Nel libro Il merito tradito che sto scrivendo ho riportato l’idea di Daniel Markovits, docente a Yale: le università d’élite funzionano come una sorting machine, una macchina che non seleziona i più capaci in assoluto, ma chi arriva meglio equipaggiato al nastro di partenza. Due dati di quest’anno dicono quanto quella macchina si sia ristretta. Un’altra serie di casi, lontani nel tempo e nello spazio ma identici nella sostanza, dice quanto costi a chi ne esce vincitore.
Il collo di bottiglia si stringe ancora
Il 26 marzo 2026 Yale ha reso noti i risultati per la classe 2030: 54.919 domande, il secondo pool più numeroso nella storia dell’ateneo, in crescita del 9,4% sull’anno precedente. Ammessi: 2.328, circa il 4,2%. Nello stesso ciclo, Columbia ha ricevuto 61.031 domande, il numero più alto mai registrato nella sua storia, e ne ha accolte 2.581: il 4,23%.
Chi entra, davvero
Il varco non è stretto allo stesso modo per tutti. Secondo lo studio Mobility Report Cards di Raj Chetty e colleghi (Opportunity Insights, Harvard), un figlio del top 1% del reddito ha 77 volte più probabilità di entrare in un’università Ivy Plus rispetto a un figlio del 20% più povero. Nelle stesse università, gli studenti che arrivano dal top 1% sono più numerosi di quelli che arrivano da tutta la metà più povera della popolazione americana messa insieme. A Columbia, uno studente su sette viene dal top 1%.
Il resto lo spiega il mercato che si è costruito intorno alla selezione. Più il pool di candidati cresce e la selettività si inasprisce, più diventa razionale, per le famiglie che possono permetterselo, alzare la posta. Adam Nguyen, ex funzionario delle ammissioni a Harvard e Columbia, oggi guida una società di consulenza, Ivy Link, che segue studenti a partire dalla quinta elementare e fattura tra 100.000 e 750.000 dollari a cliente: una cifra che lo stesso Nguyen ha definito, a gennaio, “nemmeno un arrotondamento” per genitori che vanno da manager di fondi di venture capital a un dj famoso in tutto il mondo.
I posti disponibili restano gli stessi. La spesa non aumenta le ammissioni nel complesso: ridistribuisce solo il vantaggio verso chi può pagare di più. Chiamarlo merito, a questo punto, è il vero colpo di teatro.
Poi si passa, e si viene schiacciati lo stesso
Chi supera la sorting machine e arriva nei lavori più ambiti non trova un traguardo. Trova una gara ancora più dura, sempre con lo stesso copione.
Nell’agosto 2013 Moritz Erhardt, ventun anni, stagista di Bank of America Merrill Lynch a Londra e tra i più promettenti del suo programma, muore dopo tre turni consecutivi da quasi ventiquattro ore. Aveva vinto una delle selezioni più competitive della City. Goldman Sachs, l’anno successivo, arriva a raccomandare agli stagisti di non superare le diciassette ore al giorno: un limite che dice tutto sul punto di partenza.
Nel dicembre 2015 Matsuri Takahashi, ventiquattro anni, si toglie la vita dopo aver accumulato oltre cento ore di straordinario in un mese in Dentsu, la prima agenzia pubblicitaria del Giappone, dove era entrata superando una selezione durissima. I suoi superiori le avevano chiesto di dichiararne meno di settanta. La sua morte porta all’approvazione, nel 2018, della legge giapponese sulla riforma degli stili di lavoro.
Nel maggio 2024 Leo Lukenas III, trentacinque anni, associate di Bank of America e veterano dell’esercito americano, muore per un coagulo di sangue dopo mesi di orari estremi: secondo i colleghi aveva già cercato di lasciare l’azienda proprio per quel ritmo. JPMorgan e Bank of America introducono un tetto di ottanta ore settimanali.
Nel marzo 2026, dodici anni dopo Erhardt, JPMorgan comincia a testare un sistema che confronta le ore dichiarate dai junior banker con quelle registrate da tastiera, videochiamate e calendario, perché il tetto scritto sulla carta non bastava più a fermare il ritmo reale. Il ciclo si ripete: promessa di riforma, ritorno silenzioso alle cento ore, nuovo caso, nuova promessa.
In Italia il fenomeno non fa notizia allo stesso modo, ma i praticanti degli studi legali d’affari milanesi lo raccontano da anni alla stampa: notti in ufficio, weekend inclusi, per uno stipendio che il settore chiama “d’ingresso” e che copre poco più delle spese, in cambio dell’accesso a uno dei pochi percorsi che in Italia porta davvero in alto.
Il merito che si mangia i suoi vincitori
Markovits chiama tutto questo “il principio meritocratico che produce il suo opposto”: non premia il merito, premia chi entra meglio equipaggiato nella gara. Ma il paradosso non si ferma alla soglia dell’università, o dell’ufficio del personale. Chi vince quella prima corsa ne entra in una seconda, dove il prezzo del successo si misura in ore di sonno, in salute, e in almeno tre casi che ho appena raccontato, in una vita.
Erhardt, Takahashi e Lukenas non erano vittime di un sistema che li aveva esclusi. Erano, sulla carta, i suoi vincitori: quelli che la retorica del merito promette di premiare. Il sistema li ha premiati. Poi si è preso tutto il resto.
Di questo, e di come uscire dalla trappola senza rinunciare all’idea stessa di merito, parlo nel libro Il merito tradito, in uscita.
Fonti
- Yale News, “Yale admits 2,328 applicants to Class of 2030”, 26 marzo 2026, news.yale.edu
- Bwog, “Columbia Releases Regular Decision Results For The Class Of 2030”, marzo 2026, bwog.com
- Chetty, R. et al., “Mobility Report Cards: The Role of Colleges in Intergenerational Mobility”, Opportunity Insights, opportunityinsights.org
- Fortune, “Rich families pay this admissions specialist up to $750,000 to get their kids into the Ivy League”, 16 gennaio 2026, fortune.com
- CNN Business / Fox News, sul caso Moritz Erhardt, Bank of America Merrill Lynch, agosto 2013
- Salon, “Goldman Sachs reduces intern day to 17 hours after death of Bank of America Corp. intern”, 2015
- Pulitzer Center, su Matsuri Takahashi e Dentsu; CNBC, dicembre 2016, sulle dimissioni del presidente Dentsu
- Fortune, su Leo Lukenas III, Bank of America, maggio 2024
- Fortune, “JPMorgan monitoring keystrokes, video calls, meetings junior investment bankers”, 24 marzo 2026
- MilanoToday, sui praticanti avvocati negli studi d’affari milanesi
- Markovits, D. (2019), The Meritocracy Trap, Penguin Pres