IL LAVORO DA CASA: COSA NE PENSANO GLI IMPRENDITORI?


A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Questo lungo periodo di reclusione e di chiusura forzata delle attività a parere di molti ci lascerà una eredità: il lavoro da casa, nuovo modo di organizzare le aziende e la vita. Ci siamo chiesti: che cosa ne pensano gli imprenditori delle piccole e medie aziende, quelli che hanno da 5 a 50 dipendenti? Abbiamo così deciso di fare un po’ di interviste e ne abbiamo sentiti 24, tra professionisti, artigiani, imprenditori della manifattura e dei servizi, di diverse fasce di età e con diversi livelli di formazione, chiedendo quali sono, dal loro punto di vista, i vantaggi e gli svantaggi.

Utilizzeremo il termine smart working solo quando è stato adoperato dagli intervistati; a noi non piace sia perché nella parola smart c’è già un velato giudizio positivo, sia perché non basta fare un po’ di telelavoro, qualche videoconferenza o partecipare ad un gruppo su WhatsApp per parlare di lavoro smart. Le parole, lo sappiamo bene, spesso sono come le confezioni che servono per vendere meglio un prodotto, così dimentichiamo il significato che hanno. Articoli, post, interviste per celebrare questa “nuova” modalità di lavoro, che in passato, quando si chiamava telelavoro, non ha avuto molto successo. Che cosa ne pensano gli imprenditori?

Molto interessante la premessa di un imprenditore dei servizi che chiarisce:” questo non è smart working ma home working forzato: è una misura che rappresenta un esperimento sociale mai provato prima. Sulla esperienza attuale non ci si può fondare nessuna organizzazione futura perché la situazione è straordinaria e per l’appunto forzata”.

Un bel punto di partenza; ha ragione, dobbiamo certamente definire meglio che cosa è e che cosa non è smart working. Magari in un altro articolo.

Come era prevedibile vi sono grandi differenze tra le aziende di servizi e quelle manifatturiere. Le prime infatti, proprio per la loro natura, hanno in genere un migliore livello di dotazioni e alcune attività o processi già informatizzati. In qualche caso gli imprenditori affermano che teoricamente si possa estendere il lavoro da casa alla quasi totalità dei dipendenti, anche se è sentita l’esigenza di mantenere un elevato livello di continuità nel lavoro in azienda. Al contrario gli imprenditori della manifattura, per la natura stessa delle loro aziende, ritengono che solo poche funzioni come l’amministrazione, il centralino e la gestione della comunicazione e dell’e-commerce possano usufruire del lavoro da casa. Entriamo nel merito.

I vantaggi di una estensione del lavoro a distanza per gli imprenditori sono: migliore utilizzo degli spazi aziendali e minori costi di gestione.

Tre degli intervistati si aspettano un qualche miglioramento delle prestazioni dovuto alla maggior flessibilità ed al minore stress dei dipendenti per gli spostamenti, o pensano che ci sia maggiore facilità nella gestione delle risorse umane e delle mense aziendali. Qualcuno segnala anche la possibilità che si riducano le tensioni tra colleghi, anche se è diffusa l’idea che il lavoro da casa possa favorire i “furbetti”.  Solo uno degli intervistati scommette fideisticamente sul miglioramento della produttività, mentre la maggior parte sottolinea che dovranno essere definite nuove regole per la gestione dei rapporti di lavoro. “lo Smart working può funzionare – dice un imprenditore dei servizi – ma solo se vengono dati obiettivi ben definiti e in ogni caso non può essere totalmente sostitutivo dell’attività tradizionale”. C’è infine chi è possibilista e pur temendo la perdita del contatto diretto, i cali di produttività nel tempo ed i rischi tecnologici (riservatezza dei dati, controllo del lavoro, ecc), ritiene che siano svantaggi rimediabili mediante la costruzione di un’organizzazione che ruota, per alcune sue parti, attorno al lavoro da casa come elemento base.

Per quanto riguarda invece gli svantaggi quasi tutti gli imprenditori hanno messo in evidenza gli stessi aspetti: dal “poco controllo del lavoro svolto, anche in termini di qualità”, all’ impossibilita di gestire un lavoro di squadra in quanto, anche se ognuno fa la sua parte, a è difficile il coordinamento. Il rapporto interpersonale infatti consente maggiore rapidità nel risolvere un problema e la comunicazione diretta rende più coesa e più efficiente l’organizzazione.

Praticamente tutti sottolineano in maniera più o meno accentuata che, mancando il confronto continuo ed il rapporto diretto con i colleghi, si perda in efficacia del lavoro e la motivazione si riduca.

Una critica importante al lavoro da casa è la perdita delle relazioni sociali. Lavorando con altri, condividendo gli spazi, non solo si crea gruppo, ma si condivide una cultura ed una visione comune, al contrario lavorando da soli si tende a diventare più individualisti. Un’imprenditrice ha detto:” nel mio lavoro, editoria specializzata, quasi tutte le mansioni possono essere svolte in smart working: completamente, anche se con qualche disagio se in modo continuativo; giornalisti, grafici, traduttori, centralino, ufficio traffico, account, ma nel mondo dei media dove la ricerca, l’osservazione sul campo e le relazioni sono fondamentali, non può sostituire il lavoro fatto di persona. Per fortuna niente e nessuno potrà mai sostituire il contatto umano. Ritengo, per la nostra esperienza, che lo smart working uno o massimo due giorni a settimana possa essere anche funzionale, oltre sia un problema per l’azienda ma anche per la persona stessa che non sarebbe stimolata e al passo.”

Un altro imprenditore mette in evidenza un altro aspetto interessante del problema: la possibilità per i collaboratori di lavorare da casa con la giusta concentrazione: “in periodo coronavirus, alcuni lavoratori hanno preferito andare in ufficio, dove disponevano di spazi adeguati. A casa propria, i propri famigliari (mogli, mariti, figli) rendono difficile la concentrazione ed il raggiungimento dei traguardi prefissati”.

La maggioranza si esprime in modo cauto, tuttavia vi è anche chi ha una visione decisamente contraria: “lo Smart working non dà nessuno vantaggio, un dipendente deve vivere l’azienda a 360 gradi, può essere uno strumento temporaneo da usare per andare incontro a specifiche esigenze del dipendente (vedi gravidanza, figli, ecc) ma non è un modus che vedo come la normalità di lavoro”. O ancora chi dice che “Lo Smart working può andar bene solo per quei lavori avulsi da qualunque interazione e da qualunque motivazione lavorativa. Ad esempio, potrebbe funzionare per un data entry che deve inserire dati in modo automatico e senza sapere perché lo sta facendo, senza nessuna necessità di integrarsi con l’azienda”.

Che il tema sia da approfondire non c’è dubbio. Sono anni che gli HR e gli esperti del lavoro ci parlano di fare squadra, di team building, fanno analisi di clima, sottolineano che la maggiore complessità richiede contesto e relazioni per competere con successo, ed ora…ciascuno a casa sua è meglio!

Ci sono poi problemi sui quali la riflessione è indispensabile: come avverrà l’introduzione dei nuovi collaboratori in azienda? L’affiancamento con un collega esperto e l’inserimento in un gruppo sono sempre state le modalità migliori. Questo riguarderà in particolare i giovani che escono dalla scuola con una formazione troppo spesso teorica, ma non solo.

Chi ha lavorato da casa in questo periodo ha scoperto che le piattaforme non sono tutte uguali, e che per lavorare e non solo fare chat lo smartphone non va bene, serve un computer (aziendale per tutelare le informazioni), ma soprattutto che la qualità della connessione, anche nelle grandi città, è un fattore determinante.

Per rendere utilizzabile il lavoro da casa o per attivare un vero smart working evitando la precarizzazione, prima di tutto occorre un apposito contratto diverso da quello di lavoro subordinato. È necessario un profondo cambiamento culturale da parte dei lavoratori e delle imprese: si passa infatti da una cessione del tempo e delle competenze a fronte di una retribuzione, ad un rapporto nel quale la prestazione deve essere valutata e ricompensata sia dal punto di vista economico che da quello dello sviluppo di carriera sulla base di obiettivi e risultati misurabili.

Di Antonio Catalani, Centro Studi Tra Il Dire e Il Fare

Italiani garantiti e Italiani preoccupati: le due Italie


Questa situazione legata al Covid ha messo in evidenza che esistono due Italie, o meglio due tipi di italiani: quelli garantiti e quelli preoccupati. La sensazione l’ho avuta chiarissima ieri ascoltando il discorso del presidente del consiglio ieri in televisione, per annunciare la fase due. Due mondi, due linguaggi, due modi di pensare, due modi di concepire il tempo e, soprattutto, aspettative delle persone lontane anni luce da quello a cui pensa la cosiddetta classe dirigente.

In realtà ci sono sempre state le due Italie, ma prima avevi Sud e Nord, il Centro è sempre stato frustrato perché non appartenendo a ai due schieramenti nessuno lo prendeva in considerazione. Poveri e ricchi, poi c’erano i finti poveri, evasori, ed i finti ricchi (c’erano anche quelli). I laureati ed i non laureati, i giovani e gli anziani, quelli che amano l’aperitivo e quelli che sono a dieta. E così via. E ci sono ancora.

Adesso però abbiamo una nuova divisione della nostra società: i garantiti e i preoccupati

Del primo gruppo, che chiameremo i garantiti, fanno parte principalmente i dipendenti pubblici, questi magari stanno lavorando da casa o, se sono dirigenti o collaborano con qualche task force, purtroppo non ci solo quelle ministeriali, ma sono a tutti i livelli, magari sono continuamente in riunioni, essenziale momento burocratico. Questo non gli consente purtroppo di fare il loro dovere “normale” e così persone detenute anche in regime di 41bis , si dice siano 40, escono dalle carceri perché qualche dirigente “era in riunione”. Se non sono in riunione fanno riunioni nelle quali si ingegnano ad inventare nuovi modelli di autocertificazione, ce n’è uno per ogni occasione, o ancora inventano nuove procedure per fare in modo che ci sia un maggiore….livello di complessità e maggiori difficoltà per chi deve richiedere i 600 euro, oppure la cassa integrazione o ancora la copertura di garanzia statale per i massimo 25.000 euro.

C’è poi chi, come i dipendenti dell’INPS (pare siano 25.000) che, a detta del nostro presidente del consiglio, hanno evaso in 15 giorni pratiche quante ne evadono in 5 anni. Forse prima non erano troppo impegnati? Ho fatto una domanda scritta ad INPS per l’aggiornamento della mia pensione (non è una cosa urgente) a febbraio e, logicamente per il superlavoro, la mia pratica risulta in lavorazione, quando riesco ad entrare in myINPS. È logico che anche queste persone, i garantiti, hanno le loro giuste preoccupazioni: quando potremo fare una bella rimpatriata con gli amici? Che cosa facciamo questo weekend, e per il primo maggio faranno come per il 24 Aprile, facciamo una bella manifestazione così almeno vediamo qualcuno? Quando riapriranno estetisti e parrucchieri? E le palestre? Come faremo con le ferie? Quando posso andare a trovare la zia Adelia che è in casa di riposo? E così via. Tutti problemi che in tempi normali avrebbero la loro dignità.

Ci sono poi i preoccupati: lavoratori dipendenti, piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, lavoratori a contratto, precari, partite IVA, disoccupati, e così via. Un popolo di persone che a giugno deve pagare le tasse, che ha l’affitto di casa e dell’ufficio o dello studio o del capannone, la rata del leasing e non sta incassando un euro da un paio di mesi. Ormai molti hanno dato fondo ai risparmi, se li avevano. Vabbè, lo sapevano già che se lavori in proprio e ti ammali sono cavoli tuoi, ma qui è un’altra cosa. Qualcuno ha ricevuto i famosi 600 euro, non ancora tutti, ma svaniscono in un attimo. Ne arriveranno altri? Quando? Quando si riapre? Con quali regole? Quanto costerà riaprire in termini di Dispositivi Personali e di quanto caleranno i ricavi? Le mascherine a 50 centesimi dove le trovo? Ce ne vogliono 3 al giorno per una persona che lavora, che cosa compro da mangiare o la mascherina per la famiglia? E se i clienti restano chiusi o la gente non compra i miei prodotti perché non ha soldi da spendere? E se le regole per la riapertura….beato chi le indovina, facessero calare troppo i ricavi, vale la pena riaprire o, ahimè, devo chiudere definitivamente? Ma cosa diavolo prevede il decreto aprile, che uscirà a maggio per la mia attività? Insomma, mi stanno autorizzando a fallire per DPCM? Pensate a tutto il mondo del turismo, ai bar, alla ristorazione, alle palestre, ai fisioterapisti, che non potranno mai recuperare quello che hanno perso e che si giocano la sopravvivenza. Per loro e per i loro dipendenti.

Manco ci pensano molti dei preoccupati a ferie, incontri con amici, weekend e così via. Molti hanno perso il sonno e l’allegria, alcuni hanno già perso la voglia di lottare, di fronte ad un muro che da solo è impossibile scalare. Non mi riferisco a chi era già malato cronico dal punto di vista economico. Per questi forse, è triste dirlo, la chiusura è la soluzione migliore: sarà colpa della crisi, così anche il fallimento diventa socialmente accettabile. Ma pensiamo ai sogni, ai sacrifici, agli investimenti, anche di qualche migliaio di euro solo, ma per alcuni era tutto quello che potevano giocarsi. A chi potrebbe funzionare, realizzare il proprio sogno. Vivere decorosamente senza far mancare nulla alla propria famiglia. La selezione della specie non segue il principio di giustizia, purtroppo.

A questi dovremmo dare soldi per continuare, semplificare la vita riducendo la burocrazia (diteglielo voi ai garantiti), dare ragionevoli certezze e regole affidabili. Ma che diamine con tutti questi esperti? Nessuno ha parlato in maniera seria della scuola, del sistema sanitario, delle infrastrutture su cui investire, dei trasporti che certamente non riusciranno ad adeguarsi alle nuove necessità, della famiglia, del fare i tamponi, della tracciabilità. Riuscite ad immaginare un’altra nazione in cui succeda questo? Io non ci riesco.

 

Questa divisione tra garantiti e preoccupati è tragica: le persone non hanno solo voglia di maggiore libertà, anche se nel rispetto delle regole, hanno paura dell’incertezza e del rischio che sopravvenga la miseria. La politica, se ancora esiste, ne è cosciente o pensa che basti promettere le brioche?

 

 

 

 

CHIUDERE È STATO FACILE, RIAPRIRE SARÀ MOLTO PIÙ DIFFICILE


A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare – tempo di lettura 6 minuti

Non so perché, ma lockdown è una parola che mi è antipatica. Fa fine usarla, ma perché non dire blocco? È anche più breve, oltre ad essere italiano. Certamente, dire “chiudete tutto” è facile, ed è anche facile, per un certo verso, chiudere tutto.

È stato indispensabile per appiattire la curva dei casi gravi, consentendo quindi alle strutture sanitarie di gestire una situazione drammatica.

In questo breve appunto vogliamo dare qualche suggerimento agli imprenditori che vogliono prepararsi alla ripartenza formale, o a quelli che hanno deciso semplicemente di ripartire, chiedendo un’autorizzazione, credo prefettizia, contando sul fatto che questa volta, finalmente, l’inefficienza burocratica lavori a loro favore, a causa del grande numero di controlli da fare. Pensiamo ad aziende di produzione o di servizi, capannoni o studi professionali, con pochi dipendenti, da qualche unità a 50 persone. Queste rappresentano una ricchezza per la nazione e sono gran parte del tessuto imprenditoriale italiano.

Far ripartire la produzione è certamente molto più complicato. In particolare ci sono 3 problemi:

  1. Se la filiera non funziona, anche se il tuo codice ATECO (strumento vecchio e poco adeguato) è autorizzato a lavorare, puoi solo produrre per magazzino, con le scorte che hai di materie prime e semilavorati, o con quello che riesci a procurarti. Se i tuoi clienti sono in una zona ancora chiusa o se esporti in nazioni che non sono attive, difficilmente i clienti acquisteranno, a meno che tu non sia un produttore di semilavorati o componenti ed i tuoi clienti vogliano prepararsi a ripartire;
  2. Il tempo è un fattore critico perché brucia liquidità e lascia spazio ad altri per impadronirsi dei nostri mercati
  3. È difficile pensare alla riapertura a produttività piena, non conosciamo ancora le regole precise, anche se possiamo immaginarle. Ad oggi non abbiamo la più pallida idea di quello che verrà dopo la fase due, ma è essenziale arrivare vivi alla nuova normalità.

In realtà la struttura frammentata, che per certi versi è stata considerata un limite tipicamente nostro, comporta unità di ridotta dimensione. Possiamo quindi immaginare una maggiore facilità nel controllo e nella gestione nelle situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, potrebbe quindi, se sapremo lavorare bene, diventare un vantaggio per la ripartenza.

Non è facile pensare che ci possa essere un modo di operare unico per la riapertura, vista la grande quantità di piccole e medie aziende italiane, che appartengono a settori diversi, che hanno quindi caratteristiche, situazioni e problemi dissimili. In questa situazione caotica certamente a volte dovremo improvvisare, tuttavia vale la pena provarci, se ci sono le condizioni di base, prima fra tutte la possibilità di investire.

Il problema della riapertura, la cosiddetta fase due, va affrontato con urgenza. Non conta più la tipica scansione degli economisti in breve, medio e lungo periodo: è subito il tempo nel quale dobbiamo affrontare questo tipo di problemi.

La prima domanda che l’imprenditore deve farsi è: vale la pena riaprire? Se riuscire a ripartire prima degli altri può dare un vantaggio: nuovi clienti, recupero di ricavi, crescita della quota di mercato, ci sono tuttavia alcuni problemi difficili da risolvere e quindi altri aspetti su cui riflettere. A volte infatti è più economico stare chiusi. Ci possono essere in un tempo ragionevole vantaggi in termini economici che compenseranno i costi certi della riapertura? Che io produca semilavorati o prodotti destinati al mercato, la mia filiera è attiva oppure produrrò solo per il magazzino? Sto utilizzando bene le mie scorte e la mia liquidità oppure le brucio entrambe senza un reale vantaggio?  Questa valutazione, evidentemente, dipende dalla singola impresa. La scelta del quando riaprire, a prescindere dalle decisioni ufficiali, segue la regola che “il meglio è nemico del bene”. Bisogna decidere pensando che anche una soluzione non perfetta, ma ragionevole, in tempo di crisi è preferibile al perdersi nel ponderare metodi e cercare una soluzione ottima. L’importante è tener conto sempre della liquidità e del mercato. Dobbiamo imparare a decidere senza aspettare che qualcuno decida per noi o che un concorrente, anche di altre nazioni, si avvantaggi troppo.

Non sono domande semplici, ma chi ha detto che fare impresa lo sia?

Prima di riaprire crediamo che ci siano delle cose importanti da fare, anche queste con urgenza:

  • Monitorare le attività della nostra filiera, cioè dei fornitori e degli acquirenti. Se la filiera non è attiva, per una qualsiasi ragione o non abbiamo scorte a sufficienza, conviene aspettare;
  • Facciamo un check del livello di digitalizzazione dell’azienda, vediamo come possiamo migliorarlo e verifichiamo il livello di preparazione dei nostri dipendenti. Dopo, ci dicono, non sarà più come prima. Non lo sappiamo, ma è un’ottima opportunità per migliorare un’area della nostra azienda che spesso è troppo arretrata: dalle videoconferenze ai gestionali, anche semplici.
  • Approfittiamo di questa scomoda inattività per ripensare alla nostra organizzazione, ai prodotti che offriamo, ai fornitori di cui ci serviamo, ai processi che abbiamo messo a punto nel tempo. Le aziende spesso, distratte dalla attività quotidiana, hanno acquisito delle abitudini non sempre virtuose. Da quanto tempo non ripensiamo ai prodotti che proponiamo al mercato, spesso alcuni di questi sono poco importanti sia per il margine che producono, sia per il loro valore strategico. Quanti fornitori sono diventati un’abitudine, e non ci guardiamo più attorno per verificare se ci sono altre possibilità? Certo, saremo obbligati a mettere in discussioni processi, abitudini, centri di potere che si sono creati all’interno, ma vale la pena ripensare a tutte le inefficienze che, naturalmente, abbiamo accumulato negli anni.
  • Prendiamo il bilancio e guardiamo con attenzione al dettaglio dei costi. Dove possiamo tagliare per recuperare le risorse da investire? Quella fiera, quelle pagine pubblicitarie, quelle riunioni con i venditori, quelle spese di rappresentanza servono? Dobbiamo cancellarle o dobbiamo trovare il modo per renderle più produttive? E così per tutte le voci di costo.

Nel frattempo, mettiamo a punto un piano per la riapertura.

  • Sappiamo che la produttività all’inizio forse non sarà elevata; lo stato d’animo dei dipendenti, la fiducia che hanno nelle scelte dell’azienda in termini di sicurezza e di organizzazione del lavoro contribuiscono molto a tenerla alta. Da subito comunicate con i vostri collaboratori, spiegategli cosa state facendo, fatevi sentire partecipe delle loro insicurezze.
  • Restate in contatto con i fornitori ed i clienti principali, informateli ed informatevi sulla situazione che vivono.
  • Appena possibile attivate il lavoro da casa. Non è più un problema di ore di lavoro, ma di capacità dei singoli o dei dipartimenti di raggiungere obiettivi che dovrete assegnargli. Si illude chi pensa che questo cancellerà le modalità tradizionali, ma certamente si sta sviluppando molto ed è certamente molto utile. Il lavoro è anche colleghi, ambiente di lavoro, condivisione di una cultura. È un elemento sociale importantissimo, non è solo un fattore tecnico-produttivo.
  • Individuate un medico che collabori attivamente nel presidiare le problematiche sanitarie all’interno dell’azienda. Chiedetegli di fare test periodici al personale e, perché no, anche se con minore frequenza ai membri delle loro famiglie
  • Riorganizzate il layout produttivo o degli uffici per garantire la distanza interpersonale ed i flussi di lavoro
  • Acquistate i dispositivi di protezione individuali più adeguati ed in numero sufficiente (garantitevi le forniture).
  • Organizzate il piano di sanificazione degli ambienti e procuratevi i materiali necessari
  • Se necessario organizzate gli orari di lavoro e le entrate per suddividere i flussi
  • Valutate l’utilità e la convenienza di una copertura assicurativa.

L’inattività non è consentita: per gli imprenditori oggi come mai è uno spreco.

È difficile prevedere per quanto tempo dovremo lavorare in condizioni cui non siamo abituati, e non abbiamo ancora idea di quale sarà la nuova normalità. È praticamente impossibile che un’ordinanza riesca ad affrontare con soluzioni adeguate i problemi che imprenditori e lavoratori dovranno affrontare. La creatività e l’impegno di ognuno saranno strumenti preziosi per risolvere questi problemi. Questa situazione deve essere gestita con regole definite, ma con un grande impegno dei singoli imprenditori nel trovare le soluzioni migliori per la specifica situazione.  Lo scambio delle esperienze individuali, la condivisione anche degli errori commessi potrebbe essere una chiave per accelerare il superamento dei problemi. Questo potrebbe essere un nuovo spazio per le associazioni e per le istituzioni.

http://www.lirragionevole.it/economia-lavoro/chiudere-e-stato-facile-riaprire-sara-molto-piu-difficile/

UN APPROCCIO ECONOMICO AI PROBLEMI DEL COVID-19


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A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Premessa

Questo documento propone un approccio complessivo ai problemi che l’economia italiana sta vivendo, come conseguenza della pandemia da corona virus. Si tratta di problemi nuovi, mai affrontati nella letteratura accademica, senza precedenti da cui si possano dedurre best practice; portano quindi, nella formulazione, ad immaginare soluzioni che richiedono la necessità di sgombrare il campo dagli approcci tradizionali.

La strada per immaginare una cura a questa grave pandemia economica ci obbliga a mettere da parte una serie di taboo, non sono consentite sperimentazioni o azioni graduali: ne va della vita del paziente. La sopravvivenza è legata sostanzialmente alla velocità ed alla profondità degli interventi. Il rischio è il collasso della nostra società.

Con documenti successivi approfondiremo, quando è necessario, gli aspetti tecnico-realizzativi.

La situazione attuale

La crisi che stiamo vivendo, ormai è chiaro a tutti, ha caratteristiche di eccezionalità per l’imprevedibilità della sua durata, per l’estensione globale e per la forzata interruzione di un grande numero di attività.

La metafora della guerra, anche se suggestiva, non ci aiuta a comprendere come gestire il dopo, che potrebbe essere molto drammatico per le famiglie e le imprese. I motivi fondamentali sono:

● dopo la guerra vi è la ricostruzione, quindi la necessità di far ripartire attività produttive ad alta intensità di lavoro e non solo di capitali;

● durante la guerra l’industria delle armi produce molto e consuma molto;

● le guerre hanno sempre prodotto innovazioni tecnologiche che poi hanno avuto una pronta applicazione sulle attività produttive verso il mercato;

● lo spirito della ricostruzione è positivo ed è caratterizzato dal fare per il futuro.

È evidente che nel nostro caso, pure se l’industria della salute è pienamente attiva, non ha né le caratteristiche di consumo, né quelle di generare innovazione. anche se in realtà questa crisi ci stimolerà a mettere a punto innovazioni di tipo organizzativo e relazionale.

Non dobbiamo ricostruire il patrimonio edilizio o gli stabilimenti di produzione ed è difficile prevedere come ne usciremo dal punto di vista psicologico.

Il primo impegno è quello di appiattire la curva dell’epidemia per consentire agli ospedali di organizzare in maniera adeguata le strutture per l’emergenza: questo implica un notevole dispendio di tempo. Tuttavia, maggiore sarà il tempo necessario per appiattire il picco, maggiore sarà l’impatto sulla economia, posto che, presumibilmente, fino alla disponibilità del vaccino (non basta infatti scoprirlo, ma bisogna produrlo e distribuirlo) non si potrà parlare di una vera ripartenza.

La situazione dal punto di vista economico è completamente nuova ed è piuttosto probabile che si verifichi, in mancanza di appropriati interventi, una situazione di questo tipo:

1. il panico e l’incertezza nelle famiglie e nelle imprese portano ad un crollo dei consumi e degli investimenti;

2. il tracollo della domanda porta a mancanza di liquidità, all’inesigibilità dei crediti e quindi a fallimenti e chiusure;

3. la disoccupazione cresce;

4. i redditi da lavoro crollano e la domanda si contrae ulteriormente.

Se non si interviene in maniera adeguata il rischio è quello di una serie consecutiva di cicli che ogni volta ci riportino al punto 1, e così via, innescando un circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire.

Facciamo due conti

Impatto sul PIL:

immaginiamo che le attività economiche subiscano un crollo del 50% per un mese e del 25% per i due mesi successivi grazie a parziali riaperture (Gourinchas, 2020). Questa ipotesi è ottimistica e comporta che

  • alla fine del terzo mese tutte le attività produttive siano attive
  • che la domanda e l’offerta siano immediatamente riallineate,
  • che non vi siano ondate successive.

Di conseguenza il calo del PIL sarebbe pari ad un -8,4%. È evidente che questa ipotesi, a seconda dell’evolversi della situazione, deve essere corretta non solo nei tempi previsti, ma anche nell’impatto che deriva ai consumi, all’export, al turismo e così via. Allo stato attuale delle cose l’Ipotesi sopra descritta può essere considerata la più favorevole; in questo caso dobbiamo valutare un calo del PIL non inferiore al 10%. Quello che succederà dopo in termini di andamento della ricchezza prodotta dipende dalle scelte politiche e da quello che si riuscirà a realizzare. Senza mai dimenticare il non trascurabile effetto di una crisi che è globale e che vede nell’export e nel turismo fonti importantissime del PIL nazionale.

Vale la pena ricordare che la crisi del 2007, che ha interessato il sistema finanziario, ha portato ad un crollo del PIL del 4,5% ed a distanza di 13 anni non si avevamo ancora recuperato quanto perso.

Secondo una comune considerazione empirica dobbiamo mettere in circolazione tanta moneta quanta ne viene distrutta, ma per generare un effettivo rilancio bisogna investire in infrastrutture e nella manutenzione delle strutture esistenti, fisiche o virtuali, con progetti concreti, efficaci e qualificanti. Ricordiamo ancora una volta che il problema non è il debito, ma il rapporto tra questo ed il PIL. Gli investimenti devono proprio favorire la crescita del PIL.

Interventi urgenti:

in questo scenario ottimistico è assolutamente necessario che vi siano alcuni interventi immediati:

●    si garantiscano alle famiglie che abbiano perso ogni fonte di reddito o la possibilità di sospendere il pagamento delle tasse, dei tributi e dei mutui o la liquidità necessaria per pagare gli affitti ed i consumi essenziali

●   si garantiscano alle aziende, soprattutto a quelle piccole e nuove, anche in mancanza di ricavi dovuti alla chiusura obbligatoria o la possibilità di pagare gli stipendi e di pagare i fornitori

  • Si attivino in tempi brevissimi i cantieri già finanziati.

La velocità con cui si interviene riduce notevolmente l’impatto negativo sulla vita delle persone e delle imprese.

Interventi contingenti di breve periodo:

●   mettere in linea le strutture sanitarie e le dotazioni strutturali e di materiali di consumo per gestire una possibile ulteriore ondata

●   finanziare gli interventi per garantire liquidità alle famiglie ed alle imprese

●   mettere a punto un intervento fiscale significativo

Interventi strutturali:

  • Intervenire sulla spesa pubblica per liberare risorse, ma soprattutto metterne in discussione l’articolazione e l’efficienza. Non si tratta di un approccio a tagli lineari, ma di una profonda e radicale revisione dei processi burocratici per quanto riguarda la vita delle persone e delle aziende: dalla giustizia, alle professioni. L’intervento sui processi consente poi, a cascata, di ridefinire le voci di spesa di ognuno delle voci dei costi. Secondo Eurostat la spesa pubblica corrente nel 2019 in Italia vale il 45,5% del PIL, in aumento dello 0,7% sull’anno precedente. Tuttavia, non basta dire che spendiamo troppo, la qualità del risultato non è adeguata alla spesa. Non possiamo dimenticare, infatti, che la fonte della ricchezza di una nazione è il lavoro produttivo, quello finanzia la spesa pubblica. Se non aiutiamo le imprese e le persone a creare ricchezza non ci sarà possibilità di crescita
  • Finanziare gli interventi urgenti, contingenti e strutturali con un mix di strumenti per i quali andranno approfonditi gli aspetti tecnici e legali:
    • Messi a disposizione dall’UE
    • Emettere titoli di debito nazionali, destinati al mercato italiano, esenti da tasse anche nel futuro (si faceva fino al 1986, se non sbaglio). Questi titoli devono essere finalizzati a progetti di intervento specifici, prioritariamente strutturali, con tempi certi ed obiettivi concreti e misurabili, direttamente garantiti da Banca d’Italia
    • Emettere titoli di debito regionali, anche questi esenti da tasse. Questi titoli devono essere finalizzati a progetti di intervento specifici, prioritariamente strutturali, con tempi certi ed obiettivi concreti e misurabili, direttamente garantiti dalla Regione che li emette.

Vi è un ulteriore elemento fondamentale per finanziare adeguatamente gli interventi urgenti, contingenti e strutturali: la capacità di creare fiducia nel Paese e negli investitori.

La Fiducia è l’asset fondamentale su cui si basano le relazioni sociali, non solo l’economia. Per ricreare fiducia dobbiamo fare: decidere e realizzare, non solo parlare! È l’impegno di ciascuno di noi che renderà concrete la azioni, non il vano chiacchiericcio. Abbiamo già dimostrato che in pochi anni, nel dopoguerra, abbiamo portato l’Italia ad essere un esempio. Forse erano altri uomini? Forse era un’altra classe politica? Questa della fiducia forse è la vera priorità per la ricostruzione ed il rilancio economico dell’Italia.

Fonte: nostre considerazioni basate su uno studio della LBS.