FIDUCIA.


fiducia

Quando nel 1933 Franklin Delano Roosevelt, in occasione del suo insediamento alla Casa Bianca, cominciò a parlare dalla radio agli americani con i “Discorsi del Caminetto”, la Grande Depressione stava colpendo in maniera drammatica e inaspettata l’economia americana.

Non parlava dietro una scrivania, anche se nessuno lo poteva vedere, ma chiacchierava con i cittadini americani utilizzando un approccio ed un tono di voce più da conversazione che da proclama.

Roosevelt probabilmente non voleva soltanto che i suoi connazionali avessero fiducia nella sua capacità di risolvere i problemi della Grande Depressione, ma voleva creare un clima di fiducia negli americani in merito alla possibilità concreta di uscire dalla terribile situazione che stavano vivendo.

Tutto è cambiato. Oggi una persona che conversa con gli amici davanti ad un caminetto è probabilmente un vecchio noioso: non c’è polemica, nessuno alza la voce, non c’è il parlarsi sopra. Le uniche notizie oggi sono le cattive notizie, quelle forti e strillate, non quelle dette ed argomentate e più è strillata, più è importante. Le brutte notizie, si sa, vanno a ruba. Da quando la comunicazione passa attraverso il video, ed ancora più con i pervasivi social, bisogna attaccare qualcuno per fare audience, per esistere sui media. Non è vero solo nel discorso politico, ma un po’ in tutti gli ambiti (dai medici che ci parlano di pandemie, agli economisti che ci indicano la strada per risolvere i problemi della disoccupazione o del debito pubblico): oggi bisogna usare un linguaggio forte, spararle grosse.

Certo sono cambiati i media, ed ognuno di essi ha il suo specifico, ma se prima il media determinava il messaggio: “l’ho sentito al telegiornale” si diceva quando io ero giovane per dire che qualcosa era vero, oggi, anche per la quantità di comunicazione che ingeriamo ogni giorno, abbiamo bisogno di messaggi aggressivi, che urlino per attirare la nostra attenzione.

Il come si dice prende il sopravvento sul che cosa si dice.

Con i social gli slogan vendono di più di un progetto, e chi sa più distinguerli?

Perché Roosevelt aveva scelto la formula dei “Discorsi del Caminetto”? l’obiettivo era quello di creare fiducia: era necessario che gli americani avessero fiducia nel loro presidente e nella possibilità di risolvere la Grande Depressione.

 Che cosa è la fiducia? Secondo il vocabolario Treccani è un atteggiamento verso altri che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Se dovessi indicare quali sono gli ingredienti fondamentali in ogni relazione umana certamente metterei al primo posto la fiducia, seguita poi dall’interesse. Acquisto un prodotto perché ho fiducia nel venditore o nella marca; nelle relazioni di amore, di amicizia o d’affari è il fondamento indispensabile, non c’è ambito che possa stare in piedi senza la fiducia. Che cosa è in fondo la burocrazia se non quel coacervo di regole, postille e incasinamenti che dimostra non solo la sfiducia verso i cittadini, ma anche verso lo stesso dipendente della Pubblica Amministrazione, che da noi non è il civil servant come dovrebbe, ma, appunto, il burocrate. E così per controllarne pochi si penalizzano tutti.

Quindi per dare fiducia bisogna valutare fatti, circostanze e relazioni, questi sono gli elementi che inducono ad avere un’aspettativa positiva nei confronti di qualcuno. Parliamo di una fiducia educata, figlia di conoscenza dei fatti e delle situazioni, non di un tifo da stadio o di una fiducia a priori. Una fiducia che attribuisce la delega a prendere decisioni nell’interesse di tutti, a fare fatti, che conferisce un sostanziale potere a qualcuno, che si tratti di un politico, un consulente, un esperto.

Mai come negli ultimi anni abbiamo assistito a due fenomeni contemporanei: da una parte il dirompere dell’antipolitica e dall’altra l’esaltazione dei tecnici.  Per una serie di ragioni diverse la classe dirigente, in particolare quella politica, ha visto ridursi in maniera profonda il capitale di fiducia di cui godeva e contemporaneamente è cresciuta a dismisura tra le persone la fiducia nella tecnica, al punto che spesso la chiamiamo scienza.

Certo la classe politica oggi è diversa, per decenni è stata figlia di una lunga selezione della specie, adesso appena eletto puoi trovarti a governare, eppure la complessità del contesto nel quale viviamo richiederebbe una più accurata selezione. Il merito e l’esperienza non contano più; conta il consenso misurato con i like. Siamo così arrivati alla mostruosità di “uno vale uno”, del dilettantismo eretto a merito. No. Sono le persone che fanno la differenza, sempre!

Per quanto riguarda la tecnica questa non è più solo lo strumento di cui disponiamo per risolvere problemi funzionali, è il mondo intero che ne è impregnato fino a farla diventare un fine, un valore, ma la tecnica in realtà ha solo la funzione di funzionare, non deve raccontarci nulla, non deve sostituire il pensiero, la visione o la capacità di scelta. Quindi puoi trovarti a governare o a determinare i comportamenti e le scelte dei politici perché sei un tecnico.

Oggi in Italia non abbiamo più fiducia nei politici, negli scienziati, negli economisti, nei giornalisti, nei magistrati e così via. Anche se certamente ci sono ancora politici, scienziati, economisti, giornalisti e magistrati seri.

Abbiamo bisogno di rimettere in ordine le cose. Non possiamo lasciare al virologo, all’economista lo spazio delle decisioni. Dobbiamo ritrovare il primato della politica poiché governare non è solo amministrare, ma è anche creare il futuro.

E noi abbiamo bisogno di ricostruire tutto. Non ci servono né politici dilettanti e improvvisati né tecnici infallibili e onniscienti. Abbiamo bisogno di gente seria per fare seriamente politica.

Costruire un rapporto di fiducia richiede la capacità di mantenere le promesse e di realizzare progetti. Si costruisce con il tempo e con i comportamenti, non con l’eleganza dell’abbigliamento, con il parlare forbito o con i titoli accademici.

Abbiamo bisogno di qualcuno che non costruisca il consenso su vuote promesse, su slogan o proclami, ma che ci parli delle cose che ha fatto e che sta facendo (non che farà) per risolvere i problemi: di persone che si assumano con coscienza la responsabilità di governare e che abbiano esperienza. Qualcuno che ci parli come se fosse “seduto in poltrona davanti ad un caminetto” e dica onestamente, senza vanterie, che cosa è possibile fare, che cosa si sente di fare, perché lo ritiene giusto, quali circostanze sono avverse e quali favorevoli.

L’Italia per non morire e per superare quella situazione strutturale che ha bloccato la crescita da almeno vent’anni ha bisogno di qualcuno che sia in grado di sottoscrivere con i cittadini un nuovo accordo basato sulla reciproca fiducia e su questa rimetta in discussione la sottocultura burocratica che ci strozza per i costi che genera e per le inutili complicazioni, e perciò sia in grado davvero di punire chi trasgredisce. Qualcuno che sappia attivare quel processo sociale ed economico complesso che faccia ripartire i territori, le imprese, il turismo.

I bonus per riaprire o i sussidi sono condizione necessaria, ma senza fiducia non usciremo da casa, non riattiveremo l’economia, non faremo tornare il turismo, non costruiremo un’alternativa ai ricordi di un lontano, splendido passato.

Forse ci manca il coraggio di scegliere un nuovo Roosevelt, oppure, purtroppo, semplicemente non ce l’abbiamo.

Perché non dobbiamo lasciare l’Italia in mano agli scienziati.


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L’Italia rischia di affondare: per rilanciare l’Italia e progettare il nostro futuro non dobbiamo lasciare le scelte in mano agli scienziati o ai tecnici.  Torniamo alla politica.

 

La medicina ha fatto una gran brutta figura in questo periodo di Covid19.

Dagli scienziati ne abbiamo sentite di tutti i colori in questi difficili mesi: “le mascherine non servono; le mascherine sono essenziali; il virus si estingue con il caldo; il virus continuerà a girare; si ripresenterà in autunno; ha perso la sua forza; è clinicamente estinto; si può risolvere il problema con….; bisogna aspettare il vaccino; l’OMS dice che….; il professor tale sostiene che…”. Insomma pareri opposti, polemiche anche aspre fra gli addetti ai lavori, ricette discordi e noi impauriti, confusi chiusi in casa a chiederci come mai oggi, nel 2020, non fosse possibile trovare una soluzione diversa da quelle che venivano suggerite nel corso delle pestilenze o della spagnola, con tanti esperti in tutto il mondo coinvolti.

Che siano virologi, infettivologi, economisti o studiosi della politica, di una cosa sono certo: considerandoli “scienziati” attribuiamo loro delle capacità ed un potere che per la natura stessa della loro disciplina non possono avere.

È già successo, più di una volta: quando la regina Elisabetta d’Inghilterra, dopo la crisi del 2008, andò in visita alla prestigiosa London School of Economics, fece al rettore una domanda che tutti ci siamo fatti nella nostra testa: perché nessuno ha previsto il disastro?

Già, perché gli scienziati non riescono a prevedere i disastri?

La parola è la più potente di ogni arma, pare che dicesse l’egiziano Ptahhotep circa 5.000 anni fa, e noi abusando della parola scienza, utilizzandola in maniera indiscriminata, ne abbiamo modificato e diluito il senso. Gran parte del problema infatti nasce, ne sono sempre più convinto, dalla ambiguità del termine scienza.

A proposito: scienza o scienze?

Siamo portati a definire scienza qualsiasi disciplina studiata nelle università, attribuendo a queste la stessa affidabilità delle scienze sperimentali. Ma le scienze non sono tutte uguali in termini di affidabilità, contenuto di verità e soprattutto per quanto riguarda le conseguenze sulla vita quotidiana delle persone. Li chiamiamo scienziati, ma spesso sono solo esperti. Ed ancora una volta il linguaggio non aiuta: in questi giorni ho sentito i giornalisti chiamarli scienziati, e loro stessi, parlando del loro lavoro, dire che “attraverso una ricerca scientifica abbiamo dimostrato, verificato, provato…”. Certo queste discipline accademiche hanno un metodo, autorevoli pubblicazioni, un sistema di relazioni e di verifiche tra studiosi, ma basta questo per definirle scienze?

Quando definiamo scienza una disciplina, nella nostra mente, per il retaggio di cultura scolastica tradizionale, le attribuiamo tre caratteristiche che derivano da una visione deterministica e galileiana:

  1. la scienza è conoscenza (cioè è in grado di spiegare di un fenomeno perché avviene, come avviene, che cosa in realtà succede)
  2. la scienza è capace di fare previsioni (quando qualcosa si verificherà, in quali forme, chi ne avrà vantaggio o svantaggio)
  3. la scienza può trovare soluzioni ai problemi.

Non è più così per nessuna disciplina scientifica.

Senza voler entrare in problemi di filosofia della scienza, semplificando, esiste una distinzione precisa tra scienze dure (hard science) come la fisica, la chimica e in gran parte anche la biologia e scienze molli (soft science) o, a me piace di più chiamarle scienze sociali o umane, come la sociologia, l’economia, la medicina. Nelle prime le situazioni sono replicabili, cioè in laboratorio o in natura posso ripetere un fenomeno che sto osservando quante volte voglio, posso definirne le caratteristiche attraverso il linguaggio matematico e posso verificare come, dati alcuni presupposti, da questi derivino sempre alcune conseguenze.

Nelle scienze umane i fenomeni che si osservano non possono essere replicati, non vi sono laboratori possibili, né è mai possibile ricreare le stesse condizioni.

Non è l’utilizzo della matematica o della statistica che garantisce per il risultato, ma è la falsificabilità. Secondo Karl Popper, uno dei più importanti epistemologi contemporanei, “Una teoria è scientifica nella misura in cui può essere smentita“, probabilmente ispirato da una frase di Einstein contenuta in una lettera del 1926 a Max Born, «Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato».

In realtà da una parte il problema è nostro: abbiamo attribuito alla medicina, alla sociologia ed all’economia la stessa fiducia che attribuiamo alle scienze sperimentali, ma, pure se imbottite di cifre e di statistiche, anche se nutrite da ruminatori di numeri e da modelli matematici, non sono certamente scienze in quel senso. Dall’altra dipende dal linguaggio stesso di queste discipline che parlano di teorie, quando dovrebbero parlare di ipotesi e così via.

In pratica dovremmo attribuire ad ogni disciplina un gradiente di “affidabilità” che segue i principi di replicabilità e falsificabilità e procede per livelli diversi dalla fisica verso la psicoanalisi che Popper, che aveva lavorato a lungo con Adler, considera una pseudoscienza.

Ogni scienza genera una tecnica…e qui cominciano i problemi

Anche se non sono tutti d’accordo, io sono convinto che la medicina, l’economia o la sociologia abbiano contribuito, anche se in modo diverso (anche facendo danni diversi), alla nostra possibilità di vivere meglio. Dico solo che quelle che noi chiamiamo genericamente scienze non sono tutte uguali in termini di affidabilità, contenuto di verità e, quando diventano tecnologie, non sono tutte uguali per quanto riguarda le conseguenze sulla vita quotidiana delle persone.

Il progresso che attribuiamo alle scienze, infatti deriva dalle applicazioni delle scienze stesse: tecnologie o ingegnerie.  Se considero scienza qualsiasi disciplina accademica ed attribuisco a questa il portato di affidabilità delle scienze sperimentali, forse danni ne faccio pochi. Se per esempio la teoria della relatività di Einstein non fosse vera, avremmo qualche gadget tecnologico in meno, peccato, ma non avremmo un vero e proprio danno e nel complesso riusciremmo a cavarcela.

Se invece una teoria virologica o economica (bisognerebbe chiamarle ipotesi, non teorie) è sbagliata e ne facciamo derivare leggi, norme, protocolli clinici o scelte di ingegneria sociale, potremmo fare macelleria sociale e la vita delle persone ne risentirebbe profondamente.

Insomma le scienze umane non fanno male finché non me le applicano addosso, poi qualche rischio c’è. Quanti danni sono stati fatti alle persone da una visione accademica presuntuosa e infondata? Quante persone e famiglie hanno sofferto e sono state private di diritti che la società aveva garantito loro come conseguenza di tante conquiste sociali? La situazione Covid 19 che stiamo ancora vivendo e l’esperienza della Grecia sono emblematiche.

Una politica succube degli scienziati e dei tecnici può distruggere la società.

Secondo Kuhn (uno dei più importanti studiosi contemporanei di filosofia della scienza), le scienze dure sono orientate in ogni periodo storico da una specifica visione del mondo che indirizza l’attività degli scienziati selezionando i problemi di cui interessarsi, i fenomeni da osservare ed i metodi di ricerca da utilizzare e le ricerche da finanziare.

A maggior ragione le scienze umane non possono essere neutrali anche per la loro stessa natura. Si tratta infatti di punti vista, interpretazioni che generano ipotesi e seguono spesso tendenze o mode diffuse tra gli scienziati sociali. La scienza infatti non è mai qualcosa di astratto e separato dalla realtà nella quale viviamo. E tutto ciò aumenta il grado di indeterminatezza di queste scienze.

È importante quindi che, sia gli scienziati sociali che noi, abbiamo una maggiore consapevolezza rispetto al loro essere scienze, poiché la loro natura è legata alle persone ed alla società.

La politica non può e non deve trovare alibi o giustificazioni per le sue scelte mancate dietro a esperti, task force, Stati Generali; tutto ciò aumenta solo la confusione.

I soldi che arriveranno, da qualunque fonte, che sia l’Europa o l’emissione di titoli, non vanno spesi in prebende sussidi e mance, elettorali o demagogiche.

Come utilizzarli per risolvere davvero i problemi ormai è chiaro: pubblica amministrazione costosa, farraginosa e inefficiente; leggi di difficile attuazione, incomprensibili alla maggior parte delle persone; enti pubblici che non riescono a produrre progetti e gestire appalti; magistratura autoreferenziale con una giustizia civile e penale lunga, che non garantisce più la certezza del diritto e della pena;  sistema fiscale che ci obbliga sempre a ricorrere a commercialisti, patronati, Caf per riuscire a fare qualsiasi cosa; stato sociale sempre più debole; investimenti in scuola, ricerca e sviluppo e innovazione ridotti a pochi spiccioli a causa degli incredibili sprechi della macchina burocratica; parlamento ridotto ad mero ornamento, esautorato dai suoi compiti.

Non è un problema di soldi: è un problema di mentalità e di organizzazione. Ogni volta che chiediamo ad esperti, task force o ricorriamo a qualsiasi altra diavoleria, stiamo solo perdendo tempo.

Diciamocelo finalmente ed una volta per tutte, togliamoci gli alibi: la politica non è ascoltare, è rispondere ai problemi con soluzioni efficaci.

Che cosa hanno in comune Churchill, Montanelli, Gandhi e Cristoforo Colombo?


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L’odio del politically correct, il “gretismo” intransigente e gli ideologi della globalizzazione indiscriminata, forti di una presunta superiorità morale, vogliono cancellare la storia. Perché?

Non c’è alcuna giustificazione al comportamento del poliziotto bianco che ha soffocato George Floyd, a Minneapolis. Ma non c’è nemmeno giustificazione alla furia iconoclasta che in tutto il mondo cerca di cancellare la storia cancellandone la memoria.

È davvero solo un sentimento antirazzista che muove le persone di tutto il mondo occidentale a manifestare violentemente distruggendo o insudiciando statue di certi uomini o c’è qualcosa d’altro? Chi sono? Che cosa vogliono? Da dove hanno origine i loro sentimenti ed i comportamenti? Certo in questo caso tutto nasce dagli afroamericani, direttamente interessati, come è comprensibile, da quella triste vicenda, anche se vorrei ricordare che i tanto vituperati Stati Uniti sono stati l’unico paese occidentale finora ad aver eletto come presidente Barack Hussein Obama II. Perché Nancy Pelosi, Speaker della Camera dei rappresentanti, ha scritto in una sua lettera al Senato:” The statues which fill the halls of Congress should reflect our highest ideals as Americans. Today, I am once again calling for the removal from the U.S. Capitol of the 11 statues representing Confederate soldiers and officials. These statues pay homage to hate, not heritage”[1]. Ma che c’entra l’Italia in tutto ciò?

Come nasce questa convergenza tra diseredati e gruppi di intellettuali, spesso benestanti, che ha interessato solo le due rive dell’oceano? Perché nessuno ha protestato con la stessa forza per quello che avviene in alcuni Paesi Arabi (con i quali continuiamo a fare lauti affari) o con la Cina che abbiamo arricchito eleggendola troppo facilmente a fabbrica del mondo?

Ho cercato di capire e voglio proporre le mie riflessioni.

Abbattere le statue non è certo una prassi nuova: ogni volta che una qualche parte religiosa, politica o sociale vuole sovvertire il contesto, sembra quasi che “il popolo”, abbattendo monumenti che raccontano il passato storico, si svegli dal letargo e, distruggendo i segni della memoria, possa realizzare il cambiamento.

È avvenuto con la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione culturale in Cina, i Khmer rossi in Cambogia fino alla follia dei Talebani che portò a distruggere le gigantesche statue del Budda, vecchie di più di 1500 anni nella valle di Bamyian.

Insomma distruggere monumenti, che sono simboli (a volte anche brutti e poveri di valore artistico), vorrebbe essere un processo alla storia, per cancellarla con un comportamento fanatico che a me ricorda i militanti di Al Qaida e dell’Isis. Non è certamente così che si risarciscono le vittime del colonialismo o delle altre ingiustizie che hanno caratterizzato la nostra società. Né è così che si costruisce un mondo nuovo.

La storia va studiata, approfondita, letta rispetto ai contesti, certo è meno divertente e più faticoso che manifestare! Solo la conoscenza e l’istruzione ci daranno gli strumenti per superare per cambiare la società, specie se si pretende di avere obiettivi nobili.

A che cosa ci porta distruggere monumenti o cancellare film per nascondere elementi della nostra civiltà? Cercare di cancellare la storia, ciò che di buono o di cattivo è stato, non solo non vuol dire non risolvere i problemi.

Vuol dire rinunciare alla nostra identità ed alla nostra cultura.

Questo atteggiamento mi sa molto più di censura che di rifondazione sociale.

 E se, non dico il fine voluto, ma per lo meno la conseguenza di questa furia iconoclasta, fosse proprio questo? Cancellare le diverse identità e la ricchezza delle culture?

Che mondo sarebbe oggi senza Churchill (forse l’artefice principale della sconfitta nazista), Gandhi (l’uomo che ha lottato pacificamente per l’indipendenza dell’India) o Cristoforo Colombo che per caso ha scoperto l’America, simbolo del coraggio e della curiosità dell’uomo? Che senso ha che il sindaco di Londra, Khan, annunci la revisione totale dei monumenti della città.

Secondo me una spiegazione c’è: le radici di questi comportamenti sono legate alla cultura del politically correct, al “gretismo” e alla globalizzazioone forsennata. Queste tre religioni hanno in comune la presunta superiorità morale che contraddistingue i loro adepti.

Il politically correct ha origine negli Stati Uniti, negli ambienti della sinistra, negli anni Ottanta. Questo orientamento ideologico vuole che il linguaggio non manifesti pregiudizi di alcun genere nei confronti delle persone. In alcune Università americane sono stati redatti i cosiddetti speech codes proprio per definire il linguaggio più appropriato. Anche in Italia questa onda ha colpito: in caso di guerra parliamo di “danni collaterali” invece che strage di civili, diciamo “guerra preventiva”, il nemico è stato “neutralizzato”, invece che ucciso. O ancora “non vedente”, “diversamente abile”, “paesi in via di sviluppo” (sottosviluppati), i poveri sono diventati “non abbienti”, fino alle mostruosità legate al genere come la sindaca, l’ingegnera (peccato che non possiamo dire il dentisto) o ai lavori, che hanno trasformato lo spazzino in operatore ecologico. La lista è lunga. Ma il linguaggio genera la forma del pensiero. Censurare alcune espressioni, usate spesso senza alcun intento denigratorio, è semplicemente censurare.

In realtà questi ideali egualitari si sono trasformati, per l’intransigenza, in conformismo e tirannia ideologica: per rivendicare la giustizia sociale si è creata una pericolosissima ipocrisia istituzionale.

La seconda componente è “il gretismo” una forma di rovinoso e irragionevole fanatismo ecologico che tende a modificare radicalmente i processi di produzione e di consumo della nostra società.

Che sia necessario ricercare un rapporto più equilibrato tra uomo e ambiente ha senso. Che vi sia una scadenza al farlo, pena la distruzione della natura, non pare una istanza dimostrabile e realistica.

Né è accettabile che questo eco-moralismo ci spinga a vivere come nei paesi poveri per cui Greta Thunberg non dovrà utilizzare un ipertecnologico panfilo dei Casiraghi per andare a New York, ma utilizzerà canoe tradizionali o barche a vela (attenzione ad utilizzare solo legname da foreste certificate).

È praticamente impossibile far accettare le politiche sostenibili ai paesi poveri, che oggi producono la maggiore quantità di emissioni, perché ciò ne ritarderebbe lo sviluppo. Anche ai governi occidentali, al di la delle dichiarazioni di principio, è sempre più chiara l’insostenibilità degli obiettivi. I tempi per conseguire il cambiamento di paradigma energetico sono molto lunghi, ma questo percorso incide in maniera profonda sulla vita di miliardi di persone, è assurdo per la parte più disagiata della popolazione che sarebbe obbligata ad un cambiamento profondo dei comportamenti quotidiani.

Una sola cosa è certa: le politiche climatiche o porteranno ad un nuovo paradigma che richiede enormi investimenti, e quindi avvantaggerà solo chi dispone del capitale. Oppure genereranno una drammatica bolla di decrescita che ancora una volta peserà sulle spalle della parte più povera della popolazione. Ancora una volta così aumenterà il divario tra ricchi e poveri.

Realismo e sostenibilità economica e sociale spingono verso un utilizzo più intelligente delle tecnologie per abbattere le emissioni.

La globalizzazione forsennata secondo me è il terzo elemento.

Se leggiamo in modo realistico il risultato di alcuni decenni di globalizzazione sulle persone possiamo considerare che questa ha prodotto solo tre frutti: maggiore precarietà, perdita dell’identità storica e consumo di massa. Ben poco di buono francamente.

Se pensiamo agli attori della globalizzazione questa ha giovato alla finanza che, grazie alla smaterializzazione dei capitali, alla necessità di copertura dei deficit degli stati ed al bassissimo livello di regolamentazione ha accresciuto a dismisura il suo potere ed i suoi profitti. Ha anche giovato ai grandi gruppi imprenditoriali, strettamente legati ai gruppi finanziari, che agiscono al di la dei confini nazionali, spesso operando contro gli interessi degli stati stessi (un buon esempio sono le politiche fiscali praticate da questi).

Se l’ideologia del libero scambio era che il benessere deriva dal fatto che ogni paese si specializza in alcune produzioni per cui è più vocato oppure ha capacità di creare un solido vantaggio, in condizioni di perfetta concorrenza, tutto ciò è molto lontano dall’essersi realizzato.

La guerra economica è la nuova guerra fredda e forse sta producendo maggiori danni.

La globalizzazione crea uno stile di vita e di consumo massificato, ha bisogno del collante di una ideologia che si basi sul fatto che tutte le popolazioni aderiscano alla sua proposta culturale. Ha bisogno di cancellare le specificità culturali, di cancellare la memoria storica e per farlo colpisce valori, e simboli che la rappresentano. 

Aderire a questa furia iconoclasta o non combatterla; credere che la società si modifichi cambiando i nomi alle strade o togliendo le statue; pretendere di rileggere la storia senza capirne la natura profonda attraverso la quale si sono formate le diverse culture; agire dietro lo scudo di una presunta superiorità morale è semplicemente figlio di ignoranza e stupidità.

Toccare Montanelli o Pasolini, le statue o le targhe stradali che li ricordano, il cui privato pure per motivi opposti, ad alcuni può sembrare deprecabile, significa cercare di cancellare la storia, di distruggere una identità culturale profonda, di cui io sono orgoglioso. E voi?

[1] “Le statue all’ingresso del Campidoglio dovrebbero rappresentare i più alti ideali degli americani. Una volta ancora chiedo che siano rimosse le 11 statue che rappresentano soldati e ufficiali confederati. Le loro statue sono un tributo all’odio, non alla nostra storia.”

 

Stati Generali, task-force, esperti: l’alibi dell’ascolto


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La politica è ascolto è un luogo comune erroneo e pericoloso che da almeno vent’anni ricorre in tutte le salse. No, caro eletto, se sei lì, al parlamento o al consiglio di quartiere, è perché io cittadino mi aspetto da te soluzioni.

Il lavoro del politico non è l’ascolto, semmai questo può essere un mezzo, a volte un mezzuccio per giustificare la tua insipienza (ormai spesso sei diventato solo una mano che si alza a comando). Il tuo lavoro, caro politico è trovare soluzioni efficaci ai problemi, è per questo che ti abbiamo eletto.

Da dove nasce questa idea che la politica si faccia con l’ascolto e che è diventata un vero strumento di “distrazione di massa”? Ho provato a fare una breve lista.

  1. Gli anni della concertazione. Tutto comincia secondo me nel 1993 (al governo c’era Ciampi), quando l’accordo tra governo di centro sinistra e sindacati consentì di affrontare con successo il problema dell’inflazione.

Oggi questo sistema è entrato in crisi perché i corpi intermedi, i sindacati in primis, hanno assunto un atteggiamento solo corporativo, perdendo di vista l’interesse generale; la politica cerca più il consenso che la responsabilità delle decisioni e infine la società non è più basata sull’operaio ed il padrone. Quello che ci portiamo dietro è l’idea che la pratica politica passi attraverso l’incontrare persone. Oggi non è nemmeno più negoziazione come nel 1993, spesso è incontro fine a se stesso.

  1. Il profilo di chi fa politica è cambiato, anche in maniera profonda. Prima si arrivava ad una carica elettiva dopo un lungo processo di selezione e formazione, che si trattasse delle associazioni giovanili, dei sindacati, dei partiti non ti trovavi dall’oggi al domani proiettato in una posizione senza aver percorso una strada, a volte anche lunga. Questo processo garantiva che chi aveva deleghe di rappresentanza politica fosse espressione degli interessi di un territorio o di una categoria, quindi conoscesse i problemi. Vi era poi un raccordo, che forse oggi manca completamente, tra i vari livelli di rappresentanza: dai consigli di quartiere al governo, che garantiva il flusso delle informazioni su problemi e situazioni particolari.
  2. Il centralismo. Con l’idea di superare i problemi abbiamo accentrato le decisioni. Il decentramento locale non è stato mai messo davvero in atto, per quanto previsto dalla Costituzione più bella del mondo. L’Italia è lunga, con problemi e caratteristiche diverse anche nella stessa regione, il centralismo ha reso impossibile leggere lo specifico dei territori.

Consideriamo ad esempio le scelte di politica industriale: queste nascono da territori, settori, filiere produttive che vanno lette ed interpretate. La politica industriale al contrario, resa centralistica, è diventata solo gestione della finanza pubblica con le leggi finanziarie. Il resto è solo inutile dettaglio che distrae soldi e toglie al governo lo spazio per seguire i suoi interessi.

  1. La politica mediatizzata con social e tweet ha poi portato ad utilizzare questi strumenti per mostrare di essere attivi, per comunicare, quasi che un politico sia diventato alla stregua di un influencer, pagato in base ai follower ed ai like. I voti però sono un’altra cosa.

Davvero non sappiamo di che cosa una nazione o una città hanno bisogno? Davvero ignoriamo quali sono i problemi che devono essere affrontati? Abbiamo davvero bisogno di Stati Generali, task-force ed esperti?

Chi fa politica oggi deve avere un approccio realista, deve guardare a quello che succede senza idealismi di maniera o un pragmatismo ottuso.

Abbiamo bisogno dell’ascolto per renderci conto del fatto che ci sono aziende piccole o grandi, artigianali o industriali che sono portatrici di valori, che garantiscono e generano occupazione, innovano, esportano, costruiscono il futuro? Queste vanno incentivate e supportate. Ce ne sono altre che non hanno possibilità di stare in piedi (quali che siano i motivi) e queste vanno aiutate a chiudere. È un atteggiamento crudele? Non credo, le risorse, sempre scarse per quante siano, sono degli italiani e vanno utilizzate bene.

Abbiamo bisogno dell’ascolto per capire che ci sono lavoratori che dolorosamente saranno espulsi dal mercato, aiutiamoli a trovare nuove opportunità, se è possibile, in ogni caso garantiamo loro una vita decente. Ma la maggior parte dei lavoratori vuole lavorare seriamente ed avere soddisfazione dal lavoro. Come la maggior parte degli imprenditori vuole lavoratori che lavorino bene, adeguatamente retribuiti, che siano stabilmente legati all’azienda. Cambiare il personale perché qualcuno va via spesso genera inefficienze anche nel caso dei lavori più umili.

Questa è un esempio di una visione realista che ci può aiutare a costruire: se vogliamo vedere la realtà scopriremo che il re è nudo.

Diciamocelo finalmente ed una volta per tutte, togliamoci gli alibi: la politica non è ascoltare Stati Generali, task-force ed esperti, la politica è rispondere ai problemi con soluzioni efficaci, prendendosi la responsabilità delle scelte.

“Pagare tutti per pagare meno” è soltanto uno slogan?


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L’ECONOMIA NON OSSERVATA, EVASA O ELUSA

“La pecca più grande degli italiani, il loro vizio peggiore, il difetto più imperdonabile è la furbizia” diceva Franco Modigliani, premio Nobel per l’Economia nel 1985. Purtroppo questa è anche un’opinione diffusa, salvo poi scoprire che, tutto sommato, al più siamo dei “furbetti”, o forse siamo solo degli ingenui che si credono furbi, almeno a giudicare da quanto siamo facilmente manipolabili.

Una delle forme in cui l’italica furbizia si manifesta vistosamente è l’evasione fiscale: gli italiani sono accaniti evasori fiscali, questo è un fatto e molti pensano che sia questa la vera causa della pressione fiscale. Ad alimentare questo pensiero è la politica, amplificata dai media: quando siamo prossimi alla legge di bilancio la lotta all’evasione è la chiave per far quadrare sulla carta i conti dello stato. In questo modo Inoltre è facile individuare i colpevoli del disastro dei conti pubblici: i baristi, gli idraulici, i lavoratori autonomi e così via, veri criminali che rubano agli altri per arricchirsi smodatamente. E così si crea un’altra volta una doppia Italia: il lavoratore dipendente, ligio; l’autonomo o peggio l’imprenditore, specie quello piccolo e medio, furbo.

Non ci chiediamo qui quali siano le cause: la furbizia, la necessità di sopravvivere alla pressione fiscale, la legislazione complessa e incomprensibile che in questo modo favorisce chi può eludere, il cattivo uso che viene fatto delle tasse che versiamo, la paura che lo stato ci metta le mani in tasca, lo stato di polizia fiscale nel quale sentiamo di vivere, o altro ancora. Certo è che uno stato che intercetta il 59,1% del PIL e rende servizi che non sono certamente di adeguata qualità dovrebbe farsi qualche domanda.

L’evasione fiscale è un problema serio, e non è lo scopo di questo articolo giustificarla in nessun modo, non vi è dubbio, ma deve essere posto nella giusta prospettiva con una analisi che ci aiuti a capire meglio la natura, la dimensione e la realtà del fenomeno, concentrandoci sugli aspetti principali. Resta comunque il fatto che la fame dei conti pubblici, anche a prescindere dagli interessi sul debito, è tale che “pagare tutti per pagare meno” forse è soltanto uno slogan.

La fonte principale di questa prima parte è la “Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2019” del MEF, dove troviamo una tabella che riepiloga il gap delle entrate tributarie e contributive, gli ultimi dati si riferiscono al 2017.

Senza titolo

Il valore totale non riscosso ammonta a circa 110 miliardi, dovuti per 98 miliardi a minori entrate tributarie e 11 miliardi a minori entrate contributive.

Parlo di minori entrate e non immediatamente di evasione fiscale e contributiva perché già nelle note al documento si mette in evidenza che “il gap complessivo relativo all’IRPEF da lavoro autonomo, IRES, IVA, IRAP, locazioni e canone RAI ammonta a circa 85,9 miliardi di euro: di cui 14,1 miliardi sono ascrivibili alla componente dovuta a omessi versamenti ed errori nel compilare le dichiarazioni, mentre il gap derivante da omessa dichiarazione ammonta a circa 71,8 miliardi di euro”. Immaginiamo che la natura degli omessi versamenti non sia esattamente la stessa della omessa dichiarazione, mentre nella vulgata giornalistica tutto viene considerato come evasione.

Analizziamo adesso le due voci più rilevanti: l’IVA per 36 miliardi di cui circa 26 non dichiarati e l’IRPEF per 33 miliardi, di cui 31 non dichiarati.

Il mancato incasso dell’IVA, che è la voce principale, è collegato all’IRPEF da lavoro autonomo: emergendo l’IVA naturalmente ci sarebbe minore evasione IRPEF.

Ma possiamo davvero immaginare che i nostri ristoratori, idraulici e altre tipologie di artigiani non abbiano complici in questa loro fraudolenta attività?

In realtà l’IVA è pagata dal consumatore finale ed è raccolta per conto del fisco dai lavoratori autonomi.

Immaginiamo quindi che certamente una parte di IVA non dichiarata sia dovuta a ricevute o scontrini non emessi fregando il cliente e lo stato, ma una parte non marginale è frutto di un patto scellerato basato su un semplice principio: non ti faccio la ricevuta così tu risparmi l’IVA e io ti faccio lo sconto.

Sono certo che non siano pochi gli italiani che hanno sollecitato o hanno aderito ad una proposta di questo tipo, vivendola come un legittimo risparmio e non come un atto criminale.

Dobbiamo anche ricordare che, oltre al secondo lavoro in nero, del quale non si riesce a tener conto affidabile, ma certamente diffuso anche per la necessità di integrare i redditi ufficiali, vi è una categoria di lavoratori dipendenti, spesso trascurata nel dibattito pubblico: quei lavoratori che forniscono servizi alle persone ed alle famiglie: badanti, babysitter e personale addetto alle pulizie domestiche. Sempre secondo lo stesso documento del MEF questi sono circa un milione, su circa 3,5 milioni di lavoratori non in regola, una parte dei quali è completamente a nero e 220 mila evadono parzialmente i contributi.

Per avere comunque una panoramica della situazione più completa è necessario tener conto anche di altre componenti che sottraggono al fisco, in forma diverse, importi molto ingenti: la cosiddetta economia non osservata definita sempre nello stesso documento del MEF come l’insieme del sommerso economico, dell’economia illegale, del sommerso statistico e dell’economia informale. L’economia non osservata e il gap delle entrate tributarie e contributive assieme vengono stimate pari a circa 190 miliardi di euro nel 2017, di cui poco meno del 50% è relativo all’economia non osservata.

Per fare un’analisi complessiva ci siamo basati su una ricerca di KRLS Network of Business Ethics, questa ricerca si concentra sulle tipologie di attori economici e non sulla tipologia di tasse, individuando 5 tipologie distinte:

  • lavoratori in nero secondo l’Istat sono circa 3,7 milioni di persone, molti di nazionalità straniera, compresi anche i circa 850.000 lavoratori dipendenti che fanno un secondo lavoro. Sono presenti principalmente nei servizi alla persona e alle famiglie, nell’agricoltura, nelle costruzioni, nei trasporti ed in altri servizi alle imprese. Si stima un’evasione d’imposta pari a 34,3 miliardi di euro.
  • economia criminale gestita dalle grandi organizzazioni italiane e straniere, ha un importante giro d’affari che produce evasione di imposta per 78,2 miliardi di euro l’anno. Di cui una parte non marginale è legata al traffico di stupefacenti (15,7 miliardi di euro) e che da solo genera un indotto per servizi (trasporti e logistica) pari a 1,3 miliardi ed alla prostituzione (4 miliardi di euro).
  • società di capitali il 78% circa delle quali dichiara redditi negativi o meno di 10 mila euro. In pratica su un totale di circa 800.000 società di capitali operative si stima un’evasione fiscale attorno ai 22,4 miliardi di euro l’anno.
  • big company internazionali o italiane che praticano principalmente l’elusione fiscale che in Europa vale circa 600 miliardi. Il 30% circa di solito si realizza ricorrendo al “transfer pricing”, grazie a questa pratica chiudono il bilancio delle loro filiali italiane in perdita e quindi non pagano tasse. In sostanza attraverso l’elusione spostano costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo la tassazione nei paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali (fonte: Università della California, Berkeley e Università di Copenhagen). In questo modo sottraggono al fisco italiano 37,8 miliardi di euro all’anno. Circa 7 miliardi di euro di questi sono da imputarsi principalmente a internet company.

Dove vanno questi soldi che derivano da una vera e propria evasione legalizzata?  Molti nella stessa UE dove a guadagnarci di più sono proprio i paradisi fiscali europei come l’Olanda, l’Irlanda, Il Belgio ed il Lussemburgo. Un esempio eclatante è Spotify che con 9 milioni di ricavi in Italia, paga tasse per 69 mila euro.

  • mancata emissione di scontrini, ricevute e fatture, tipicamente da parte di commercianti, lavoratori autonomi e piccole imprese, questa sottrae al fisco circa 8,7 miliardi di euro l’anno.

 

Queste analisi non tolgono né la gravità né l’iniquità dell’evasione fiscale e contributiva, ma mettono in evidenza che la criminalizzazione di alcune categorie, in particolare dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese è figlia di un pregiudizio ideologico ed è forse più funzionale ad un disegno politico e sociale che ad una onesta analisi di un fenomeno.

Se restiamo all’IVA e in parte anche all’IRPEF, l’evasione fiscale non è frutto di idraulici e falegnami criminali, né di baristi e ristoratori mano lesta; né di dipendenti che fanno un secondo o un terzo lavoro; non sono gli anziani e le famiglie che nottetempo rapinano lo stato con l’appoggio delle badanti e delle collaboratrici domestiche, ma una numerosissima “banda” di cittadini che, tutti assieme, trovando il loro vantaggio, vuoi per italica abitudine, vuoi perché ritengono che sia equo, sottraggono risorse allo stato.

O SI CRESCE O SI MUORE Le nostre malattie pregresse ed il COVID-19


Non c’è alternativa: questa volta dobbiamo fare sul serio, oppure il malato muore. Il malato è l’Italia, tutta. Alcune regioni stanno meglio, altre sono davvero fortemente compromesse, ma la partita possiamo ancora giocarcela: guarire l’Italia gravemente malata.

Se questa premessa dovesse lasciar immaginare un qualche facile ottimismo, beh, forse ho sbagliato a scriverla così; tuttavia sono ostinatamente convinto che, nonostante tutte le difficoltà da affrontare, e sono tante, nonostante i cambiamenti profondi che sono richiesti alla nostra società, potremmo ancora farcela.

Abbiamo già affrontato alcuni degli aspetti critici e le possibili soluzioni pensando solo alla pandemia, in questo articolo del 10 Aprile. Qui l’approccio è diverso, è più complessivo poiché mai come ora abbiamo la necessità di cercare soluzioni organiche e l’allentamento dei vincoli strutturali forse costituisce per noi una opportunità.

Certo se vado da un medico a farmi una visita di controllo e, nel mio caso, non mi dice in maniera puntuale ed energica che sono sovrappeso, che fumo troppo e che non faccio sufficiente attività fisica, ma genericamente mi rassicura, senza responsabilizzarmi,… forse faccio bene a non avere molta fiducia in quel medico. Lo so che sono sovrappeso, fumo e sono un animale da poltrona, ma, come un po’ tutti salvo gli ipocondriaci, ho sempre alibi da invocare: io mi sento benissimo; insomma, se vai in giro e guardi le persone ci sono tanti più grassi di me; sai quel tizio ha vissuto fino a novant’anni e fumava come un turco, e così via.

Senza una lucida diagnosi di cui prendiamo coscienza in realtà non vi è alcuna possibilità seria di cura.

Quello che in questi giorni non vedo assolutamente è proprio la diagnosi, tutti concentrati come siamo a cercare di parare i disastri della pandemia. Non credo che si possa ripetere un’occasione come questa, una situazione così difficile che siamo obbligati a reagire. Se perdiamo questa occasione il futuro per l’Italia è la svendita a prezzo di saldo delle migliori aziende, la scomparsa di un saper fare, il nostro, praticamente unico al mondo. Dimentichiamoci per sempre le glorie di quando eravamo tra le principali economie del mondo. “Le capacità imprenditoriali degli italiani sono uniche al mondo. Se avesse un sistema politico, amministrativo, sociale serio l’Italia sarebbe il primo Paese al mondo. Davanti a tutti. Anche agli Stati Uniti.” Diceva il Nobel per l’economia Franco Modigliani; se avesse…, ma non li ha.

Quindi prima la diagnosi, poi la cura, almeno per come la vedo io. Nulla di quello che dico nel seguito è del tutto nuovo, ma farne una sintesi semplice, supportata da fonti autorevoli, certamente ne rende più viva la percezione e questa, almeno secondo me, è la prima condizione per avviarsi verso una cura efficace.

Partiamo quindi dalle malattie, raggruppandole per tema. Perdonatemi se ho dovuto aggiungere qualche numero, mi sono limitato a quelli secondo me più rappresentativi per “misurare la febbre”.

  1. Non cresciamo da almeno vent’anni, anche nel confronto con il resto d’Europa. Dal 2000 al 2019 il PIL dell’area Euro è cresciuto del 31% mentre quello italiano è cresciuto del 4% (Eurostat). Al 2019 il rapporto debito pubblico/PIL era pari al 134,8%, se noi fossimo cresciuti come la media degli altri paesi, a pari debito pubblico il rapporto sarebbe stato del 107% circa. Oggi ci troveremmo certamente molto meglio ad affrontare questo sconquasso. Purtroppo l’economia non si fa con i se e con i ma. Perché non cresciamo? In sintesi perché non c’è una vera e propria politica industriale. Non ci sono scelte chiare, le nostre infrastrutture sono vecchie e di cattiva qualità: dai ponti che cadono alla qualità delle linee internet che abbiamo scoperto essere essenziali per lavorare o studiare da casa. Non abbiamo saputo investire sull’innovazione e sulla ricerca, non abbiamo preservato e supportato adeguatamente i nostri punti di eccellenza, abbiamo aderito indiscriminatamente ad una globalizzazione selvaggia e squilibrata e non abbiamo saputo far crescere i nostri distretti produttivi. La nostra cultura del bello e fatto bene, fondata su un numero elevatissimo di piccole imprese, è stata quella che ci ha consentito il boom economico, che cosa abbiamo fatto per aiutare queste imprese a renderla viva e produttiva nel mondo attuale? Insomma non è certo per malasorte che non cresciamo.
  2. Il costo della burocrazia è troppo alto. Secondo l’Osservatorio Costi della PA dell’Università Cattolica l’incidenza del costo della burocrazia sulle piccole imprese è pari al 2,7% del fatturato e per le medie aziende è pari all’1,2% del fatturato, applicando questi valori ai fatturati si arriva ad un costo di circa 54 miliardi l’anno. Non è troppo lontano da quanto stima la CGIA di Mestre che stima il costo in 57 miliardi.  Non basta: la PA a dicembre 2019 aveva debiti con i propri fornitori per 53 miliardi ed oltre ad un ritardo strutturale nei tempi di pagamento, costringe ad anticipare l’IVA riducendo ulteriormente la liquidità delle imprese.
  3. La pubblica amministrazione funziona male. Secondo la ricerca della Banca Mondiale Doing Business 2018, tra i 19 paesi dell’area Euro l’Italia è all’ultimo posto per il costo di avviamento di un’impresa e per i costi necessari a recuperare i crediti in caso di fallimento. Siamo al terzultimo posto per ore lavorative necessarie a pagare le imposte (238) e per ottenere una sentenza commerciale (1.120 giorni). Ci vuole di meno per ottenere il permesso per costruire un capannone (227,5 giorni), ma rimaniamo al quartultimo posto. E pensare che pochi anni fa eravamo orgogliosi di essere la quinta potenza economica mondiale! Il costo della Pubblica Amministrazione in Italia è pari a circa 175/180 miliardi e non è il più alto: Francia, Germania e Regno Unito spendono di più di noi, e pagano stipendi più alti dei nostri. Nella PA in Italia ci sono 3,2 milioni di dipendenti e negli ultimi 10 anni sono spariti 200.000 posti di lavoro tra autonomie locali e sanità. Il punto è che per la formazione di questi dipendenti la cui età media è di 54 anni, lo stato spende solo 49 euro a persona e che due uffici su tre non erogano servizi on line. Quindi la nostra PA non è efficiente.
  4. La pressione fiscale rispetto al PIL è eccessiva. Per quanto riguarda le persone fisiche siamo vicini alla media europea pari al 40,2 con il nostro 41,8%, praticamente come la Germania.  La situazione cambia drasticamente se passiamo alle imprese. Con il 59,1% siamo secondi in Europa solo alla Francia, che ci supera con un 60,7%; in Germania, ad esempio la pressione fiscale è pari al 48,8% ed in Danimarca è pari al 46,2% (Eurostat). In realtà, anche se l’evasione pro capite in Italia è pari a 3.182 euro (rapporto Murphy – Parlamento Europeo), in Danimarca la pressione fiscale è inferiore di 13 punti percentuali e vi è tuttavia una evasione pro capite di 3.070 euro; in Germania di 1.522 euro.

Lo Stato in Italia recupera molto sulle accise sui carburanti che da noi pesano per 1,003 euro per litro, contro i 65 centesimi circa di Germania e Francia. Abbiamo poi la marca da bollo, che non esiste nelle altre nazioni, ed altre amenità. Per cui un italiano medio paga per queste micro-imposte da 1.500 a 2.000 euro l’anno. Non male vero? Solo in Portogallo ed in Bulgaria pagare le tasse è più complicato che in Italia; secondo la Banca Mondiale siamo tra i primi tre Paesi al mondo per complessità fiscale, preceduti da Turchia e Brasile, e siamo i primi in Europa in questa graduatoria degli asini.

  1. Con il COVID-19 le previsioni parlano di un crollo del PIL pari ad almeno il 10%, mentre ad aprile noi lo avevamo stimato pari ad almeno l’8,4%. La produzione industriale a marzo è crollata del 29,3%, nella media europea invece il calo è stato dell’11,3%. Certo siamo stati i primi a chiudere, ma siamo stati anche gli ultimi a riaprire.  In quali settori stiamo perdendo mercato? Certamente c’è un forte calo di consumi interni, ma anche l’export comincia a dare segnali di allarme. Federalimentare prevede un calo delle esportazioni del 15% per il 2020, mentre l’ISTAT parla di un -13,9% sul totale dei beni esportati. I settori trainanti del nostro export, ovvero articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici, prodotti alimentari, bevande e tabacco, componentistica automotive, beni strumentali sono tutti in forte calo. Anche quelli legati all’immagine dell’Italia, come la moda, l’arredamento, la gioielleria sono in gravissime difficoltà e intere filiere fatte da migliaia di piccole aziende o laboratori artigianali di altissima qualità rischiano di essere definitivamente travolti dalla situazione. Che dire poi del turismo? Negli anni ’70 eravamo la prima destinazione turistica al mondo, … poi siamo riusciti a portare praticamente al fallimento la nostra compagnia di bandiera e da anni continuiamo a perdere quote di mercato. Oggi non riusciamo ancora a definire quattro stracci di regole sensate per ricominciare.

Purtroppo non finisce qui, la lista potrebbe essere molto più lunga: l’inefficienza della giustizia, che tra l’altro soffre di una sovrabbondanza di leggi (non si sa se solo quelle statali siano 170 mila o 111 mila), la confusione di ruoli tra stato e regioni, i bassi investimenti in scuola, sanità, ricerca, ma alla base di molti dei nostri mali c’è una cattiva relazione tra persone e istituzioni. 

Ed è da qui che bisogna ripartire per la cura.

OBBEDISCO!


Diritti e doveri all’epoca del Coronavirus

di Antonio Catalani

Obbedisco! Per parafrasare il telegramma di Garibaldi a La Marmora.

Obbedisco, anche se non sempre comprendo appieno quello che sta succedendo o alcune tra le disposizioni che i vari decreti prevedono in questo momento di Covid19: perché se cammino da solo sulla spiaggia devo avere la mascherina?  Perché non posso leggere le raccomandazioni che il gruppo guidato da Vittorio Colao ha formalizzato per la fase due? Perché a maggio non conosciamo ancora il decreto aprile? A che cosa servono le numerosissime task force governative che non sono state capaci di partorire delle regole facili da capire? Perché non ci sono dati certi (o almeno io non li ho trovati) sulla diffusione delle infezioni tra persone che abitano nella stessa casa, nelle residenze per anziani, o che hanno preso il virus negli ospedali, eppure ci aiuterebbe a capire meglio dove sono i rischi, ecc.

L’unica cosa certa che gli scienziati ci hanno detto è: distanziamento sociale, mascherina, lavatevi le mani, in pratica quello che leggete nell’immagine accanto e che è ciò che i medici già raccomandavano in Ticino per la Grippe nel 1918.

Francamente non mi sembra un grande progresso della scienza, e non è colpa degli scienziati, ma è nella inconfessata natura del loro lavoro.

Ed io Obbedisco. Disciplinatamente come la grande maggioranza degli italiani. Certo qualcuno ne ha fatto un’ossessione, li vedi che ti scansano o portano la mascherina anche quando sono da soli in macchina. Altri, pure se sono ligi, non riescono a coprire contemporaneamente naso e bocca. Qualcuno teme le multe, ma per la maggioranza degli italiani obbedire, in una grave situazione di questo genere, è un dovere. Insomma, noi italiani non siamo così male come qualcuno dice.

La democrazia però non si basa solo sul rispetto dei propri doveri. Ha anche un’altra facciata: quella dei diritti. Se il cittadino avesse solo doveri e non avesse diritti non saremmo certo una democrazia. Ad esempio se mi chiedete di rispettare la distanza tra le persone, di indossare la mascherina, di non andare in spiaggia, di fare la fila, di non lavorare, di chiudere aziende ed esercizi commerciali, e così via, tutto ciò è giusto, anche se non è sempre condivisibile, è mio dovere, ed io Obbedisco.

Ma è mio diritto come cittadino di chiedere a voi che avete la responsabilità politica, che avete il mandato ad occuparvi della salute pubblica, che cosa avete fatto e state facendo per evitare la prossima possibile ondata pandemica? 

In questa situazione di paura nella quale viviamo da più di due mesi, atterriti dalle conferenze stampa, da un flusso continuo di numeri indecifrabili per la maggior parte degli italiani, da interviste e programmi televisivi farciti di esperti titolatissimi che spesso si contraddicono l’un l’altro provo ad utilizzare il senso comune e ripeto la mia domanda: che cosa avete fatto e state facendo per evitare la prossima possibile ondata pandemica? 

Prima della cura c’è la prevenzione, non dico che si possa prevenire il virus, non lo so, ma che si possa prevenire o contenere l’ondata epidemica, forse si. Questo è un punto importante per ritornare verso una vita possibile e costa meno e vale molto di più.

A me sembra, sempre pronto a correggere la mia opinione, che ormai ci siano delle indicazioni di best practice, da quello che si dice sperimentate con buoni risultati, riassumibili nella formula delle tre T di Alessandro Vespignani: “testare”, “tracciare” e “trattare”, giusto per citare uno dei modelli che va per la maggiore e che sembra una buona sintesi di prudenza attiva.

In alcune ragioni italiane si stanno muovendo seguendo grossomodo questo approccio, e se questo non fosse l’approccio giusto (c’è troppo buon senso in questo modello per i nostri scienziati), ce ne saranno certamente altri da provare; non sta a me proporli, ma esistono.

Non possiamo certo pensare che si possa evitare una nuova ondata di infezioni, a giugno o a novembre, o chissà quando, chiedendo solo di indossare mascherine, tenere la distanza e lavarsi le mani. Né che una app possa magicamente risolvere i problemi del tracciare le persone positive al test per individuare i possibili contatti, che in tutte le esperienze (anche in quelle poche sviluppate in Italia) si sono dimostrate fondamentali.

A questo punto è mio diritto, quello di tutti i cittadini chiedere: che cosa avete fatto e state facendo per evitare la prossima possibile ondata pandemica? 

Noi seguiremo le indicazioni, faremo il nostro dovere perché la fase due cominci a dare respiro sociale ed economico agli italiani.

Voi che avete la responsabilità politica che cosa avete fatto per prevenire un possibile ondata pandemica? Siete pronti?

È qui che si gioca anche la solidità della nostra democrazia.

Al di là dei numeri ci sono le persone


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http://www.lirragionevole.it/economia-lavoro/il-futuro-e-nero/

Il futuro è nero!

Perdita di ricavi 30%*, impossibile da calcolare la perdita di posti di lavoro.

Ristoranti, bar, gelaterie, parrucchieri, estetiste e palestre saranno gli ultimi ad aprire e, forse, sono quelli che rischiano di più, prima di tutto per la loro natura di microimprese o di piccolissime aziende. Quanti di loro riusciranno a sopravvivere? Come stanno affrontando la confusione attuale di norme annunciate, ma non formalizzate, giusto per fare chiarezza. Di esperti in tutto che non riescono a partorire 10 regole comprensibile per spiegare a quali condizioni si può ricominciare a lavorare?

Sono moltissimi, rappresentano una grande parte di quella classe media italiana che con le sue attività nutre in maniera non marginale il bilancio dello Stato. A volte hanno una storia come imprese di famiglia o sono persone che hanno inventato un modo per vivere che, coniugando passione ed imprenditorialità, investendo in proprio ed assumendo persone, gli consente di vivere del loro lavoro. Hanno scelto orgogliosamente, spesso hanno seguito un sogno coltivato per anni, lavorano ben al di là degli orari sindacali, senza alcuna tutela, che si ammalino o che arrivi il corona virus. Oggi sono preoccupati non solo per il presente e per la prossima fase di riapertura dopo tre mesi di chiusura forzata, ma ancora di più per il loro futuro a rischio di indigenza, ma anche per il futuro dei loro dipendenti. Ylenia, parrucchiera ha sintetizzato la situazione sua e di tanti altri così: “la situazione è davvero critica, il futuro lo vedo nero!”

Se fino a ieri l’Italia si divideva in garantiti e preoccupati, già oggi si vede crescere a vista d’occhio un terzo gruppo: gli italiani disperati! Potrebbe essere uno sconvolgimento drammatico dell’architettura e della composizione della nostra società con conseguenze economiche, sociali e politiche imprevedibili.

 

All’interno di queste categorie che è previsto aprano a giugno ne abbiamo intervistati ventuno, dai 2 ai 70 dipendenti, con uno o più locali, proprio per capire qual è la loro condizione attuale e come vedono il loro futuro.

Hanno reagito con grande disciplina e senso del dovere alla chiusura imposta, ed all’inizio non tutti hanno sentito il morso delle drammatiche conseguenze che potevano derivare da questa situazione. Hanno chiesto ai proprietari dei locali di fargli uno sconto temporaneo sull’affitto, e alcuni l’hanno ottenuto; hanno messo in cassa integrazione i dipendenti (la grande maggioranza lamenta che a fine aprile nessuno aveva ricevuto i soldi) e poi hanno cominciato a vivere questa nuova condizione da reclusi fatta di televisione, chat, incertezza, notti insonni e pensieri.  Con il passare dei giorni, con l’aggravarsi della situazione e con la confusione generata dalle indicazioni degli esperti e dalle norme, attraverso il confronto con i colleghi, è emersa la percezione di un disastro.

Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori come si stanno preparando alla riapertura del 1° giugno, che cosa prevedono per la loro attività quest’anno e come vedono il futuro del loro lavoro.

 

Prima di tutto è emerso che una parte dei nostri interlocutori condiziona la possibilità di riapertura alla definizione precisa dei protocolli sanitari, delle regole e dei supporti finanziari (quanto e quando) che saranno resi disponibili. Un ristoratore ci ha detto: “se chiederanno la distanza tra i tavoli di 2 metri, l’aria condizionata spenta, i divisori tra i tavoli, di conseguenza la riduzione di due terzi del numero di coperti e l’abolizione del menu su carta, non ci saranno le condizioni per aprire. Sarebbe indispensabile almeno una moratoria per le tasse per il 2020, cancellarle, non rimandarle, ed agevolazioni di tutti i tipi: affitti, utenze, e poi aiuti concreti per sopportare i maggiori costi dovuti a questa situazione.”

Chi conta invece sulla riapertura si divide grossomodo in due gruppi: quelli che aspettano le normative per valutare e capire, un titolare di palestra ha detto: “non mi sto preparando finché non sappiamo tempi e protocolli, quando è tutto chiaro ci rivolgeremo ai nostri fornitori per i presidi necessari e per le sanificazioni”. Ed ancora una parrucchiera estetista dice: “siamo stati dimenticati e non solo la mia categoria. Con tutta la confusione che c’è, con le continue anticipazioni, spesso contraddittorie, non spendo soldi se prima non pubblicano ufficialmente le regole. C’è un caos totale, voci di ogni tipo, solo ipotesi”.

Un altro gruppo ha invece già idee su come riaprire, anche se ogni tipo di attività ha le sue problematiche specifiche e si orienta di conseguenza. A parte i ristoratori che per primi sono riusciti ad attivare il delivery e l’asporto, che certo non bastano per sopravvivere, ma hanno consentito di tenere accese le macchine, gli altri fanno affidamento per la riapertura su suggerimenti degli esperti del settore, (spesso fornitori) o su indicazioni fornite dalle associazioni di categoria. Altri ancora si basano su chat con gruppi di colleghi o su quello che hanno sentito dire in televisione. Una parrucchiera ci ha detto: ”una cosa è certa: avremo un sacco di spese ancora prima di riuscire a riaprire”

 

Le previsioni di ricavi per il 2020 nell’opinione dei nostri interlocutori vanno da una perdita del 50% al 70%, non solo a causa dei tre mesi di chiusura, dei maggiori costi e dei minori ricavi legati alle nuove regole, dell’innegabile percezione di un forte impoverimento dei clienti, ma anche perché nessuno si aspetta, neanche i pochi ottimisti, che le persone escano rapidamente da questa situazione. Un ristoratore si chiede. ”apriremo le nostre porte, apparecchieremo tutto secondo le nuove norme, seguiremo tutte le procedure, ma i clienti verranno? Avranno fiducia?”

Il centro studi di Unimpresa stima che a giugno il 30% delle attività legate al commercio ed alla ristorazione non riaprirà e di conseguenza si allargherà moltissimo la platea dei disoccupati aggravando una crisi sociale già percepibile.

 

Le condizioni necessarie per far sopravvivere le loro attività sono legate ad alcuni punti sostanzialmente uguali per tutti: chiarezza sulle regole di funzionamento delle loro attività, possibilità di proseguire con la cassa integrazione per i dipendenti, cancellazione degli adempimenti fiscali per il 2020, apporto di liquidità a fondo perduto pari almeno ai costi che devono sostenere per rispettare le nuove norme, semplificazione degli adempimenti burocratici e possibilità di ottenere dalle banche finanziamenti a tassi agevolati con tempi di restituzione lunghi. Senza queste condizioni la soluzione per tutti gli intervistati è il licenziamento del personale ed il rischio di chiusura entro la fine dell’anno diventa molto elevato. Se si considera poi l’impatto drammatico sul turismo, l’impatto sul PIL e sulle finanze pubbliche è difficile da immaginare e le conseguenze non sono prevedibili: potrebbe innescarsi una reazione che coinvolgerebbe una grandissima parte della popolazione, compresi forse anche alcuni dei garantiti. (aggiungere link all’articolo garantiti e preoccupati?)

 

C’è un altro aspetto che ci preme sottolineare: i numeri sono aridi, non raccontano la realtà delle persone. Quelle chiusure non sono solo saracinesche che probabilmente rimarranno chiuse a lungo, o soldi investiti che nessuno recupererà, sono delusioni, frustrazione, famiglie impoverite, ma anche facce tristi, notti insonni, malattie (pochi stanno sottolineando che all’impoverimento corrisponde un aumento delle malattie ed una minore attenzione alla salute), minore investimento sulla formazione dei figli, minore natalità, qualcosa insomma che se consideriamo le persone e non i numeri provoca brividi.

Chi ha la possibilità di trovare soluzioni deve guardare in faccia queste persone, non solo i numeri?

 

IL LAVORO DA CASA: COSA NE PENSANO GLI IMPRENDITORI?


A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Questo lungo periodo di reclusione e di chiusura forzata delle attività a parere di molti ci lascerà una eredità: il lavoro da casa, nuovo modo di organizzare le aziende e la vita. Ci siamo chiesti: che cosa ne pensano gli imprenditori delle piccole e medie aziende, quelli che hanno da 5 a 50 dipendenti? Abbiamo così deciso di fare un po’ di interviste e ne abbiamo sentiti 24, tra professionisti, artigiani, imprenditori della manifattura e dei servizi, di diverse fasce di età e con diversi livelli di formazione, chiedendo quali sono, dal loro punto di vista, i vantaggi e gli svantaggi.

Utilizzeremo il termine smart working solo quando è stato adoperato dagli intervistati; a noi non piace sia perché nella parola smart c’è già un velato giudizio positivo, sia perché non basta fare un po’ di telelavoro, qualche videoconferenza o partecipare ad un gruppo su WhatsApp per parlare di lavoro smart. Le parole, lo sappiamo bene, spesso sono come le confezioni che servono per vendere meglio un prodotto, così dimentichiamo il significato che hanno. Articoli, post, interviste per celebrare questa “nuova” modalità di lavoro, che in passato, quando si chiamava telelavoro, non ha avuto molto successo. Che cosa ne pensano gli imprenditori?

Molto interessante la premessa di un imprenditore dei servizi che chiarisce:” questo non è smart working ma home working forzato: è una misura che rappresenta un esperimento sociale mai provato prima. Sulla esperienza attuale non ci si può fondare nessuna organizzazione futura perché la situazione è straordinaria e per l’appunto forzata”.

Un bel punto di partenza; ha ragione, dobbiamo certamente definire meglio che cosa è e che cosa non è smart working. Magari in un altro articolo.

Come era prevedibile vi sono grandi differenze tra le aziende di servizi e quelle manifatturiere. Le prime infatti, proprio per la loro natura, hanno in genere un migliore livello di dotazioni e alcune attività o processi già informatizzati. In qualche caso gli imprenditori affermano che teoricamente si possa estendere il lavoro da casa alla quasi totalità dei dipendenti, anche se è sentita l’esigenza di mantenere un elevato livello di continuità nel lavoro in azienda. Al contrario gli imprenditori della manifattura, per la natura stessa delle loro aziende, ritengono che solo poche funzioni come l’amministrazione, il centralino e la gestione della comunicazione e dell’e-commerce possano usufruire del lavoro da casa. Entriamo nel merito.

I vantaggi di una estensione del lavoro a distanza per gli imprenditori sono: migliore utilizzo degli spazi aziendali e minori costi di gestione.

Tre degli intervistati si aspettano un qualche miglioramento delle prestazioni dovuto alla maggior flessibilità ed al minore stress dei dipendenti per gli spostamenti, o pensano che ci sia maggiore facilità nella gestione delle risorse umane e delle mense aziendali. Qualcuno segnala anche la possibilità che si riducano le tensioni tra colleghi, anche se è diffusa l’idea che il lavoro da casa possa favorire i “furbetti”.  Solo uno degli intervistati scommette fideisticamente sul miglioramento della produttività, mentre la maggior parte sottolinea che dovranno essere definite nuove regole per la gestione dei rapporti di lavoro. “lo Smart working può funzionare – dice un imprenditore dei servizi – ma solo se vengono dati obiettivi ben definiti e in ogni caso non può essere totalmente sostitutivo dell’attività tradizionale”. C’è infine chi è possibilista e pur temendo la perdita del contatto diretto, i cali di produttività nel tempo ed i rischi tecnologici (riservatezza dei dati, controllo del lavoro, ecc), ritiene che siano svantaggi rimediabili mediante la costruzione di un’organizzazione che ruota, per alcune sue parti, attorno al lavoro da casa come elemento base.

Per quanto riguarda invece gli svantaggi quasi tutti gli imprenditori hanno messo in evidenza gli stessi aspetti: dal “poco controllo del lavoro svolto, anche in termini di qualità”, all’ impossibilita di gestire un lavoro di squadra in quanto, anche se ognuno fa la sua parte, a è difficile il coordinamento. Il rapporto interpersonale infatti consente maggiore rapidità nel risolvere un problema e la comunicazione diretta rende più coesa e più efficiente l’organizzazione.

Praticamente tutti sottolineano in maniera più o meno accentuata che, mancando il confronto continuo ed il rapporto diretto con i colleghi, si perda in efficacia del lavoro e la motivazione si riduca.

Una critica importante al lavoro da casa è la perdita delle relazioni sociali. Lavorando con altri, condividendo gli spazi, non solo si crea gruppo, ma si condivide una cultura ed una visione comune, al contrario lavorando da soli si tende a diventare più individualisti. Un’imprenditrice ha detto:” nel mio lavoro, editoria specializzata, quasi tutte le mansioni possono essere svolte in smart working: completamente, anche se con qualche disagio se in modo continuativo; giornalisti, grafici, traduttori, centralino, ufficio traffico, account, ma nel mondo dei media dove la ricerca, l’osservazione sul campo e le relazioni sono fondamentali, non può sostituire il lavoro fatto di persona. Per fortuna niente e nessuno potrà mai sostituire il contatto umano. Ritengo, per la nostra esperienza, che lo smart working uno o massimo due giorni a settimana possa essere anche funzionale, oltre sia un problema per l’azienda ma anche per la persona stessa che non sarebbe stimolata e al passo.”

Un altro imprenditore mette in evidenza un altro aspetto interessante del problema: la possibilità per i collaboratori di lavorare da casa con la giusta concentrazione: “in periodo coronavirus, alcuni lavoratori hanno preferito andare in ufficio, dove disponevano di spazi adeguati. A casa propria, i propri famigliari (mogli, mariti, figli) rendono difficile la concentrazione ed il raggiungimento dei traguardi prefissati”.

La maggioranza si esprime in modo cauto, tuttavia vi è anche chi ha una visione decisamente contraria: “lo Smart working non dà nessuno vantaggio, un dipendente deve vivere l’azienda a 360 gradi, può essere uno strumento temporaneo da usare per andare incontro a specifiche esigenze del dipendente (vedi gravidanza, figli, ecc) ma non è un modus che vedo come la normalità di lavoro”. O ancora chi dice che “Lo Smart working può andar bene solo per quei lavori avulsi da qualunque interazione e da qualunque motivazione lavorativa. Ad esempio, potrebbe funzionare per un data entry che deve inserire dati in modo automatico e senza sapere perché lo sta facendo, senza nessuna necessità di integrarsi con l’azienda”.

Che il tema sia da approfondire non c’è dubbio. Sono anni che gli HR e gli esperti del lavoro ci parlano di fare squadra, di team building, fanno analisi di clima, sottolineano che la maggiore complessità richiede contesto e relazioni per competere con successo, ed ora…ciascuno a casa sua è meglio!

Ci sono poi problemi sui quali la riflessione è indispensabile: come avverrà l’introduzione dei nuovi collaboratori in azienda? L’affiancamento con un collega esperto e l’inserimento in un gruppo sono sempre state le modalità migliori. Questo riguarderà in particolare i giovani che escono dalla scuola con una formazione troppo spesso teorica, ma non solo.

Chi ha lavorato da casa in questo periodo ha scoperto che le piattaforme non sono tutte uguali, e che per lavorare e non solo fare chat lo smartphone non va bene, serve un computer (aziendale per tutelare le informazioni), ma soprattutto che la qualità della connessione, anche nelle grandi città, è un fattore determinante.

Per rendere utilizzabile il lavoro da casa o per attivare un vero smart working evitando la precarizzazione, prima di tutto occorre un apposito contratto diverso da quello di lavoro subordinato. È necessario un profondo cambiamento culturale da parte dei lavoratori e delle imprese: si passa infatti da una cessione del tempo e delle competenze a fronte di una retribuzione, ad un rapporto nel quale la prestazione deve essere valutata e ricompensata sia dal punto di vista economico che da quello dello sviluppo di carriera sulla base di obiettivi e risultati misurabili.

Di Antonio Catalani, Centro Studi Tra Il Dire e Il Fare

Italiani garantiti e Italiani preoccupati: le due Italie


Questa situazione legata al Covid ha messo in evidenza che esistono due Italie, o meglio due tipi di italiani: quelli garantiti e quelli preoccupati. La sensazione l’ho avuta chiarissima ieri ascoltando il discorso del presidente del consiglio ieri in televisione, per annunciare la fase due. Due mondi, due linguaggi, due modi di pensare, due modi di concepire il tempo e, soprattutto, aspettative delle persone lontane anni luce da quello a cui pensa la cosiddetta classe dirigente.

In realtà ci sono sempre state le due Italie, ma prima avevi Sud e Nord, il Centro è sempre stato frustrato perché non appartenendo a ai due schieramenti nessuno lo prendeva in considerazione. Poveri e ricchi, poi c’erano i finti poveri, evasori, ed i finti ricchi (c’erano anche quelli). I laureati ed i non laureati, i giovani e gli anziani, quelli che amano l’aperitivo e quelli che sono a dieta. E così via. E ci sono ancora.

Adesso però abbiamo una nuova divisione della nostra società: i garantiti e i preoccupati

Del primo gruppo, che chiameremo i garantiti, fanno parte principalmente i dipendenti pubblici, questi magari stanno lavorando da casa o, se sono dirigenti o collaborano con qualche task force, purtroppo non ci solo quelle ministeriali, ma sono a tutti i livelli, magari sono continuamente in riunioni, essenziale momento burocratico. Questo non gli consente purtroppo di fare il loro dovere “normale” e così persone detenute anche in regime di 41bis , si dice siano 40, escono dalle carceri perché qualche dirigente “era in riunione”. Se non sono in riunione fanno riunioni nelle quali si ingegnano ad inventare nuovi modelli di autocertificazione, ce n’è uno per ogni occasione, o ancora inventano nuove procedure per fare in modo che ci sia un maggiore….livello di complessità e maggiori difficoltà per chi deve richiedere i 600 euro, oppure la cassa integrazione o ancora la copertura di garanzia statale per i massimo 25.000 euro.

C’è poi chi, come i dipendenti dell’INPS (pare siano 25.000) che, a detta del nostro presidente del consiglio, hanno evaso in 15 giorni pratiche quante ne evadono in 5 anni. Forse prima non erano troppo impegnati? Ho fatto una domanda scritta ad INPS per l’aggiornamento della mia pensione (non è una cosa urgente) a febbraio e, logicamente per il superlavoro, la mia pratica risulta in lavorazione, quando riesco ad entrare in myINPS. È logico che anche queste persone, i garantiti, hanno le loro giuste preoccupazioni: quando potremo fare una bella rimpatriata con gli amici? Che cosa facciamo questo weekend, e per il primo maggio faranno come per il 24 Aprile, facciamo una bella manifestazione così almeno vediamo qualcuno? Quando riapriranno estetisti e parrucchieri? E le palestre? Come faremo con le ferie? Quando posso andare a trovare la zia Adelia che è in casa di riposo? E così via. Tutti problemi che in tempi normali avrebbero la loro dignità.

Ci sono poi i preoccupati: lavoratori dipendenti, piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, lavoratori a contratto, precari, partite IVA, disoccupati, e così via. Un popolo di persone che a giugno deve pagare le tasse, che ha l’affitto di casa e dell’ufficio o dello studio o del capannone, la rata del leasing e non sta incassando un euro da un paio di mesi. Ormai molti hanno dato fondo ai risparmi, se li avevano. Vabbè, lo sapevano già che se lavori in proprio e ti ammali sono cavoli tuoi, ma qui è un’altra cosa. Qualcuno ha ricevuto i famosi 600 euro, non ancora tutti, ma svaniscono in un attimo. Ne arriveranno altri? Quando? Quando si riapre? Con quali regole? Quanto costerà riaprire in termini di Dispositivi Personali e di quanto caleranno i ricavi? Le mascherine a 50 centesimi dove le trovo? Ce ne vogliono 3 al giorno per una persona che lavora, che cosa compro da mangiare o la mascherina per la famiglia? E se i clienti restano chiusi o la gente non compra i miei prodotti perché non ha soldi da spendere? E se le regole per la riapertura….beato chi le indovina, facessero calare troppo i ricavi, vale la pena riaprire o, ahimè, devo chiudere definitivamente? Ma cosa diavolo prevede il decreto aprile, che uscirà a maggio per la mia attività? Insomma, mi stanno autorizzando a fallire per DPCM? Pensate a tutto il mondo del turismo, ai bar, alla ristorazione, alle palestre, ai fisioterapisti, che non potranno mai recuperare quello che hanno perso e che si giocano la sopravvivenza. Per loro e per i loro dipendenti.

Manco ci pensano molti dei preoccupati a ferie, incontri con amici, weekend e così via. Molti hanno perso il sonno e l’allegria, alcuni hanno già perso la voglia di lottare, di fronte ad un muro che da solo è impossibile scalare. Non mi riferisco a chi era già malato cronico dal punto di vista economico. Per questi forse, è triste dirlo, la chiusura è la soluzione migliore: sarà colpa della crisi, così anche il fallimento diventa socialmente accettabile. Ma pensiamo ai sogni, ai sacrifici, agli investimenti, anche di qualche migliaio di euro solo, ma per alcuni era tutto quello che potevano giocarsi. A chi potrebbe funzionare, realizzare il proprio sogno. Vivere decorosamente senza far mancare nulla alla propria famiglia. La selezione della specie non segue il principio di giustizia, purtroppo.

A questi dovremmo dare soldi per continuare, semplificare la vita riducendo la burocrazia (diteglielo voi ai garantiti), dare ragionevoli certezze e regole affidabili. Ma che diamine con tutti questi esperti? Nessuno ha parlato in maniera seria della scuola, del sistema sanitario, delle infrastrutture su cui investire, dei trasporti che certamente non riusciranno ad adeguarsi alle nuove necessità, della famiglia, del fare i tamponi, della tracciabilità. Riuscite ad immaginare un’altra nazione in cui succeda questo? Io non ci riesco.

 

Questa divisione tra garantiti e preoccupati è tragica: le persone non hanno solo voglia di maggiore libertà, anche se nel rispetto delle regole, hanno paura dell’incertezza e del rischio che sopravvenga la miseria. La politica, se ancora esiste, ne è cosciente o pensa che basti promettere le brioche?