volte un mezzuccio per giustificare la tua insipienza (ormai spesso sei diventato solo una mano che si alza a comando). Il tuo lavoro, caro politico è trovare soluzioni efficaci ai problemi, è per questo che ti abbiamo eletto.

Da dove nasce questa idea che la politica si faccia con l’ascolto e che è diventata un vero strumento di “distrazione di massa”? Ho provato a fare una breve lista.

  1. Gli anni della concertazione. Tutto comincia secondo me nel 1993 (al governo c’era Ciampi), quando l’accordo tra governo di centro sinistra e sindacati consentì di affrontare con successo il problema dell’inflazione.

Oggi questo sistema è entrato in crisi perché i corpi intermedi, i sindacati in primis, hanno assunto un atteggiamento solo corporativo, perdendo di vista l’interesse generale; la politica cerca più il consenso che la responsabilità delle decisioni e infine la società non è più basata sull’operaio ed il padrone. Quello che ci portiamo dietro è l’idea che la pratica politica passi attraverso l’incontrare persone. Oggi non è nemmeno più negoziazione come nel 1993, spesso è incontro fine a se stesso.

  1. Il profilo di chi fa politica è cambiato, anche in maniera profonda. Prima si arrivava ad una carica elettiva dopo un lungo processo di selezione e formazione, che si trattasse delle associazioni giovanili, dei sindacati, dei partiti non ti trovavi dall’oggi al domani proiettato in una posizione senza aver percorso una strada, a volte anche lunga. Questo processo garantiva che chi aveva deleghe di rappresentanza politica fosse espressione degli interessi di un territorio o di una categoria, quindi conoscesse i problemi. Vi era poi un raccordo, che forse oggi manca completamente, tra i vari livelli di rappresentanza: dai consigli di quartiere al governo, che garantiva il flusso delle informazioni su problemi e situazioni particolari.
  2. Il centralismo. Con l’idea di superare i problemi abbiamo accentrato le decisioni. Il decentramento locale non è stato mai messo davvero in atto, per quanto previsto dalla Costituzione più bella del mondo. L’Italia è lunga, con problemi e caratteristiche diverse anche nella stessa regione, il centralismo ha reso impossibile leggere lo specifico dei territori.

Consideriamo ad esempio le scelte di politica industriale: queste nascono da territori, settori, filiere produttive che vanno lette ed interpretate. La politica industriale al contrario, resa centralistica, è diventata solo gestione della finanza pubblica con le leggi finanziarie. Il resto è solo inutile dettaglio che distrae soldi e toglie al governo lo spazio per seguire i suoi interessi.

  1. La politica mediatizzata con social e tweet ha poi portato ad utilizzare questi strumenti per mostrare di essere attivi, per comunicare, quasi che un politico sia diventato alla stregua di un influencer, pagato in base ai follower ed ai like. I voti però sono un’altra cosa.

Davvero non sappiamo di che cosa una nazione o una città hanno bisogno? Davvero ignoriamo quali sono i problemi che devono essere affrontati? Abbiamo davvero bisogno di Stati Generali, task-force ed esperti?

Chi fa politica oggi deve avere un approccio realista, deve guardare a quello che succede senza idealismi di maniera o un pragmatismo ottuso.

Abbiamo bisogno dell’ascolto per renderci conto del fatto che ci sono aziende piccole o grandi, artigianali o industriali che sono portatrici di valori, che garantiscono e generano occupazione, innovano, esportano, costruiscono il futuro? Queste vanno incentivate e supportate. Ce ne sono altre che non hanno possibilità di stare in piedi (quali che siano i motivi) e queste vanno aiutate a chiudere. È un atteggiamento crudele? Non credo, le risorse, sempre scarse per quante siano, sono degli italiani e vanno utilizzate bene.

Abbiamo bisogno dell’ascolto per capire che ci sono lavoratori che dolorosamente saranno espulsi dal mercato, aiutiamoli a trovare nuove opportunità, se è possibile, in ogni caso garantiamo loro una vita decente. Ma la maggior parte dei lavoratori vuole lavorare seriamente ed avere soddisfazione dal lavoro. Come la maggior parte degli imprenditori vuole lavoratori che lavorino bene, adeguatamente retribuiti, che siano stabilmente legati all’azienda. Cambiare il personale perché qualcuno va via spesso genera inefficienze anche nel caso dei lavori più umili.

Questa è un esempio di una visione realista che ci può aiutare a costruire: se vogliamo vedere la realtà scopriremo che il re è nudo.

Diciamocelo finalmente ed una volta per tutte, togliamoci gli alibi: la politica non è ascoltare Stati Generali, task-force ed esperti, la politica è rispondere ai problemi con soluzioni efficaci, prendendosi la responsabilità delle scelte.

Chi l’ha detto? I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA


pecore Cambiare opinione è caratteristica dei grandi. “Un uomo che si vanta di non cambiare mai opinione è un cretino che crede all’infallibilità” diceva Goethe Non solo è lecito, ma a volte è sano. Dimostra feconda capacità di dubitare, onestà intellettuale, serietà scientifica. Cambiare opinione però è difficile (ecco perché i grandi sono pochi).
A volte cambiamo opinione perché l’esperienza quotidiana ci dimostra che ciò che sostenevamo prima, anche con convinzione, non è vero, oppure perché qualcuno ci dimostra che la nostra opinione era sbagliata. Una delle grandi catastrofi della nostra epoca è proprio il fatto che spesso restiamo abbarbicati alle nostre opinioni e ci sembra di tradire ogni volta che esprimiamo un dubbio o proponiamo un punto di vista diverso. Ma a volte tradiamo le nostre opinioni perché le passioni o, peggio, l’interesse, ci portano a modificarle, anche in maniera radicale.
La discussione sull’euro è attuale, per alcuni sembra una bestemmia, ormai “ce lo chiede l’Europa” è diventato un mantra assurdo ed autodistruttiva. Economisti di fama si espongono in una direzione o nell’altra, ma chi dovrebbe decidere, i politici (ammesso che ancora ce ne siano) ha fatto dell’euro un atto di fede. Indiscutibile.
I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA è l’opinione espressa a suo tempo da un noto economista italiano che insegna in una prestigiosa università americana, inventore dell’austerità espansiva, cioè del fatto che le misure di austerità e di rigore non danneggino le economie, ma, anzi, al contrario, aiutino la ripresa economica. Oggi non parla più così, eppure a me sembra che nessuno degli argomenti che ha utilizzato nell’esprimere la sua opinione si sia dimostrato falso, anzi semmai le sue tesi sono rafforzate dall’evidenza empirica: L’euro non è un bluff, peggio, è una catastrofe.
chi l’ha detto? sono certo che i miei venticinque lettori, di manzoniana memoria, me lo sapranno dire.

Non si può andare avanti così


milano

ormai ce ne rendiamo conto tutti: siamo nella nebbia. Siamo tutti coscienti della situazione, ma il problema non si affronta davvero. Non si cercano serie alternative ai timidi passettini o alla tecnocura da elefante somministrataci dannosamente.

Se la cura non funziona (e non funziona) bisogna partire da qualcos’altro. Da dove ricominciare?

La politica: non c’è un progetto capace di modificare decisamente la situazione, ma solo tanti, troppi slogan. La classe politica si arrabatta da troppi anni senza portare a casa un risultato vero, intanto la situazione del paese si deteriora visibilmente e la crescita è ferma da un ventennio. Le graduatorie internazionali ci vedono in caduta libera per occupazione, crescita, chiusura di aziende, multinazionali che abbandonano l’Italia, inasprimento fiscale, domanda interna in crollo. Siamo in ritardo su tutto: piano per le infrastrutture, agenda digitale, semplificazione, riduzione del cuneo fiscale. Intanto ogni trimestre il debito pubblico aumenta ed il PIL diminuisce.

La situazione sociale: peggio dei numeri è l’aria che si respira: tensione, sfiducia nel futuro e nelle istituzioni, giovani che lasciano l’Italia alla ricerca di occupazione, politici che litigano bisticciano strillano fanno battute che non fanno ridere, parlano per slogan, tanto se non succede nulla è sempre colpa di altri. Siamo tutti più preoccupati e più tristi.

L’Europa: non basta il fatto che siamo avviliti di nostro: ogni giorno Olli Rehn ci bacchetta. Ma chi cavolo è Olli Rehn che viene a dirci cosa dobbiamo fare, mentre i trattati ci obbligano a rispettare il vincolo di bilancio, ma non ci dicono (per fortuna) come farlo. Ed assieme a lui FMI, BCE, BRI ed una massa di eurobucrati, che si sommano ai burocrati nazionali e pontificano che “È l’Europa a chiedercelo”.

Che fare? Siamo in una situazione in cui è indispensabile uno shock, altro che pannicelli caldi! Dobbiamo ricostruire non solo una situazione economica molto degenerata, ma soprattutto dobbiamo recuperare orgoglio, voglia di rimboccarsi le maniche, fiducia. Non è facile. Una cura lenta, con risultati praticamente inavvertibili, non fa ripartire né l’economia, né tantomeno la fiducia.

Ci vuole una scossa: scelte forti o non se ne esce e quella che fino a qualche anno fa era una grande potenza economica si troverà definitivamente emarginata.

  1. Applicare il federalismo ed i costi standard con una chiara divisione delle attribuzioni e taglio dei costi centrali.  Così avviene in Austria, Australia, Canada, Germania, Svizzera e Stati Uniti. Lo scopo è quello di ridurre la spesa pubblica e renderla più efficiente; se ne è parlato troppo, ma non si è fatto praticamente nulla.
  2. L’Europa e l’euro così non vanno proprio. Tanto per dirne una (delle tante) il cosiddetto fondo salvastati ESM ha una dotazione di 700 miliardi di euro, versati pro quota dalle nazioni che aderiscono. L’Italia è il terzo azionista con il 17,91% lo finanzia con 14 miliardi all’anno. Come vengono impiegati questi fondi? Acquistando quasi esclusivamente titoli pubblici tedeschi! L’Italia ha contribuito con 125 miliardi di euro… ma a noi niente. Con 14 miliardi all’anno quanti problemi potremmo risolvere?
  3. Semplificare, semplificare, semplificare. Per garantire efficienza. Ieri mattina ho incontrato dal gommista un imprenditore che ha spostato tutte le sue attività (350 milioni di euro l’anno) in Francia (sic!). Per ampliare lo stabilimento ha ottenuto i permessi in 22 giorni. Semplificare burocrazia, funzionamento dei servizi, giustizia… semplicemente semplificare!
  4. Ci vuole un progetto di rilancio concreto che parta dalla valorizzazione di ciò che sappiamo fare meglio o dalle cose in cui potremo eccellere. Se pensiamo di risolvere i nostri problemi di crescita e di lavoro diventando i leader dell’innovazione tecnologica, ebbene moriremo prima. Certo che bisogna investire in tecnologie, ma prima di tutto per valorizzare il manifatturiero, l’agricoltura, il turismo. Bisogna riprogettare tutto e bisogna farlo presto mettendo assieme i saperi tradizionali che ci caratterizzano e l’innovazione. Il modo migliore per vincere è quello da fare meglio ogni giorno le cose in cui si è bravi andando verso l’eccellenza.
  5. Le diseguaglianze sociali aumentano e la politica deve tornare ad occuparsi delle persone: deve occuparsi di aumentare l’occupazione, il reddito medio disponibile e migliorare i servizi. Le persone non sono numeri, non bisogna pensare solo al PIL. Bisogna ricominciare a fare delle cose che sono scelte perché sono giuste, non perché sono  misurabili da qualche banca d’affari o da astratti modelli economici, che più di una volta si sono dimostrati fallimentari.

Basta con il politically correct, basta col buonismo, basta con il voto come espressione di tifo calcistico. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio del fare, della nostra cultura e delle nostre radici. Testa bassa e fare.

Dopo la recessione il “new normal”


The New Normal - Season Pilot

Immaginiamo che il nuovo governo in pochi giorni o settimane riesca a negoziare con l’Europa maggiori gradi di libertà nella gestione del bilancio.

Immaginiamo che lo stato e la pubblica amministrazione in un periodo brevissimo, per esempio in due o tre mesi, paghino tutti i 120 miliardi di euro che devono ai fornitori; che le banche riaprano i cordoni del credito.

Immaginiamo che ci sia un netto calo delle spese dell’apparato pubblico, diciamo 3 o 4 punti di PIL, e in pochi mesi si arrivi ad una decisa semplificazione della nostra burocrazia borbonica ed autoreferenziale.

Immaginiamo che entro l’estate si riesca ad abbassare le tasse sul lavoro, sulle famiglie e sulle aziende in maniera sensibile e che quindi la disoccupazione cali ed i consumi e gli investimenti finalmente ripartano. (un governo capace di fare queste cose con questa velocità riesco ad immaginarlo solo in un gioco di immaginazione).

Avremmo risolto i nostri problemi? No.

….. non è una buona notizia, ma è importante che da subito ci rendiamo conto di come stanno davvero le cose.

Negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata sulla poderosa recessione che ci ha colpito ed abbiamo attribuito a questa tutti i nostri problemi.  Una sorta di broncopolmonite galoppante e contagiosa che ha furiosamente distrutto ricchezza ed ha creato disoccupazione, fallimenti, insicurezza nelle persone e ferite sociali.

E questa broncopolmonite ci ha fatto dimenticare le altre malattie.

Ma anche se qualcuno riuscirà a curarci dalla broncopolmonite noi resteremo ancora malati. Anche prima della grande recessione che, Bibbia docet, richiederà per uscirne sette anni di vacche magre, anzi magrissime, l’Italia viveva in una strisciante e melmosa difficoltà.

Certo una parte dei problemi verrà risolta con la cura della broncopolmonite, per esempio potrebbe essere l’occasione per smettere di fumarci punti di PIL di inefficienza pubblica. Molti problemi tuttavia rimarranno irrisolti come la concentrazione della ricchezza nelle mani di un  numero ridotto di famiglie , la quasi-scomparsa della classe media, le rendite di posizione di tipo sociale, la sottocapitalizzazione delle imprese e così via.

Altre complessità stanno già emergendo. La nuova normalità nella quale vivremo alla fine della recessione sarà diversa da quella che abbiamo vissuto e con questa dovremo fare i conti: il mondo del lavoro, le modalità di consumo, il risparmio, il welfare cambieranno decisamente forma. La nostra vita sarà diversa da quella che ricordiamo, dovremo abituarci a standard diversi, certamente saremo meno ricchi e meno sicuri del futuro.

È difficile immaginare che dopo aver imparato a consumare meno ritornino gli anni novanta; che riusciamo a garantirci un futuro senza incertezze solo per il fatto di aver lavorato tutta la vita; che i posti di lavoro possano aumentare al crescere della ricchezza come accadeva prima. Il tasso di crescita dell’occupazione sarà minore poiché gli investimenti muovono verso aziende capital intensive. I posti di lavoro meno qualificati che abbiamo perso non torneranno: perché le aziende dovrebbero riassumere figure non specializzate di cui hanno imparato a fare a meno?

Difficile fare previsioni e l’unica previsione che sensatamente possiamo fare e che non possiamo immaginare che tutto torni come prima.

Dobbiamo tenerne conto fin d’ora, dobbiamo lavorare da subito per reinventare un modello sociale, ripensare alle strategie della politica, delle aziende e degli individui, immaginare un nuovo modello di stato più flessibile, più pronto, più vicino alle persone, più capace di accompagnarle.

Sperando prima di tutto che la broncopolmonite guarisca e non lasci troppi strascichi.