Al di là dei numeri ci sono le persone


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http://www.lirragionevole.it/economia-lavoro/il-futuro-e-nero/

Il futuro è nero!

Perdita di ricavi 30%*, impossibile da calcolare la perdita di posti di lavoro.

Ristoranti, bar, gelaterie, parrucchieri, estetiste e palestre saranno gli ultimi ad aprire e, forse, sono quelli che rischiano di più, prima di tutto per la loro natura di microimprese o di piccolissime aziende. Quanti di loro riusciranno a sopravvivere? Come stanno affrontando la confusione attuale di norme annunciate, ma non formalizzate, giusto per fare chiarezza. Di esperti in tutto che non riescono a partorire 10 regole comprensibile per spiegare a quali condizioni si può ricominciare a lavorare?

Sono moltissimi, rappresentano una grande parte di quella classe media italiana che con le sue attività nutre in maniera non marginale il bilancio dello Stato. A volte hanno una storia come imprese di famiglia o sono persone che hanno inventato un modo per vivere che, coniugando passione ed imprenditorialità, investendo in proprio ed assumendo persone, gli consente di vivere del loro lavoro. Hanno scelto orgogliosamente, spesso hanno seguito un sogno coltivato per anni, lavorano ben al di là degli orari sindacali, senza alcuna tutela, che si ammalino o che arrivi il corona virus. Oggi sono preoccupati non solo per il presente e per la prossima fase di riapertura dopo tre mesi di chiusura forzata, ma ancora di più per il loro futuro a rischio di indigenza, ma anche per il futuro dei loro dipendenti. Ylenia, parrucchiera ha sintetizzato la situazione sua e di tanti altri così: “la situazione è davvero critica, il futuro lo vedo nero!”

Se fino a ieri l’Italia si divideva in garantiti e preoccupati, già oggi si vede crescere a vista d’occhio un terzo gruppo: gli italiani disperati! Potrebbe essere uno sconvolgimento drammatico dell’architettura e della composizione della nostra società con conseguenze economiche, sociali e politiche imprevedibili.

 

All’interno di queste categorie che è previsto aprano a giugno ne abbiamo intervistati ventuno, dai 2 ai 70 dipendenti, con uno o più locali, proprio per capire qual è la loro condizione attuale e come vedono il loro futuro.

Hanno reagito con grande disciplina e senso del dovere alla chiusura imposta, ed all’inizio non tutti hanno sentito il morso delle drammatiche conseguenze che potevano derivare da questa situazione. Hanno chiesto ai proprietari dei locali di fargli uno sconto temporaneo sull’affitto, e alcuni l’hanno ottenuto; hanno messo in cassa integrazione i dipendenti (la grande maggioranza lamenta che a fine aprile nessuno aveva ricevuto i soldi) e poi hanno cominciato a vivere questa nuova condizione da reclusi fatta di televisione, chat, incertezza, notti insonni e pensieri.  Con il passare dei giorni, con l’aggravarsi della situazione e con la confusione generata dalle indicazioni degli esperti e dalle norme, attraverso il confronto con i colleghi, è emersa la percezione di un disastro.

Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori come si stanno preparando alla riapertura del 1° giugno, che cosa prevedono per la loro attività quest’anno e come vedono il futuro del loro lavoro.

 

Prima di tutto è emerso che una parte dei nostri interlocutori condiziona la possibilità di riapertura alla definizione precisa dei protocolli sanitari, delle regole e dei supporti finanziari (quanto e quando) che saranno resi disponibili. Un ristoratore ci ha detto: “se chiederanno la distanza tra i tavoli di 2 metri, l’aria condizionata spenta, i divisori tra i tavoli, di conseguenza la riduzione di due terzi del numero di coperti e l’abolizione del menu su carta, non ci saranno le condizioni per aprire. Sarebbe indispensabile almeno una moratoria per le tasse per il 2020, cancellarle, non rimandarle, ed agevolazioni di tutti i tipi: affitti, utenze, e poi aiuti concreti per sopportare i maggiori costi dovuti a questa situazione.”

Chi conta invece sulla riapertura si divide grossomodo in due gruppi: quelli che aspettano le normative per valutare e capire, un titolare di palestra ha detto: “non mi sto preparando finché non sappiamo tempi e protocolli, quando è tutto chiaro ci rivolgeremo ai nostri fornitori per i presidi necessari e per le sanificazioni”. Ed ancora una parrucchiera estetista dice: “siamo stati dimenticati e non solo la mia categoria. Con tutta la confusione che c’è, con le continue anticipazioni, spesso contraddittorie, non spendo soldi se prima non pubblicano ufficialmente le regole. C’è un caos totale, voci di ogni tipo, solo ipotesi”.

Un altro gruppo ha invece già idee su come riaprire, anche se ogni tipo di attività ha le sue problematiche specifiche e si orienta di conseguenza. A parte i ristoratori che per primi sono riusciti ad attivare il delivery e l’asporto, che certo non bastano per sopravvivere, ma hanno consentito di tenere accese le macchine, gli altri fanno affidamento per la riapertura su suggerimenti degli esperti del settore, (spesso fornitori) o su indicazioni fornite dalle associazioni di categoria. Altri ancora si basano su chat con gruppi di colleghi o su quello che hanno sentito dire in televisione. Una parrucchiera ci ha detto: ”una cosa è certa: avremo un sacco di spese ancora prima di riuscire a riaprire”

 

Le previsioni di ricavi per il 2020 nell’opinione dei nostri interlocutori vanno da una perdita del 50% al 70%, non solo a causa dei tre mesi di chiusura, dei maggiori costi e dei minori ricavi legati alle nuove regole, dell’innegabile percezione di un forte impoverimento dei clienti, ma anche perché nessuno si aspetta, neanche i pochi ottimisti, che le persone escano rapidamente da questa situazione. Un ristoratore si chiede. ”apriremo le nostre porte, apparecchieremo tutto secondo le nuove norme, seguiremo tutte le procedure, ma i clienti verranno? Avranno fiducia?”

Il centro studi di Unimpresa stima che a giugno il 30% delle attività legate al commercio ed alla ristorazione non riaprirà e di conseguenza si allargherà moltissimo la platea dei disoccupati aggravando una crisi sociale già percepibile.

 

Le condizioni necessarie per far sopravvivere le loro attività sono legate ad alcuni punti sostanzialmente uguali per tutti: chiarezza sulle regole di funzionamento delle loro attività, possibilità di proseguire con la cassa integrazione per i dipendenti, cancellazione degli adempimenti fiscali per il 2020, apporto di liquidità a fondo perduto pari almeno ai costi che devono sostenere per rispettare le nuove norme, semplificazione degli adempimenti burocratici e possibilità di ottenere dalle banche finanziamenti a tassi agevolati con tempi di restituzione lunghi. Senza queste condizioni la soluzione per tutti gli intervistati è il licenziamento del personale ed il rischio di chiusura entro la fine dell’anno diventa molto elevato. Se si considera poi l’impatto drammatico sul turismo, l’impatto sul PIL e sulle finanze pubbliche è difficile da immaginare e le conseguenze non sono prevedibili: potrebbe innescarsi una reazione che coinvolgerebbe una grandissima parte della popolazione, compresi forse anche alcuni dei garantiti. (aggiungere link all’articolo garantiti e preoccupati?)

 

C’è un altro aspetto che ci preme sottolineare: i numeri sono aridi, non raccontano la realtà delle persone. Quelle chiusure non sono solo saracinesche che probabilmente rimarranno chiuse a lungo, o soldi investiti che nessuno recupererà, sono delusioni, frustrazione, famiglie impoverite, ma anche facce tristi, notti insonni, malattie (pochi stanno sottolineando che all’impoverimento corrisponde un aumento delle malattie ed una minore attenzione alla salute), minore investimento sulla formazione dei figli, minore natalità, qualcosa insomma che se consideriamo le persone e non i numeri provoca brividi.

Chi ha la possibilità di trovare soluzioni deve guardare in faccia queste persone, non solo i numeri?

 

IL LAVORO DA CASA: COSA NE PENSANO GLI IMPRENDITORI?


A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Questo lungo periodo di reclusione e di chiusura forzata delle attività a parere di molti ci lascerà una eredità: il lavoro da casa, nuovo modo di organizzare le aziende e la vita. Ci siamo chiesti: che cosa ne pensano gli imprenditori delle piccole e medie aziende, quelli che hanno da 5 a 50 dipendenti? Abbiamo così deciso di fare un po’ di interviste e ne abbiamo sentiti 24, tra professionisti, artigiani, imprenditori della manifattura e dei servizi, di diverse fasce di età e con diversi livelli di formazione, chiedendo quali sono, dal loro punto di vista, i vantaggi e gli svantaggi.

Utilizzeremo il termine smart working solo quando è stato adoperato dagli intervistati; a noi non piace sia perché nella parola smart c’è già un velato giudizio positivo, sia perché non basta fare un po’ di telelavoro, qualche videoconferenza o partecipare ad un gruppo su WhatsApp per parlare di lavoro smart. Le parole, lo sappiamo bene, spesso sono come le confezioni che servono per vendere meglio un prodotto, così dimentichiamo il significato che hanno. Articoli, post, interviste per celebrare questa “nuova” modalità di lavoro, che in passato, quando si chiamava telelavoro, non ha avuto molto successo. Che cosa ne pensano gli imprenditori?

Molto interessante la premessa di un imprenditore dei servizi che chiarisce:” questo non è smart working ma home working forzato: è una misura che rappresenta un esperimento sociale mai provato prima. Sulla esperienza attuale non ci si può fondare nessuna organizzazione futura perché la situazione è straordinaria e per l’appunto forzata”.

Un bel punto di partenza; ha ragione, dobbiamo certamente definire meglio che cosa è e che cosa non è smart working. Magari in un altro articolo.

Come era prevedibile vi sono grandi differenze tra le aziende di servizi e quelle manifatturiere. Le prime infatti, proprio per la loro natura, hanno in genere un migliore livello di dotazioni e alcune attività o processi già informatizzati. In qualche caso gli imprenditori affermano che teoricamente si possa estendere il lavoro da casa alla quasi totalità dei dipendenti, anche se è sentita l’esigenza di mantenere un elevato livello di continuità nel lavoro in azienda. Al contrario gli imprenditori della manifattura, per la natura stessa delle loro aziende, ritengono che solo poche funzioni come l’amministrazione, il centralino e la gestione della comunicazione e dell’e-commerce possano usufruire del lavoro da casa. Entriamo nel merito.

I vantaggi di una estensione del lavoro a distanza per gli imprenditori sono: migliore utilizzo degli spazi aziendali e minori costi di gestione.

Tre degli intervistati si aspettano un qualche miglioramento delle prestazioni dovuto alla maggior flessibilità ed al minore stress dei dipendenti per gli spostamenti, o pensano che ci sia maggiore facilità nella gestione delle risorse umane e delle mense aziendali. Qualcuno segnala anche la possibilità che si riducano le tensioni tra colleghi, anche se è diffusa l’idea che il lavoro da casa possa favorire i “furbetti”.  Solo uno degli intervistati scommette fideisticamente sul miglioramento della produttività, mentre la maggior parte sottolinea che dovranno essere definite nuove regole per la gestione dei rapporti di lavoro. “lo Smart working può funzionare – dice un imprenditore dei servizi – ma solo se vengono dati obiettivi ben definiti e in ogni caso non può essere totalmente sostitutivo dell’attività tradizionale”. C’è infine chi è possibilista e pur temendo la perdita del contatto diretto, i cali di produttività nel tempo ed i rischi tecnologici (riservatezza dei dati, controllo del lavoro, ecc), ritiene che siano svantaggi rimediabili mediante la costruzione di un’organizzazione che ruota, per alcune sue parti, attorno al lavoro da casa come elemento base.

Per quanto riguarda invece gli svantaggi quasi tutti gli imprenditori hanno messo in evidenza gli stessi aspetti: dal “poco controllo del lavoro svolto, anche in termini di qualità”, all’ impossibilita di gestire un lavoro di squadra in quanto, anche se ognuno fa la sua parte, a è difficile il coordinamento. Il rapporto interpersonale infatti consente maggiore rapidità nel risolvere un problema e la comunicazione diretta rende più coesa e più efficiente l’organizzazione.

Praticamente tutti sottolineano in maniera più o meno accentuata che, mancando il confronto continuo ed il rapporto diretto con i colleghi, si perda in efficacia del lavoro e la motivazione si riduca.

Una critica importante al lavoro da casa è la perdita delle relazioni sociali. Lavorando con altri, condividendo gli spazi, non solo si crea gruppo, ma si condivide una cultura ed una visione comune, al contrario lavorando da soli si tende a diventare più individualisti. Un’imprenditrice ha detto:” nel mio lavoro, editoria specializzata, quasi tutte le mansioni possono essere svolte in smart working: completamente, anche se con qualche disagio se in modo continuativo; giornalisti, grafici, traduttori, centralino, ufficio traffico, account, ma nel mondo dei media dove la ricerca, l’osservazione sul campo e le relazioni sono fondamentali, non può sostituire il lavoro fatto di persona. Per fortuna niente e nessuno potrà mai sostituire il contatto umano. Ritengo, per la nostra esperienza, che lo smart working uno o massimo due giorni a settimana possa essere anche funzionale, oltre sia un problema per l’azienda ma anche per la persona stessa che non sarebbe stimolata e al passo.”

Un altro imprenditore mette in evidenza un altro aspetto interessante del problema: la possibilità per i collaboratori di lavorare da casa con la giusta concentrazione: “in periodo coronavirus, alcuni lavoratori hanno preferito andare in ufficio, dove disponevano di spazi adeguati. A casa propria, i propri famigliari (mogli, mariti, figli) rendono difficile la concentrazione ed il raggiungimento dei traguardi prefissati”.

La maggioranza si esprime in modo cauto, tuttavia vi è anche chi ha una visione decisamente contraria: “lo Smart working non dà nessuno vantaggio, un dipendente deve vivere l’azienda a 360 gradi, può essere uno strumento temporaneo da usare per andare incontro a specifiche esigenze del dipendente (vedi gravidanza, figli, ecc) ma non è un modus che vedo come la normalità di lavoro”. O ancora chi dice che “Lo Smart working può andar bene solo per quei lavori avulsi da qualunque interazione e da qualunque motivazione lavorativa. Ad esempio, potrebbe funzionare per un data entry che deve inserire dati in modo automatico e senza sapere perché lo sta facendo, senza nessuna necessità di integrarsi con l’azienda”.

Che il tema sia da approfondire non c’è dubbio. Sono anni che gli HR e gli esperti del lavoro ci parlano di fare squadra, di team building, fanno analisi di clima, sottolineano che la maggiore complessità richiede contesto e relazioni per competere con successo, ed ora…ciascuno a casa sua è meglio!

Ci sono poi problemi sui quali la riflessione è indispensabile: come avverrà l’introduzione dei nuovi collaboratori in azienda? L’affiancamento con un collega esperto e l’inserimento in un gruppo sono sempre state le modalità migliori. Questo riguarderà in particolare i giovani che escono dalla scuola con una formazione troppo spesso teorica, ma non solo.

Chi ha lavorato da casa in questo periodo ha scoperto che le piattaforme non sono tutte uguali, e che per lavorare e non solo fare chat lo smartphone non va bene, serve un computer (aziendale per tutelare le informazioni), ma soprattutto che la qualità della connessione, anche nelle grandi città, è un fattore determinante.

Per rendere utilizzabile il lavoro da casa o per attivare un vero smart working evitando la precarizzazione, prima di tutto occorre un apposito contratto diverso da quello di lavoro subordinato. È necessario un profondo cambiamento culturale da parte dei lavoratori e delle imprese: si passa infatti da una cessione del tempo e delle competenze a fronte di una retribuzione, ad un rapporto nel quale la prestazione deve essere valutata e ricompensata sia dal punto di vista economico che da quello dello sviluppo di carriera sulla base di obiettivi e risultati misurabili.

Di Antonio Catalani, Centro Studi Tra Il Dire e Il Fare

Italiani garantiti e Italiani preoccupati: le due Italie


Questa situazione legata al Covid ha messo in evidenza che esistono due Italie, o meglio due tipi di italiani: quelli garantiti e quelli preoccupati. La sensazione l’ho avuta chiarissima ieri ascoltando il discorso del presidente del consiglio ieri in televisione, per annunciare la fase due. Due mondi, due linguaggi, due modi di pensare, due modi di concepire il tempo e, soprattutto, aspettative delle persone lontane anni luce da quello a cui pensa la cosiddetta classe dirigente.

In realtà ci sono sempre state le due Italie, ma prima avevi Sud e Nord, il Centro è sempre stato frustrato perché non appartenendo a ai due schieramenti nessuno lo prendeva in considerazione. Poveri e ricchi, poi c’erano i finti poveri, evasori, ed i finti ricchi (c’erano anche quelli). I laureati ed i non laureati, i giovani e gli anziani, quelli che amano l’aperitivo e quelli che sono a dieta. E così via. E ci sono ancora.

Adesso però abbiamo una nuova divisione della nostra società: i garantiti e i preoccupati

Del primo gruppo, che chiameremo i garantiti, fanno parte principalmente i dipendenti pubblici, questi magari stanno lavorando da casa o, se sono dirigenti o collaborano con qualche task force, purtroppo non ci solo quelle ministeriali, ma sono a tutti i livelli, magari sono continuamente in riunioni, essenziale momento burocratico. Questo non gli consente purtroppo di fare il loro dovere “normale” e così persone detenute anche in regime di 41bis , si dice siano 40, escono dalle carceri perché qualche dirigente “era in riunione”. Se non sono in riunione fanno riunioni nelle quali si ingegnano ad inventare nuovi modelli di autocertificazione, ce n’è uno per ogni occasione, o ancora inventano nuove procedure per fare in modo che ci sia un maggiore….livello di complessità e maggiori difficoltà per chi deve richiedere i 600 euro, oppure la cassa integrazione o ancora la copertura di garanzia statale per i massimo 25.000 euro.

C’è poi chi, come i dipendenti dell’INPS (pare siano 25.000) che, a detta del nostro presidente del consiglio, hanno evaso in 15 giorni pratiche quante ne evadono in 5 anni. Forse prima non erano troppo impegnati? Ho fatto una domanda scritta ad INPS per l’aggiornamento della mia pensione (non è una cosa urgente) a febbraio e, logicamente per il superlavoro, la mia pratica risulta in lavorazione, quando riesco ad entrare in myINPS. È logico che anche queste persone, i garantiti, hanno le loro giuste preoccupazioni: quando potremo fare una bella rimpatriata con gli amici? Che cosa facciamo questo weekend, e per il primo maggio faranno come per il 24 Aprile, facciamo una bella manifestazione così almeno vediamo qualcuno? Quando riapriranno estetisti e parrucchieri? E le palestre? Come faremo con le ferie? Quando posso andare a trovare la zia Adelia che è in casa di riposo? E così via. Tutti problemi che in tempi normali avrebbero la loro dignità.

Ci sono poi i preoccupati: lavoratori dipendenti, piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, lavoratori a contratto, precari, partite IVA, disoccupati, e così via. Un popolo di persone che a giugno deve pagare le tasse, che ha l’affitto di casa e dell’ufficio o dello studio o del capannone, la rata del leasing e non sta incassando un euro da un paio di mesi. Ormai molti hanno dato fondo ai risparmi, se li avevano. Vabbè, lo sapevano già che se lavori in proprio e ti ammali sono cavoli tuoi, ma qui è un’altra cosa. Qualcuno ha ricevuto i famosi 600 euro, non ancora tutti, ma svaniscono in un attimo. Ne arriveranno altri? Quando? Quando si riapre? Con quali regole? Quanto costerà riaprire in termini di Dispositivi Personali e di quanto caleranno i ricavi? Le mascherine a 50 centesimi dove le trovo? Ce ne vogliono 3 al giorno per una persona che lavora, che cosa compro da mangiare o la mascherina per la famiglia? E se i clienti restano chiusi o la gente non compra i miei prodotti perché non ha soldi da spendere? E se le regole per la riapertura….beato chi le indovina, facessero calare troppo i ricavi, vale la pena riaprire o, ahimè, devo chiudere definitivamente? Ma cosa diavolo prevede il decreto aprile, che uscirà a maggio per la mia attività? Insomma, mi stanno autorizzando a fallire per DPCM? Pensate a tutto il mondo del turismo, ai bar, alla ristorazione, alle palestre, ai fisioterapisti, che non potranno mai recuperare quello che hanno perso e che si giocano la sopravvivenza. Per loro e per i loro dipendenti.

Manco ci pensano molti dei preoccupati a ferie, incontri con amici, weekend e così via. Molti hanno perso il sonno e l’allegria, alcuni hanno già perso la voglia di lottare, di fronte ad un muro che da solo è impossibile scalare. Non mi riferisco a chi era già malato cronico dal punto di vista economico. Per questi forse, è triste dirlo, la chiusura è la soluzione migliore: sarà colpa della crisi, così anche il fallimento diventa socialmente accettabile. Ma pensiamo ai sogni, ai sacrifici, agli investimenti, anche di qualche migliaio di euro solo, ma per alcuni era tutto quello che potevano giocarsi. A chi potrebbe funzionare, realizzare il proprio sogno. Vivere decorosamente senza far mancare nulla alla propria famiglia. La selezione della specie non segue il principio di giustizia, purtroppo.

A questi dovremmo dare soldi per continuare, semplificare la vita riducendo la burocrazia (diteglielo voi ai garantiti), dare ragionevoli certezze e regole affidabili. Ma che diamine con tutti questi esperti? Nessuno ha parlato in maniera seria della scuola, del sistema sanitario, delle infrastrutture su cui investire, dei trasporti che certamente non riusciranno ad adeguarsi alle nuove necessità, della famiglia, del fare i tamponi, della tracciabilità. Riuscite ad immaginare un’altra nazione in cui succeda questo? Io non ci riesco.

 

Questa divisione tra garantiti e preoccupati è tragica: le persone non hanno solo voglia di maggiore libertà, anche se nel rispetto delle regole, hanno paura dell’incertezza e del rischio che sopravvenga la miseria. La politica, se ancora esiste, ne è cosciente o pensa che basti promettere le brioche?

 

 

 

 

CHIUDERE È STATO FACILE, RIAPRIRE SARÀ MOLTO PIÙ DIFFICILE


A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare – tempo di lettura 6 minuti

Non so perché, ma lockdown è una parola che mi è antipatica. Fa fine usarla, ma perché non dire blocco? È anche più breve, oltre ad essere italiano. Certamente, dire “chiudete tutto” è facile, ed è anche facile, per un certo verso, chiudere tutto.

È stato indispensabile per appiattire la curva dei casi gravi, consentendo quindi alle strutture sanitarie di gestire una situazione drammatica.

In questo breve appunto vogliamo dare qualche suggerimento agli imprenditori che vogliono prepararsi alla ripartenza formale, o a quelli che hanno deciso semplicemente di ripartire, chiedendo un’autorizzazione, credo prefettizia, contando sul fatto che questa volta, finalmente, l’inefficienza burocratica lavori a loro favore, a causa del grande numero di controlli da fare. Pensiamo ad aziende di produzione o di servizi, capannoni o studi professionali, con pochi dipendenti, da qualche unità a 50 persone. Queste rappresentano una ricchezza per la nazione e sono gran parte del tessuto imprenditoriale italiano.

Far ripartire la produzione è certamente molto più complicato. In particolare ci sono 3 problemi:

  1. Se la filiera non funziona, anche se il tuo codice ATECO (strumento vecchio e poco adeguato) è autorizzato a lavorare, puoi solo produrre per magazzino, con le scorte che hai di materie prime e semilavorati, o con quello che riesci a procurarti. Se i tuoi clienti sono in una zona ancora chiusa o se esporti in nazioni che non sono attive, difficilmente i clienti acquisteranno, a meno che tu non sia un produttore di semilavorati o componenti ed i tuoi clienti vogliano prepararsi a ripartire;
  2. Il tempo è un fattore critico perché brucia liquidità e lascia spazio ad altri per impadronirsi dei nostri mercati
  3. È difficile pensare alla riapertura a produttività piena, non conosciamo ancora le regole precise, anche se possiamo immaginarle. Ad oggi non abbiamo la più pallida idea di quello che verrà dopo la fase due, ma è essenziale arrivare vivi alla nuova normalità.

In realtà la struttura frammentata, che per certi versi è stata considerata un limite tipicamente nostro, comporta unità di ridotta dimensione. Possiamo quindi immaginare una maggiore facilità nel controllo e nella gestione nelle situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, potrebbe quindi, se sapremo lavorare bene, diventare un vantaggio per la ripartenza.

Non è facile pensare che ci possa essere un modo di operare unico per la riapertura, vista la grande quantità di piccole e medie aziende italiane, che appartengono a settori diversi, che hanno quindi caratteristiche, situazioni e problemi dissimili. In questa situazione caotica certamente a volte dovremo improvvisare, tuttavia vale la pena provarci, se ci sono le condizioni di base, prima fra tutte la possibilità di investire.

Il problema della riapertura, la cosiddetta fase due, va affrontato con urgenza. Non conta più la tipica scansione degli economisti in breve, medio e lungo periodo: è subito il tempo nel quale dobbiamo affrontare questo tipo di problemi.

La prima domanda che l’imprenditore deve farsi è: vale la pena riaprire? Se riuscire a ripartire prima degli altri può dare un vantaggio: nuovi clienti, recupero di ricavi, crescita della quota di mercato, ci sono tuttavia alcuni problemi difficili da risolvere e quindi altri aspetti su cui riflettere. A volte infatti è più economico stare chiusi. Ci possono essere in un tempo ragionevole vantaggi in termini economici che compenseranno i costi certi della riapertura? Che io produca semilavorati o prodotti destinati al mercato, la mia filiera è attiva oppure produrrò solo per il magazzino? Sto utilizzando bene le mie scorte e la mia liquidità oppure le brucio entrambe senza un reale vantaggio?  Questa valutazione, evidentemente, dipende dalla singola impresa. La scelta del quando riaprire, a prescindere dalle decisioni ufficiali, segue la regola che “il meglio è nemico del bene”. Bisogna decidere pensando che anche una soluzione non perfetta, ma ragionevole, in tempo di crisi è preferibile al perdersi nel ponderare metodi e cercare una soluzione ottima. L’importante è tener conto sempre della liquidità e del mercato. Dobbiamo imparare a decidere senza aspettare che qualcuno decida per noi o che un concorrente, anche di altre nazioni, si avvantaggi troppo.

Non sono domande semplici, ma chi ha detto che fare impresa lo sia?

Prima di riaprire crediamo che ci siano delle cose importanti da fare, anche queste con urgenza:

  • Monitorare le attività della nostra filiera, cioè dei fornitori e degli acquirenti. Se la filiera non è attiva, per una qualsiasi ragione o non abbiamo scorte a sufficienza, conviene aspettare;
  • Facciamo un check del livello di digitalizzazione dell’azienda, vediamo come possiamo migliorarlo e verifichiamo il livello di preparazione dei nostri dipendenti. Dopo, ci dicono, non sarà più come prima. Non lo sappiamo, ma è un’ottima opportunità per migliorare un’area della nostra azienda che spesso è troppo arretrata: dalle videoconferenze ai gestionali, anche semplici.
  • Approfittiamo di questa scomoda inattività per ripensare alla nostra organizzazione, ai prodotti che offriamo, ai fornitori di cui ci serviamo, ai processi che abbiamo messo a punto nel tempo. Le aziende spesso, distratte dalla attività quotidiana, hanno acquisito delle abitudini non sempre virtuose. Da quanto tempo non ripensiamo ai prodotti che proponiamo al mercato, spesso alcuni di questi sono poco importanti sia per il margine che producono, sia per il loro valore strategico. Quanti fornitori sono diventati un’abitudine, e non ci guardiamo più attorno per verificare se ci sono altre possibilità? Certo, saremo obbligati a mettere in discussioni processi, abitudini, centri di potere che si sono creati all’interno, ma vale la pena ripensare a tutte le inefficienze che, naturalmente, abbiamo accumulato negli anni.
  • Prendiamo il bilancio e guardiamo con attenzione al dettaglio dei costi. Dove possiamo tagliare per recuperare le risorse da investire? Quella fiera, quelle pagine pubblicitarie, quelle riunioni con i venditori, quelle spese di rappresentanza servono? Dobbiamo cancellarle o dobbiamo trovare il modo per renderle più produttive? E così per tutte le voci di costo.

Nel frattempo, mettiamo a punto un piano per la riapertura.

  • Sappiamo che la produttività all’inizio forse non sarà elevata; lo stato d’animo dei dipendenti, la fiducia che hanno nelle scelte dell’azienda in termini di sicurezza e di organizzazione del lavoro contribuiscono molto a tenerla alta. Da subito comunicate con i vostri collaboratori, spiegategli cosa state facendo, fatevi sentire partecipe delle loro insicurezze.
  • Restate in contatto con i fornitori ed i clienti principali, informateli ed informatevi sulla situazione che vivono.
  • Appena possibile attivate il lavoro da casa. Non è più un problema di ore di lavoro, ma di capacità dei singoli o dei dipartimenti di raggiungere obiettivi che dovrete assegnargli. Si illude chi pensa che questo cancellerà le modalità tradizionali, ma certamente si sta sviluppando molto ed è certamente molto utile. Il lavoro è anche colleghi, ambiente di lavoro, condivisione di una cultura. È un elemento sociale importantissimo, non è solo un fattore tecnico-produttivo.
  • Individuate un medico che collabori attivamente nel presidiare le problematiche sanitarie all’interno dell’azienda. Chiedetegli di fare test periodici al personale e, perché no, anche se con minore frequenza ai membri delle loro famiglie
  • Riorganizzate il layout produttivo o degli uffici per garantire la distanza interpersonale ed i flussi di lavoro
  • Acquistate i dispositivi di protezione individuali più adeguati ed in numero sufficiente (garantitevi le forniture).
  • Organizzate il piano di sanificazione degli ambienti e procuratevi i materiali necessari
  • Se necessario organizzate gli orari di lavoro e le entrate per suddividere i flussi
  • Valutate l’utilità e la convenienza di una copertura assicurativa.

L’inattività non è consentita: per gli imprenditori oggi come mai è uno spreco.

È difficile prevedere per quanto tempo dovremo lavorare in condizioni cui non siamo abituati, e non abbiamo ancora idea di quale sarà la nuova normalità. È praticamente impossibile che un’ordinanza riesca ad affrontare con soluzioni adeguate i problemi che imprenditori e lavoratori dovranno affrontare. La creatività e l’impegno di ognuno saranno strumenti preziosi per risolvere questi problemi. Questa situazione deve essere gestita con regole definite, ma con un grande impegno dei singoli imprenditori nel trovare le soluzioni migliori per la specifica situazione.  Lo scambio delle esperienze individuali, la condivisione anche degli errori commessi potrebbe essere una chiave per accelerare il superamento dei problemi. Questo potrebbe essere un nuovo spazio per le associazioni e per le istituzioni.

http://www.lirragionevole.it/economia-lavoro/chiudere-e-stato-facile-riaprire-sara-molto-piu-difficile/

UN APPROCCIO ECONOMICO AI PROBLEMI DEL COVID-19


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A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Premessa

Questo documento propone un approccio complessivo ai problemi che l’economia italiana sta vivendo, come conseguenza della pandemia da corona virus. Si tratta di problemi nuovi, mai affrontati nella letteratura accademica, senza precedenti da cui si possano dedurre best practice; portano quindi, nella formulazione, ad immaginare soluzioni che richiedono la necessità di sgombrare il campo dagli approcci tradizionali.

La strada per immaginare una cura a questa grave pandemia economica ci obbliga a mettere da parte una serie di taboo, non sono consentite sperimentazioni o azioni graduali: ne va della vita del paziente. La sopravvivenza è legata sostanzialmente alla velocità ed alla profondità degli interventi. Il rischio è il collasso della nostra società.

Con documenti successivi approfondiremo, quando è necessario, gli aspetti tecnico-realizzativi.

La situazione attuale

La crisi che stiamo vivendo, ormai è chiaro a tutti, ha caratteristiche di eccezionalità per l’imprevedibilità della sua durata, per l’estensione globale e per la forzata interruzione di un grande numero di attività.

La metafora della guerra, anche se suggestiva, non ci aiuta a comprendere come gestire il dopo, che potrebbe essere molto drammatico per le famiglie e le imprese. I motivi fondamentali sono:

● dopo la guerra vi è la ricostruzione, quindi la necessità di far ripartire attività produttive ad alta intensità di lavoro e non solo di capitali;

● durante la guerra l’industria delle armi produce molto e consuma molto;

● le guerre hanno sempre prodotto innovazioni tecnologiche che poi hanno avuto una pronta applicazione sulle attività produttive verso il mercato;

● lo spirito della ricostruzione è positivo ed è caratterizzato dal fare per il futuro.

È evidente che nel nostro caso, pure se l’industria della salute è pienamente attiva, non ha né le caratteristiche di consumo, né quelle di generare innovazione. anche se in realtà questa crisi ci stimolerà a mettere a punto innovazioni di tipo organizzativo e relazionale.

Non dobbiamo ricostruire il patrimonio edilizio o gli stabilimenti di produzione ed è difficile prevedere come ne usciremo dal punto di vista psicologico.

Il primo impegno è quello di appiattire la curva dell’epidemia per consentire agli ospedali di organizzare in maniera adeguata le strutture per l’emergenza: questo implica un notevole dispendio di tempo. Tuttavia, maggiore sarà il tempo necessario per appiattire il picco, maggiore sarà l’impatto sulla economia, posto che, presumibilmente, fino alla disponibilità del vaccino (non basta infatti scoprirlo, ma bisogna produrlo e distribuirlo) non si potrà parlare di una vera ripartenza.

La situazione dal punto di vista economico è completamente nuova ed è piuttosto probabile che si verifichi, in mancanza di appropriati interventi, una situazione di questo tipo:

1. il panico e l’incertezza nelle famiglie e nelle imprese portano ad un crollo dei consumi e degli investimenti;

2. il tracollo della domanda porta a mancanza di liquidità, all’inesigibilità dei crediti e quindi a fallimenti e chiusure;

3. la disoccupazione cresce;

4. i redditi da lavoro crollano e la domanda si contrae ulteriormente.

Se non si interviene in maniera adeguata il rischio è quello di una serie consecutiva di cicli che ogni volta ci riportino al punto 1, e così via, innescando un circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire.

Facciamo due conti

Impatto sul PIL:

immaginiamo che le attività economiche subiscano un crollo del 50% per un mese e del 25% per i due mesi successivi grazie a parziali riaperture (Gourinchas, 2020). Questa ipotesi è ottimistica e comporta che

  • alla fine del terzo mese tutte le attività produttive siano attive
  • che la domanda e l’offerta siano immediatamente riallineate,
  • che non vi siano ondate successive.

Di conseguenza il calo del PIL sarebbe pari ad un -8,4%. È evidente che questa ipotesi, a seconda dell’evolversi della situazione, deve essere corretta non solo nei tempi previsti, ma anche nell’impatto che deriva ai consumi, all’export, al turismo e così via. Allo stato attuale delle cose l’Ipotesi sopra descritta può essere considerata la più favorevole; in questo caso dobbiamo valutare un calo del PIL non inferiore al 10%. Quello che succederà dopo in termini di andamento della ricchezza prodotta dipende dalle scelte politiche e da quello che si riuscirà a realizzare. Senza mai dimenticare il non trascurabile effetto di una crisi che è globale e che vede nell’export e nel turismo fonti importantissime del PIL nazionale.

Vale la pena ricordare che la crisi del 2007, che ha interessato il sistema finanziario, ha portato ad un crollo del PIL del 4,5% ed a distanza di 13 anni non si avevamo ancora recuperato quanto perso.

Secondo una comune considerazione empirica dobbiamo mettere in circolazione tanta moneta quanta ne viene distrutta, ma per generare un effettivo rilancio bisogna investire in infrastrutture e nella manutenzione delle strutture esistenti, fisiche o virtuali, con progetti concreti, efficaci e qualificanti. Ricordiamo ancora una volta che il problema non è il debito, ma il rapporto tra questo ed il PIL. Gli investimenti devono proprio favorire la crescita del PIL.

Interventi urgenti:

in questo scenario ottimistico è assolutamente necessario che vi siano alcuni interventi immediati:

●    si garantiscano alle famiglie che abbiano perso ogni fonte di reddito o la possibilità di sospendere il pagamento delle tasse, dei tributi e dei mutui o la liquidità necessaria per pagare gli affitti ed i consumi essenziali

●   si garantiscano alle aziende, soprattutto a quelle piccole e nuove, anche in mancanza di ricavi dovuti alla chiusura obbligatoria o la possibilità di pagare gli stipendi e di pagare i fornitori

  • Si attivino in tempi brevissimi i cantieri già finanziati.

La velocità con cui si interviene riduce notevolmente l’impatto negativo sulla vita delle persone e delle imprese.

Interventi contingenti di breve periodo:

●   mettere in linea le strutture sanitarie e le dotazioni strutturali e di materiali di consumo per gestire una possibile ulteriore ondata

●   finanziare gli interventi per garantire liquidità alle famiglie ed alle imprese

●   mettere a punto un intervento fiscale significativo

Interventi strutturali:

  • Intervenire sulla spesa pubblica per liberare risorse, ma soprattutto metterne in discussione l’articolazione e l’efficienza. Non si tratta di un approccio a tagli lineari, ma di una profonda e radicale revisione dei processi burocratici per quanto riguarda la vita delle persone e delle aziende: dalla giustizia, alle professioni. L’intervento sui processi consente poi, a cascata, di ridefinire le voci di spesa di ognuno delle voci dei costi. Secondo Eurostat la spesa pubblica corrente nel 2019 in Italia vale il 45,5% del PIL, in aumento dello 0,7% sull’anno precedente. Tuttavia, non basta dire che spendiamo troppo, la qualità del risultato non è adeguata alla spesa. Non possiamo dimenticare, infatti, che la fonte della ricchezza di una nazione è il lavoro produttivo, quello finanzia la spesa pubblica. Se non aiutiamo le imprese e le persone a creare ricchezza non ci sarà possibilità di crescita
  • Finanziare gli interventi urgenti, contingenti e strutturali con un mix di strumenti per i quali andranno approfonditi gli aspetti tecnici e legali:
    • Messi a disposizione dall’UE
    • Emettere titoli di debito nazionali, destinati al mercato italiano, esenti da tasse anche nel futuro (si faceva fino al 1986, se non sbaglio). Questi titoli devono essere finalizzati a progetti di intervento specifici, prioritariamente strutturali, con tempi certi ed obiettivi concreti e misurabili, direttamente garantiti da Banca d’Italia
    • Emettere titoli di debito regionali, anche questi esenti da tasse. Questi titoli devono essere finalizzati a progetti di intervento specifici, prioritariamente strutturali, con tempi certi ed obiettivi concreti e misurabili, direttamente garantiti dalla Regione che li emette.

Vi è un ulteriore elemento fondamentale per finanziare adeguatamente gli interventi urgenti, contingenti e strutturali: la capacità di creare fiducia nel Paese e negli investitori.

La Fiducia è l’asset fondamentale su cui si basano le relazioni sociali, non solo l’economia. Per ricreare fiducia dobbiamo fare: decidere e realizzare, non solo parlare! È l’impegno di ciascuno di noi che renderà concrete la azioni, non il vano chiacchiericcio. Abbiamo già dimostrato che in pochi anni, nel dopoguerra, abbiamo portato l’Italia ad essere un esempio. Forse erano altri uomini? Forse era un’altra classe politica? Questa della fiducia forse è la vera priorità per la ricostruzione ed il rilancio economico dell’Italia.

Fonte: nostre considerazioni basate su uno studio della LBS.

“Questa economia ci consuma: la moralità ormai è merce” (di Zygmunt Bauman)


ZygmuntBauman

Vogliamo godere di una vita ricca, abbiente, il che ci ha orientati ad assumere come principale indicatore l’acquisto, lo shopping. Pare che tutte le strade che portano alla felicità portino ai negozi. Ciò sottopone il sistema economico, e più in generale il nostro pianeta, ad una pressione enorme. Ciò è disastroso per le nuove generazioni; è evidente che stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi, sulle spalle dei nostri figli. Possiamo trovare delle alternative alla crescita della produzione e dei consumi per trovare soddisfazione, in definitiva per essere felici? Ciò è necessario se non vogliamo distruggere il nostro habitat e generare fenomeni catastrofici come le guerre. I livelli attuali di consumo sono già insostenibili dal punto di vista ambientale ed anche economico. L’idea della prosperità al di fuori delle trappole del consumo infinito viene considerata un’idea per pazzi o per rivoluzionari. Jackson dice che ci sono delle alternative: le relazioni, le famiglie, i quartieri, le comunità, il significato della vita.  Ci sono enormi risorse di felicità umana che non vengono sfruttate. La maggior parte delle politiche realizzate nel mondo dai governi va esattamente nella direzione opposta. Queste politiche raramente vanno al di là della prossima scadenza elettorale, raramente guardano a ciò che succederà fra 20 o 30 anni. Assistiamo ad un processo di mercificazione e commercializzazione della moralità. I mercati sono abituati ad orientare i bisogni umani, bisogni che in passato non erano soddisfatti dal mercato. Questo è ciò che io indico con l’espressione ‘commercializzazione della moralità’. Il nostro reale bisogno dovrebbe essere prenderci cura dei nostri cari. Credo che tutti noi qui in sala ci sentiamo in colpa perché non riusciamo a trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari. 20 anni fa il 60% delle famiglie americane si ritrovava attorno allo stesso tavolo per cenare. 20 anni dopo solo il 20%. Le persone sono più occupate con il loro cellulare, il loro ipad e così via. La nostra vita quotidiana è profondamente cambiata, a causa anche delle tecnologie, che hanno sicuramente prodotto delle cose positive, ma hanno anche creato dei danni collaterali. Se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi.  Il confine fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla famiglia è sfumato. Siamo sempre al lavoro, abbiamo l’ufficio sempre in tasca, non abbiamo scuse. Dobbiamo lavorare a tempo pieno. E più si sale nella scala gerarchica meno tempo per sé si ha. Si è sempre in servizio. Ovviamente i mercati e il consumismo non possono riparare questa situazione; possono però aiutarci a mitigare la nostra cattiva coscienza, e lo fanno spingendoci verso l’acquisto, lo shopping, il mercato. Al tempo stesso disimpariamo altre abilità ‘primarie’. Ad esempio a riconoscere il dolore, il dolore morale, che è molto importante, perché esso è un sintomo, ci aiuta a riconoscere la fragilità dei legami umani. Improvvisamente abbiamo persone che hanno migliaia di amici in internet; ma in passato dicevamo che gli amici si vedono nel momento del bisogno, e questo non è esattamente il caso degli amici che abbiamo in internet. Fino a quando il nostro senso morale verrà mercificato, l’economia crescerà perché messa in moto dai bisogni umani e dai desideri che è chiamata a soddisfare, bisogni e desideri apparentemente ‘buoni’, come dimostrare l’amore per gli altri. I grandi economisti del passato sostenevano che i bisogni sono stabili, e che una volta soddisfatti tali bisogni possiamo fermarci e godere del lavoro fatto. C’era la convinzione che alla fine del percorso avviato con l’inizio della modernizzazione si avrebbe avuto un’economia stabile, in perfetto equilibrio. Successivamente si è presa una strada diversa. Si è inventato il cliente. Si è capito che i beni non hanno solo un valore d’uso, ma anche un valore simbolico, sono degli status symbol. Non si acquistava più un bene perché se ne ha bisogno, ma perché si ‘desidera’. L’obiettivo quindi diventava sviluppare sempre nuovi desideri negli esseri umani. Ma anche i desideri ad un certo punto si scontrano con dei limiti. Così, il limite è stato superato mercificando la moralità: non ci sono limiti all’amore, non ci sono limiti all’affetto che vogliamo dimostrare agli altri. Responsabilità incondizionata, condita da incertezze e ansie: questo è il motore del consumismo odierno, questo l’impulso che ci spinge a fare sempre di più, a produrre sempre di più. Ma ciò non è possibile, le risorse sono sempre limitate. Forse il momento della verità è vicino. Ma possiamo fare qualcosa per rallentarlo: intraprendendo un cammino autenticamente umano, un cammino fatto di reciproca comprensione.

(Zygmunt Bauman – intervento per il festival dell’economia di trento)

Hai un buon capo? la risposta in sei domande


capoSei appena tornato dalle vacanze, quest’anno meno lunghe del solito, forse è proprio per questo che ti senti già terribilmente insoddisfatto, demotivato e annoiato; la mattina ti alzi e sei svogliato, fai davvero fatica a carburare. O, peggio, andare al lavoro è diventato fonte di ansia e non sai mai cosa può succedere (certamente nulla di buono). Oppure ti sembra che tutti in azienda siano irritabili e stiano per ammutinarsi e tu, invece, ti senti un incapace, la tua vita è diventata un inferno e rischi l’ulcera.

Forse hai solo bisogno di una vacanza vera, oppure devi cambiare stile di vita, o, ancora, è arrivato il momento di chiederti se hai un buon capo.

Questa domanda è opportuna anche quando sembra che tutto vada per il meglio perché non solo un buon capo ha impatto sulla tua qualità di vita, ma ti consente di crescere professionalmente, ti offre opportunità reali di apprendere e di sviluppare il tuo percorso di carriera. La maggior parte di questi fattori dipende certamente dalle qualità del tuo capo diretto.

Cerchiamo di intenderci. Un buon capo non è certamente chi gioca a fare l’amico, chi non cazzia mai nessuno, chi gestisce come se si fosse tutta una famiglia, o, ancora, chi va a farsi la pizza o l’aperitivo con i suoi. Queste non sono, infatti, né condizioni necessarie, né sufficienti, anzi, nella maggior parte dei casi diffido di questo tipo di comportamenti, specie quando non c’è altro. Sanno troppo di banale ricerca di popolarità e consenso. Il problema è più complicato.

Un bravo capo deve essere prima di tutto un bravo manager, questa a ben vedere è una professione nuova e complessa, quindi per decidere in cosa consistano le qualità di un bravo manager è utile partire dalle diverse riflessioni sul management. Molti tra gli studiosi di strategia si sono confrontati con la definizione delle qualità manageriali proponendo di volta in volta visioni diverse, da una parte P. Drucker (The Practice of Management, 1954) che riteneva che l’attività manageriale fosse assimilabile ad una scienza e non credeva nel futuro dell’intuizione, dall’altra chi come H. Mintzberg (The Nature of Managerial Work, 1973) crede che sia soprattutto una pratica in cui contano il carattere e l’esperienza radicata in uno specifico contesto. Ed è proprio l’aspetto del contesto che rende difficile definire in maniera univoca se un manager è bravo o meno. Le caratteristiche che rendono bravo un manager dipendono infatti anche dal settore in cui opera o dalle funzioni di cui si occupa, dalla dimensione dell’impresa, dalla fase del ciclo di vita che questa attraversa e dal livello che questi occupa nell’organizzazione.

Su un aspetto tutti concordano e riguarda i risultati: un bravo manager si adopera per raggiungere gli obiettivi, ha la capacità di decidere, sa organizzare e gestire. Ma oltre ad essere un bravo manager per essere un buon capo deve avere ancora altre qualità.

Di seguito propongo una serie di punti su cui riflettere che possono aiutare a valutare in maniera più obiettiva. Puoi utilizzarli tutti, scartarne alcuni oppure aggiungerne altri, a seconda delle tue aspettative, ma, ancora una volta, quello che conta è il metodo.

  1. Il tuo capo conosce il suo lavoro? spesso si sottovalutano le competenze professionali; è vero che in azienda non sono tutto, che ci sono altri aspetti che spesso determinano il raggiungimento di una posizione manageriale come il carattere, il carisma, la capacità di sviluppare empatia nei confronti degli altri o magari le possibilità “politiche” o relazionali, ma la sua competenza per te è fondamentale, per crescere professionalmente. Lavorando assieme puoi apprendere ogni giorno quello che non si trova sui libri: sviluppare la sensibilità ai problemi, approfondire la conoscenza dei mercati e delle peculiarità del settore in cui lavori, conoscere meglio concorrenti e clienti.
  2. Sa negoziare gli obiettivi? Una condizione essenziale per raggiungere gli obiettivi, elemento fondamentale per la valutazione di un manager, è la capacità di saperli negoziare. Sia quelli relativi a lui ed alla sua area funzionale, che quelli che attribuisce ai suoi collaboratori. La negoziazione degli obiettivi è un ottimo punto per valutare sia il realismo che l’ambizione; sia la capacità di valutare le risorse di cui dispone, sia l’attitudine a motivare nel modo giusto la sua squadra.
  3. Ha a cuore la tua crescita professionale? Al di là delle parole o delle espressioni di simpatia non è difficile valutare se davvero crede nella tua possibilità di crescere e crea per te le giuste opportunità. Lo puoi capire prima di tutto dal tipo di obiettivi che ti assegna: le sue aspettative devono essere chiare, i criteri di valutazione condivisi. Gli obiettivi devono essere significativi al punto da stimolare la tua competitività, spingendoti a gareggiare con te stesso per migliorare. Senza questi stimoli non si cresce, il lavoro diventa routinario e noioso.
  4. Come tratta i suoi collaboratori? Tratta i suoi collaboratori sostanzialmente come tratta i suoi capi. Certo che non può essere esattamente la stessa cosa, ma se lo stile nella relazione è lo stesso è certamente una persona equilibrata, serena, sicura di sé. Non conta tanto a mio parere analizzare a cosa dedica tempo, se spiega e rispiega, se è sorridente, se è severo, ma giusto. Conta prima di tutto il fatto che sia autentico. Questo è il modo migliore per valutarlo.
  5. È attento ai dettagli? L’esecuzione è fondamentale. Ho visto più volte strategie che avevano tutte le caratteristiche per essere considerate brillanti bruciate da una non adeguata esecuzione. L’esecuzione è cura dei dettagli, è dentro ai dettagli che si nasconde il diavolo, dice un vecchio proverbio. Un capo non si ferma alla definizione al livello macro dei progetti, ma ha un atteggiamento quasi maniacale nel controllo. Quelli che dall’interno di un’azienda sembrano particolari irrilevanti, possono essere per i nostri clienti gli elementi percepibili di differenziazione. Non si accontenta mai il buon capo, verifica tutto e spinge tutti. Viviamo nell’epoca della eccellenza, come Tom Peters predica dal 1972 (In Search of Excellence), il mercato oggi è globale e il cliente sceglie tra innumerevoli prodotti che possono apparirgli tutti simili e similmente capaci di soddisfare le sue necessità. In questo contesto i dettagli fanno la differenza e non si possono più delegare limitandosi a dettare le linee guida. Strategia ed esecuzione sono ormai una cosa sola.
  6. Vuole che i suoi crescano in termini di competenze e di ruoli, anche al prezzo di perderli perché poi vanno a lavorare in altre aziende. E quindi non prende il merito per il lavoro dei suoi collaboratori, anzi attribuendo loro i giusti meriti, li motiva e li promuove all’interno dell’azienda. Quando ho cominciato a lavorare un manager di successo degli anni 70 (allora si chiamavano dirigenti) mi spiegò un suo trucco: se ti circondi di collaboratori capaci e ambiziosi questi crescono e sei costretto ogni giorno a migliorare, se invece ti circondi di figure modeste (così non rischi il tuo ruolo) ogni giorno peggiori. Lui lo chiamava il paradigma della matrioska!

Un suggerimento per finire: il problema potresti essere tu! Aspettative sbagliate, valutazione eccessiva delle proprie capacità, troppa ambizione sono almeno altrettanto frequenti dei manager incapaci o dei cattivi capi.

Antonio

*IL SUCCESSO SPERATO, RAGGIUNTO E PERDUTO*


3 coppe (1)Il commento finale di Totò Sciascia sui campionati mondiali di calcio è ancora una volta lezione di management e di vita! Grazie e buona lettura.

I campionati mondiali si sono conclusi ieri con la vittoria della Germania e ciò mi ha indotto a riflettere, col consueto aiuto di mio fratello Piergiovanni,  sul concetto di “successo”, una parola chiave nella vita delle aziende. Il successo RAGGIUNTO dalla Germania, quello PERDUTO dalla Spagna e quello semplicemente SPERATO di Argentina e Brasile.

–          Quello dei tedeschi è il successo RAGGIUNTO, ed è frutto di almeno 3 elementi.

1. Un approccio progettuale. Dopo le figuracce dei mondiali del 1998 e degli europei del 2000, la federazione tedesca ha sviluppato un vero progetto che l’ha portata ad avere oggi un gruppo di numerosi giocatori di alta qualità. Hanno riformato il calcio giovanile, facendo enormi investimenti in strutture e personale tecnico-scientifico, stabilendo regole ferree per le società calcistiche finalizzate allo sviluppo del vivaio (ad esempio, avere una squadra in ogni categoria giovanile a partire dagli under 12), creando un articolato e capillare sistema di formazione e selezione dei giovani attraverso metodi di preparazione fisica e tecnica codificati, e infine sviluppando di un sistema di controllo e certificazione delle squadre. Senza strategia, senza piani d’azione e senza sistemi di controllo non è possibile avere successo.

2. Un orientamento al lungo periodo. I bambini del 2000 sono diventati campioni d’Europa nel 2009 e oggi sono sul tetto del mondo. Un esempio su tutti: 26 giugno 2009, Europeo Under 21 del 2009, semifinale tra Italia e Germania finita 0 a 1. I due capitani erano Marco Motta e Benedikt Howedes: il primo, già nel giro della Nazionale di Lippi, era più quotato del secondo nonostante questi avesse già esordito in Champions League. Oggi, il tedesco è capitano dello Schalke 04 e titolare della Germania campione del mondo, mentre Motta è passato da quattro prestiti, due comproprietà, un paio di infortuni ed è alla ennesima ricerca di una maglia in Serie A per la nuova stagione. Ci vuole tempo per fare le cose per bene, lo sanno tutti ma spesso ce lo dimentichiamo. Teniamo anche presente che la Germania ha costruito anche una nuova generazione di allenatori vincenti, a cui si è concesso il tempo di costruire il successo (senza esoneri prematuri) proprio perchè chi governa i club e la federazione ha adottato un orientamento di lungo periodo. Vedi ad esempio il caso di Low che, nonostante una sonora sconfitta in semifinale nell’Europeo 2012, è rimasto saldamente alla guida della Nationalmannschaft fino alla vittoria. Pensare al futuro consente alle aziende di vivere, domani, un buon presente.

3. Una squadra unita, priva di quelle rivalità che hanno caratterizzato squadre perdenti come l’Italia (divisa fra “anziani” e “giovani”) o la Spagna (divisa fra giocatori del Real Madrid e giocatori del Barcellona). Quando Gotze ha segnato il goal partita, la Germania schierava in campo ben sette giocatori del Bayern Monaco, e comunque l’intero collettivo condivideva esperienze comuni nelle selezioni giovanili. Bisogna lavorare sul clima organizzativo tanto quanto sulle strategie. Sono infatti le persone, in gruppo, a realizzare i piani strategici. Se il gruppo non è affiatato, realizzare un progetto (adeguato o meno) diviene impossibile. Bella questa nazionale giovane e – caratteristica che non guasta – anche multi-etnica, pronta a dare fiducia a chi ha le energie giuste per vincere, indipendentemente dalle caratteristiche demografiche: uno spirito da adottare nelle nostre aziende.

–          Quello della Spagna (campione in carica ma eliminata in fretta e furia) è invece il successo PERDUTO. Il successo si costruisce con fatica, in tanti anni, e si perde in poco tempo. Questa squadra ha vinto tutto con il suo tipo di gioco, il “tiqui-taca”: il successo ti lascia credere, erroneamente, che non occorra cambiare strategia. Ma l’insuccesso deve sempre essere messo in conto, temuto, scongiurato attraverso un atteggiamento proattivo. Le altre nazionali studiano da anni come giocano le “furie rosse” e hanno quindi imparato a neutralizzare il loro temibile gioco, già messo recentemente in discussione dopo gli insuccessi del Barcellona: i competitor, prima o poi, sono in grado di contrastarci se non cambiamo.

–          Quello del Brasile (padrone di casa) e dell’Argentina (finalista) è infine il successo semplicemente SPERATO, costruito su delle individualità (Neymar da una parte e Messi dall’altra) più che su un collettivo. Ma i tornei, nella maggior parte dei casi, li vincono le squadre, non i campioni. Se il campione si fa male (come Neymar, duramente colpito alla schiena) o soffre la pressione (come Messi, talmente nervoso da vomitare in mondo-visione) la squadra perde. Non possiamo credere che l’azienda sia un “one-man show”, se vogliamo davvero che duri nel tempo. Come diceva Tony D’amato (alias Al Pacino) in “Ogni maledetta domenica”, o vinciamo come squadra o perdiamo come individui: il football è tutto qui…

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*Super Mario?*


Ospito ancora una volta, volentieri, un amico ed un collega Totò Sciascia. Io non so nulla di calcio, Totò qui parla di Balotelli e, ancora unBalotelli-magliettaa volta, ha distillato idee e raccomandazioni che vanno al di là del calcio. Antonio

1 minuto dopo il fischio del 90mo di Italia-Uruguay è scattata la caccia ai responsabili della sconfitta degli azzurri: il dito è stato puntato da molti (media, compagni di squadra e tifosi) su Mario Balotelli. Non mi permetto di criticare né l’uomo né il giocatore, ma le numerose accuse che gli sono state mosse, e più in generale il modo in cui è descritto dai media, mi ha spinto a chiedermi se per caso in quelle caratteristiche si nascondano molti dei difetti che contraddistinguono le aziende nostrane.

In effetti è proprio così. Le critiche mosse a Balotelli, giuste o ingiuste che siano, ricordano alcuni punti critici che imprenditori e manager non possono trascurare. Dal confronto con mio fratello Piergiovanni, che lavora nel marketing de La Gazzetta dello Sport, sono emersi 5 fattori.

  1. Talento inespresso. Mario Balotelli ha talento da vendere: non a caso è stato soprannominato “SuperMario”.  Giocatore completo, capace di effettuare giocate mai viste prima, è in grado di risolvere le partite da solo con una semplice azione, un tiro da fuori, un rigore imparabile. Il problema è che spesso questo talento rimane inespresso. Mi ricorda molte imprese italiane, che dispongono di competenze uniche – soprattutto nei settori manifatturieri tradizionali – che non vengono messe a frutto.  Quando un’azienda gode di competenze uniche e difficilmente imitabili deve costruire attorno ad esse un business model che le valorizzi.
  2. Arroganza. Molto spesso Balotelli viene criticato e non sono rare le occasioni in cui ha risposto non ha riconosciuto le critiche mostrando un atteggiamento irresponsabile e poco maturo (si pensi al curioso siparietto con Boban e Marocchi al termine di un Roma-Milan finito sul 2-0). Nel business è importante sapere accettare le critiche a cui ogni giorno il cliente ci sottopone. Chi guida le aziende spesso si innamora del prodotto e non riesce ad accettare il fatto che il cliente non lo desideri più o non ne riconosca le sue peculiarità.
  3. Criticità relazionali. Seguitissimo su Facebook (7,4 milioni di like) e Twitter (2,6 milioni di follower), Balotelli si ritrova spesso solo in squadra, capace anche di sviluppare accesi litigi con i compagni (si pensi alle recenti liti con Buffon). Ma la presenza sui social non è sufficiente, alle persone e alle imprese, per garantire un sano equilibrio con i mercati di riferimento. Spesso si crede che il digitale sia l’obiettivo e non lo strumento per fare impresa.
  4. Tutto e subito. Dopo aver vinto la Champions nel 2010 aveva dichiarato di essere secondo solo al grande Leo Messi; al suo esordio mondiale invece ha affermato di voler vincere la coppa del mondo. Il successo duraturo è frutto di investimenti accurati e lunghi processi di apprendimento che richiedono anni di cura e affinamento. Le performance più solide sono quelle che le aziende costruiscono nel tempo, attraverso processi di crescita fisiologica e non con salti quantici: altrimenti si rischia di rimanere una “meteora”.
  5. Più cura della forma che della sostanza. Ormai fanno più notizia le forme e i colori della sua capigliatura (si pensi alla cresta bionda con cui è tornato dal Brasile), le cromie dei suoi bolidi, i tatuaggi e gli anelli, più che i suoi goal. Anche le nostre aziende spesso credono che la comunicazione sia talmente centrale da trascurare il prodotto. Rimettiamo il prodotto (la sostanza) al centro dei processi strategici e progettiamo la comunicazione in un secondo momento.

“Sbalotelliamo” le nostre aziende!

Totò Sciasciaprofile

*Notti tragiche*


Questa volta ospito un amico ed un collega Totò Sciascia. io di calcio non ci capisco nulla, lui ha distillato dall’esperienza tragica della nazionale 8 lezioni che vanno al di là del calcio. Antonio
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La nostra nazionale è fuori dai mondiali al primo turno della competizione, e non uso a caso il termine “competizione”: il campionato del mondo è competizione pura, come quella che tutti i giorni tutte le aziende devono fronteggiare. Questa competizione, oggi, l’abbiamo decisamente persa.
Mi sono chiesto se la sconfitta degli azzurri può essere letta in chiave aziendale per potere trarre qualche insegnamento. Ho quindi chiesto a mio fratello Piergiovanni, uomo di marketing a La Gazzetta dello Sport, di fornirmi qualche ragione di questa sconfitta per poi cercare di leggerla con gli occhi di chi si occupa di strategia e politica aziendale.

1. C’è da dire che il mister Prandelli poteva contare su una rosa di giocatori non particolarmente brillanti. Certo, questa è frutto di qualche sua scelta (si pensi all’esclusione di Pepito Rossi o di alternative “pesanti” in attacco) ma soprattutto di molti infortuni (come quello di Riccardo Montolivo) e di una serie A che non prevede particolari campioni.
Le risorse a disposizione, in termini di quantità e di qualità, sono gli elementi su cui si costruisce e realizza la strategia: sono esse al centro del business model e della sua efficacia, per cui vanno acquisite, accumulate e disinvestite con grande cura, per potere disporre del miglior portafoglio possibile.

2. Condizioni sfavorevoli: i luoghi e gli orari a cui abbiamo giocato non ci hanno certo favorito. Abbiamo sofferto proprio contro due squadre sudamericane (Costarica e Uruguay) che a quel tipo di clima sono probabilmente abituate più di noi.La scelta dei tempi e dei luoghi (di produzione e vendita) nella competizione sono fondamentali.

3. L’allenatore ha costruito una squadra intorno a un paio di punti fermi: la testa geniale di Pirlo e i piedi esplosivi di Balotelli. Ma affidare il successo a un paio di fattori è troppo rischioso. Le eccellenze emergono (e i risultati arrivano) quando l’organizzazione è costruita attorno ad un’idea forte che permea l’intero sistema aziendale, su più elementi.

4. Non è stata sviluppata una politica di gioco precisa, mantenuta partita dopo partita, affinata e metabolizzata dai singoli. Né tantomeno ci siamo dotati di un sistema di gioco distintivo, un gioco “italiano”. Abbiamo cambiato pelle troppe volte (4-3-3; 4-1-4-1; 3-5-2), senza mai definire una strategia di gioco chiara e precisa. L’emergenza ha portato a soluzioni non previste, parse in taluni casi frutto dell’improvvisazione (il cambio Balotelli-Parolo).

La strategia aziendale deve essere sviluppata, adottata e praticata per potere portare a dei risultati soddisfacenti.

5. Il gruppo era spaccato fra due generazioni: la vecchia guardia, campione del mondo 8 anni fa, e i giovani inesperti, alcuni dei quali erano particolarmente pretenziosi (Balotelli, ricordiamolo, era al suo esordio in un mondiale). La compresenza di due generazioni è un’arma a doppio taglio: può rappresentare un’occasione preziosa per combinare l’esperienza con l’ambizione, le energie fresche con la saggezza, ma può anche portare a delle fratture, se il leader non è in grado di fare da ponte fra le generazioni (basti pensare alle dichiarazioni post eliminazione dei senatori Buffon e De Rossi). Così è stato per gli azzurri, e così spesso
accade nelle nostre aziende. Solo attraverso una buona convivenza fra generazioni si possono trasferire i valori aziendali dai vecchi ai giovani, perpetuando nel tempo il successo.

6. Il gruppo si è spaccato perché il conflitto che si è sviluppato non era incentrato sui contenuti, sulle idee, sul modulo: quello sarebbe stato uno scontro sano, che avrebbe portato a scelte e risultati migliori. Il conflitto è stato di natura personale, fra chi si comporta (non solo in campo ma anche fuori dal campo) in un modo più tradizionale e chi si comporta in un modo meno convenzionale. Si tratta di un conflitto deleterio per tutte le aziende, che solo grandi leader sanno gestire.

7. Cesare Prandelli, da qualcuno ironicamente ribattezzato “Cesare Brandelli”, nella partita decisiva ha schierato i giocatori che il popolo riteneva migliori, la coppia Balotelli-Immobile, per cercare il consenso, snaturando il suo progetto iniziale che non prevedeva uno schema di gioco a 2 punte. Non sempre – anzi, quasi mai – cercare il consenso porta a buoni risultati.
Meglio rischiare di essere criticato che rischiare di perdere: la leadership morbida del “volemose bene” fa gli interessi del leader, non dell’organizzazione.

8. E infine, lasciatemelo dire: forse non avevamo una vera e propria fame di vittoria, ma solo tanta ambizione, in una misura superiore alle nostre capacità, probabilmente enfatizzata dalla vittoria contro l’Inghilterra. La fame di successo degli uruguaiani, materializzatasi in modo non ortodosso nel morso di Suarez a Chiellini, in un modo o nell’altro ha portato alla vittoria dei nostri avversari.

La competizione è anche questo.

Totò Sciasciaprofile